20 Settembre 2026

La lingua delle radici

Il veneto deriva dal latino come altri idiomi italici. Da secoli rappresenta la storia e la civiltà della Repubblica di Venezia. E oggi, al pari di altre lingue della Penisola, continua a connettere, anche all’estero, comunità regionali diverse.
La lingua delle radici

Nel grande mosaico dell’identità italiana, la lingua è sempre stata il collante più attrattivo e il terreno più fecondo di diatribe. Quando parliamo di tutela della nostra cultura, tendiamo a identificare l’italiano come un monolite. Eppure, la realtà storica e sociolinguistica ci racconta una versione diversa, fatta di un bilinguismo strutturale – in molti territori di un vero e proprio trilinguismo – che non impoverisce la nazione, ma la definisce in un sistema soggetto a continue variazioni. Per comprendere questa complessità socio-linguistica e culturale, abbiamo dialogato con Alessandro Mocellin, docente di Lettere con tre lauree, presidente dell’Academia de ła Bona Creansa, (ong accreditata a livello internazionale alla Convenzione Unesco 2003), e direttore del dipartimento linguistico dell’Academia de ła Łengua Veneta. Mocellin ci ha guidati in un excursus attraverso i quattro assi fondamentali per la profilazione di una lingua come patrimonio geografico, storico, linguistico e letterario. 

Partiamo da quello geografico. Il primo stereotipo da scardinare è che il veneto sia esclusivamente una lingua degli affetti, confinata tra le mura domestiche e parlata attorno al focolare. «Il veneto non è solo family language ma anche e soprattutto society language», spiega Mocellin. «Spesso la dialettologia tradizionale ha descritto le parlate storiche come varietà minori o subordinate. La sociolinguistica contemporanea, invece, ne riconosce appieno il valore di lingue: codici vivi, capaci di trasmettere idee, innovazioni, appartenenze e visioni del mondo. Nel percorso storico della Venetia – regione storica antica e poi protagonista, con la Repubblica Veneta, di una grande stagione politica, commerciale e diplomatica – il veneto è stato lingua d’uso: amministrazione, scambio, letteratura, arte e civiltà. Oggi un venetofono si interfaccia quotidianamente con il multilinguismo, ponendosi come ponte naturale verso le vicine realtà germaniche e slave. Il veneto non è un “italiano storpiato” bensì un idioma interamente indipendente (identificato dallo standard ISO 639-3 con il codice VEC) che ha una sua genesi diretta dal latino, una sua grammatica con fonetica, morfologia e sintassi, un proprio lessico, e dotata dal 2017 anche di un’ortografia standard ufficiale».

Genealogia di un sistema linguistico

Per fare chiarezza scientifica, il professor Mocellin invita a distinguere l’ambito genealogico da quello tipologico. Dal punto di vista della derivazione, sia l’italiano sia il veneto «vengono dal latino». Sono in sostanza lingue sorelle, come sono sorelle del francese, del portoghese e dello spagnolo castigliano. E questo è l’asse storico. Nel De vulgari eloquentia, Dante Alighieri cercava il volgare illustre come una pantera che «fa sentire il suo profumo ovunque e non si manifesta in nessun luogo». Il letterato toscano individuò ben quattordici lingue italiche (oggi la linguistica ne conta dodici), ma nessuna di esse era il volgare illustre. Il modello letterario toscano trecentesco ha impiegato infatti 500 anni per stabilizzarsi tra gli intellettuali (la cosiddetta “questione della lingua”), diventando lingua nazionale solo con l’Unità d’Italia. Per diventare lingua del popolo impiegò un altro secolo e più, attraverso la scolarizzazione di massa, ma è solo con i mass media, come radio e tv, che l’italiano è entrato stabilmente nelle case di tutti gli italiani. Prima di allora il nostro idioma era, per molti, sostanzialmente e neuro-linguisticamente, una lingua straniera rispetto alla lingua materna. Pensare che il veneto sia un dialetto dell’italiano sarebbe, metaforicamente, come «confondere il fratello con il padre».

