Nel mondo delle mappe
Chi ha organizzato almeno una caccia al tesoro nella vita sarà facilitato. Provate a prendere un foglio di carta e a disegnare la mappa del vostro quartiere. Poi nascondete il manufatto e chiedete a un membro della famiglia o a un amico di fare lo stesso. A opera conclusa, confrontate i risultati. Con una certa meraviglia potrete constatare che le due mappe avranno molte differenze. Come mai, considerato che rappresentano la stessa area? Se è vero che qualsiasi mappa, per quanto precisa e tecnica, è sempre un prodotto della mente umana, ognuna dovrà anche rispondere alla nostra soggettività. E ognuna, a modo suo, sarà una «Necessary fiction», ovvero una «Riproduzione – o, se preferite, finzione – necessaria», proprio come recita il titolo di una mostra dedicata alla cartografia e aperta fino al 22 novembre negli spazi dell’Abbazia di San Gregorio a Venezia.
Promossa dal ministero della Cultura dell’Arabia Saudita e curata da Sara Almutlaq e Aurora Fonda, con Zaira Carrer e Amina Diab, «A Necessary Fiction: maps, art and models of our world» mette in dialogo opere d’arte contemporanea con manoscritti cosmografici del XIII secolo, mappe della prima età moderna e materiali cartografici del XVIII secolo con l’intento di raccontare come l’uomo, nell’arco dei secoli, abbia cercato di comprendere e decifrare il mondo che abita. Una necessità pratica (veicolata da mire commerciali ed espansionistiche), ma anche un bisogno innato di modellare l’esistente e di mappare ciò che è in continua evoluzione. Non a caso, la mostra veneziana parte proprio da questa predisposizione nata con l’uomo molto prima che si diffondesse l’arte della cartografia.
È dedicata a quel periodo «The Precartographic», ovvero la prima delle cinque sezioni in cui è divisa l’esposizione. Quando le mappe non c’erano, i nostri antenati viaggiatori si affidavano alle interazioni con i segni elementali della natura, come i modelli meteorologici, i movimenti celesti e le caratteristiche geografiche. Si ispira proprio a quel tempo Nasser Al Salem’s nella sua installazione site specific Each time a star goes astray che accoglie i visitatori nel cortile dell’Abbazia di San Gregorio. Intersecando cerchi di metallo e inglobandoli nell’architettura storica dell’edificio (che risale al IX secolo), l’artista rievoca i cicli astrali che nel passato permettevano l’orientamento nei deserti e negli oceani, e ci invita a muoverci nello spazio verso l’opera successiva: Bodies as Orientation di Matilde Sambo. Osserviamo le tre sculture in bronzo e vetro colato a cera persa che l’artista fa calare dal soffitto del chiostro dell’Abbazia: corpi umani stilizzati che galleggiano nello spazio e indicano una direzione. Al di là delle mappe, ci ricorda Sambo, è il nostro corpo a farci da bussola nel viaggio della vita.
Testimoni dal passato
Prima di addentrarci alla scoperta di reperti e altre opere d’arte, sbirciamo dentro la saletta che dà sul chiostro e che fa da prologo alla mostra. Grazie a schermi digitali e libri in esposizione, in un attimo siamo trasportati indietro nel tempo al 1154, anno in cui viene realizzata la mappa forse più completa dell’antichità. Per crearla, su richiesta del re Ruggero II di Sicilia, il geografo arabo Muhammad al-Idrisi attinge a molte testimonianze di viaggiatori, oltre che alla tradizione scientifica islamica. Il risultato: una fotografia dell’Eurasia e del Nord Africa di notevole precisione per l’epoca. Altro documento che – apprendiamo da una ricostruzione digitale firmata Haltadefinizione – ha posto le basi della cartografia moderna è la Mappa di Ebstorf (1300 circa), realizzata nel convento benedettino di Ebstorf in Germania. Una mappa mundi che – fondendo dati geografici reali, elementi spirituali e spunti mitologici per un totale di oltre 2.300 voci – raffigura il mondo come un corpo, con Gerusalemme al centro.
Superiamo il chiostro e ci tuffiamo alla scoperta dell’«ideologia immaginaria» («The Imaginary Ideology»). Obiettivo di questa sezione è indagare la mitologia alla base delle prime rappresentazioni cartografiche e dimostrare come nell’atto di mappare siano racchiusi sia l’inclinazione umana a generare racconti, allegorie e rituali, che il senso di appartenenza a un territorio o a una comunità. Primo protagonista della sala è il Celestial Globe (1551) di Gerardo Mercatore (Gerard Kremer): un capolavoro di cartografia cosmica con un’anima cava di cartapesta e gesso. Largo 42 cm di diametro, questo globo raffigura le 48 costellazioni catalogate dall’astronomo greco Claudio Tolomeo nel II secolo d.C. all’interno della sua opera Almagesto. In dialogo con le immagini di Mercatore, la mostra ci propone alcuni disegni zodiacali di matrice islamica tratti dall’opera Aja’ib al-Makhluqat wa Ghara’ib al-Mawjudat (Le meraviglie delle creature e le meraviglie della creazione) di Zakariya ibn Muhammad al-Qazwini, cosmografo persiano vissuto nel XIII secolo.
Tra un leone e due gemelli, passiamo dallo spazio stellare rappresentato sulla carta a quello impresso in una foto. Raffigura un oggetto non classificato vicino a The Northern Coalsack lo scatto di Trevor Paglen Unknown #87458. Utilizzando tre telescopi in contemporanea, questo artista-geografo assolve alla sua missione di documentare e rendere visibili i cosiddetti unids (oggetti non identificati) nell’orbita terrestre. Altrettanto difficili da identificare, ma sicuramente meno realistici, sono i mostri marini che popolano la mappa dell’Islanda pubblicata nel Theatrum Orbis Terrarum di Abramo Ortelio. Per realizzare nel XVI secolo uno dei primi atlanti mondiali moderni, il geografo fiammingo attinge alle migliori mappe navali spagnole e portoghesi. Rappresenta montagne, vulcani e insediamenti con estrema precisione. Ma, a differenza della terra, quando si tratta di rappresentare il mare – ovvero il regno dell’ignoto – Ortelio cambia registro e si lascia ispirare da storie, miti, invenzioni, nonché da qualche misterioso avvistamento...
Giriamo le spalle verso il fondo della sala e un altro mostro attira la nostra attenzione. Ha il collo lungo come quello di un dinosauro e il corpo massiccio come una montagna. A realizzarlo, nel 2019, intagliandolo su legno antico dai 400 ai 2000 anni è stato Wael Shawky. L’opera in questione – The Gulf Project Camp – pone questa creatura sullo sfondo, lasciando al centro della scena la Ka’aba e una rappresentazione meticolosa della Mecca senza pellegrini. In questo modo l’artista egiziano ottiene un «paesaggio speculativo» che, combinando realtà e mito, funge da campo visivo per esplorare le complesse relazioni tra territorio, rappresentazione e narrazione storica. La cartografia definisce e distingue il noto dall’ignoto, l’oggettivo dal soggettivo. E certe volte circoscrive, delimita e contiene. È il caso della mappa del mondo tratta dal Kharīdat al-’Ajā’ib wa-Farīdat al-Ġarā’ib («La perla delle meraviglie e le meraviglie uniche») di Sirāj al-Dīn ibn al-Wardī: un lavoro realizzato agli inizi del XV secolo che, attingendo alla tradizione islamica, raffigura la parte abitata della Terra come un cerchio piatto circondato da un oceano. Uno specchio d’acqua, dunque, sconosciuto e cinto a sua volta dalle montagne Qaf, che – secondo la tradizione – proteggono la Terra dal cosmo. In questo gioco di strutture radiali e di schemi, l’opera di al-Wardī funziona come un diagramma epistemico: una rappresentazione di come il mondo è stato concepito, strutturato e situato all’interno di un ordine cosmologico più ampio. Ponendo confini, stabilisce una grammatica visiva di chiusura e gerarchia che segnerà la tradizione mappografica successiva.
Il nostro viaggio alla scoperta della cartografia prosegue al primo piano dell’Abbazia di San Gregorio attraverso la sezione «The Ideological Imaginary». Dopo il mito, l’attenzione si sposta ora alla percezione umana quale forza organizzatrice che influenza elementi strutturali come la scala, la distanza e l’orientamento per costruire l’Altro e, al contempo, generare un senso di appartenenza. Indicativa, in questo senso, è la Mapa Mundi di Giovanni Leardo (1448) proveniente dalla Biblioteca Civica Bertoliana di Vicenza, ovvero una delle quattro planisfere di piccole dimensioni che il geografo veneziano personalizza con iscrizioni in lingua volgare, un’ampia legenda alla base, ma nessuna creatura mitica. Altra sfumatura invece per la Tabula geografica (Tabula geographica, in qua Paradisus nec non Regiones, urbes, oppida, et loca describuntur, quorum in Genesi fit mentione) di Pietro Plancio (1604), che fa parte di un gruppo di mappe teologiche create dall’astronomo olandese sovrapponendo la cartografia del XVII secolo alla narrazione teologica. In questa strana mappa del Medio Oriente esposta in mostra si possono riconoscere facilmente i contorni geografici delle coste, le montagne, i fiumi, ma un po’ meno i nomi di luoghi, regioni e popoli vissuti secoli fa e menzionati nella Bibbia.
Proseguiamo il percorso attraverso le sezioni «The Hypercartographic» e «The Transformed» per indagare l’evoluzione delle strutture fittizie alla base della realtà cartografica e la capacità delle mappe di divenire cartine di tornasole in grado di cogliere i cambiamenti del mondo, dei suoi confini, delle sue credenze. In pochi passi scopriamo che la cartografia non è fatta solo di rotte navali e luoghi sconosciuti da scoprire, ma si tratta di una disciplina che può essere applicata a ogni ambito della nostra vita e ad ogni realtà. Compresa quella digitale e quella logistica. Osserviamo la mappa di Internet (The Whole Internet) realizzata da Peacock Maps Inc nel 1999, poi, a fianco, quella della metropolitana di Londra di Henry C. Beck (London Underground Map, Facsimile, 1933). E infine viaggiamo nelle vite di Eva e Franco Mattes attraverso il loro video My Little Big Data (2019). In 24 minuti il duo artistico – anche noto come 01001011101010101 – racconta il risultato di una collaborazione lunga un anno con il ricercatore di dati Vladan Joler, a cui i Mattes hanno fornito tredici anni di metadati tramite e-mail private e cronologie di navigazione sul web. Una base, dunque, di informazioni digitali da cui Joler è riuscito a creare una mappa delle loro vite e della loro impronta digitale. Alla faccia della privacy e del politically correct. Tra planisferi politici rivisitati con la tecnica del collage (Giuditta Vendrame, Planisfero Politico, 2017) e installazioni sorprendenti come quella di Shilpa Gupta (100 Hand drawn Maps of Italy) in cui l’artista indiana affida a un ventilatore il compito di sfogliare le pagine di un libro in cui cento persone hanno disegnato, ognuna a modo suo, la mappa dell’Italia, ci dirigiamo verso la fine della mostra.
Tornati nel chiostro, la parete verso l’uscita richiama la nostra attenzione con una installazione monumentale in evoluzione firmata da Reena Saini Kallat. Per comporre il planisfero a rovescio (proiezione sud-up) di Woven Chronicle (2019: cronaca intrecciata, tessuta), l’artista indiana ha assemblato matasse aggrovigliate di cavi elettrici, circuiti stampati e altoparlanti. E lo ha fatto non solo per destabilizzare le gerarchie globali radicate, ma anche – incidendo la mappa con tracce luminose delle rotte migratorie globali – per rendere visibile il movimento costante che caratterizza il nostro mondo. La scelta del filo spinato e dei colori, invece, mira a sensibilizzare lo spettatore sul tema dei confini e dell’impronta ecologica in un mondo sempre più connesso, ma paradossalmente più diviso. Ancora una volta la cartografia, con l’aiuto della tecnologia, è uscita dagli schemi e dalla mera rappresentazione geografica. Il nostro mondo – sembra suggerirci Kallat mentre lasciamo la mostra e ci rituffiamo tra le calli del sestiere di Dorsoduro – può e deve essere immaginato in modo diverso. Il primo passo è rendersene conto. (Un consiglio ai lettori che parlano solo italiano: se decidete di visitare questa mostra, portate con voi lo smartphone o un dizionario tascabile, perché le schede esplicative delle singole opere sono disponibili solo in inglese!).
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