Tutte le lingue della Romània hanno lo stesso padre: discendono dal latino. Il veneto, poi, appartiene filogeneticamente alle lingue della Romània occidentale, come lombardo, francese e spagnolo, a nord della linea Massa-Senigallia, mentre l’italiano appartiene alla Romània orientale, come siciliano e romeno. Il veneto infatti ha regole fonologiche e strutture morfo-sintattiche differenti dall’italiano, ma spesso simili a francese, spagnolo o alle lingue germaniche in vari casi, tra i quali: la fonetica, con la peculiare vocalizzazione della /l/ intervocalica o la sua sparizione in certi contesti vocalici (per esempio: balon pronunciato bałon); l’assenza delle “doppie” (non el gatto, ma el gato) come avviene anche in spagnolo, catalano e portoghese. E ancora, nella morfologia, con l’obbligo del pronome clitico soggetto (te parli, el ze, i varda); la totale assenza del passato remoto, sostituito dal passato prossimo; la forma caratteristica del condizionale (cantarìa anziché canterei). E, infine, la sintassi: il veneto, come l’inglese, il francese e il tedesco, inverte soggetto e verbo per fare la domanda (el ze > zeło?, come nell’inglese he is > is he?).
Koiné adriatica. 

Il caso dell’istrioto

Il territorio veneto è un continuum linguistico che si estende lungo le coste del mare Adriatico. Qui si inserisce la questione dell’istroveneto e dell’istrioto. L’istroveneto è parte del sistema veneto, una varietà istriana di veneto nata dal contatto plurisecolare dell’Istria con il mondo veneto attraverso la Serenissima. L’istrioto, invece, è una prosecuzione autoctona e diretta dal latino dell’Istria (anche Dante lo include nelle quattordici lingue italiche), oggi conservato meglio nell’Istria costiera meridionale: una vera e propria «lingua sorella», un patrimonio fragilissimo che rischia l’estinzione: «il pericolo maggiore – evidenzia Mocellin – è che i parlanti chiamando erroneamente “dialetto” sia l’istrioto che l’istroveneto, li confondano e così affondino sia l’uno che l’altro». Sette comuni croati, tra cui Rovigno, portano avanti il Festival dell’istrioto, ideato dalla Comunità degli italiani di Sissano, che il prossimo ottobre festeggerà la quattordicesima edizione. Parimenti, anche il Festival dell’istroveneto che si tiene annualmente a Buie, sta per raggiungere la quindicesima rassegna tra concorsi per le scuole, teatro con le filodrammatiche e incontri per la cittadinanza e gli studiosi e, da quattordici anni, la rassegna Dimela cantando con canzoni inedite di vari generi.

Da Marco Polo a Casanova

L’asse letterario demolisce l’idea di una lingua priva di spessore colto. Il primo documento scritto in Italia è tradizionalmente considerato l’Indovinello Veronese (fine VIII secolo), che è però l’inizio della lingua veneta, non dell’italiano toscano. Successivamente la letteratura veneta si è potuta vantare di «monumenti» straordinari: dal Ritmo bellunese (forse la prima testimonianza di uso letterario del volgare) alla Bibbia istoriata, fino a trattati di scherma, botanica, astronomia e alla storia dell’arte in rima veneziana. Non solo letterati: altri giganti della nostra cultura hanno abitato questo bilinguismo. Tiziano Vecellio scriveva lettere in veneto. Giacomo Casanova tradusse l’intera Iliade in veneziano. Nell’Ottocento si contavano decine di traduzioni di opere illustri come la Divina Commedia in veneto. Figure come Marco Polo, Andrea Palladio, Antonio Vivaldi e Antonio Canova hanno pensato e agito immersi in questo humus linguistico madrelingua. Persino nel Cinquecento, quando si impose il modello toscano trecentesco con Pietro Bembo (1525), Machiavelli si scagliò contro questo anacronismo linguistico rivendicando la forza del toscano vivo, ossia del volgare scritto perché parlato. I toscani stessi, all’epoca, non parlavano come le Tre corone (Dante, Petrarca e Boccaccio), ma vinse la prospettiva di Bembo di modellare l’italiano sul toscano trecentesco di due secoli prima. Nel frattempo, il veneto ha avuto enormi vette nella letteratura, con Ruzante nel Cinquecento, Goldoni nel Settecento e la fioritura della letteratura veneta del Novecento con Marin, Meneghello e Zanzotto, per citarne alcuni.

Una sfida globale per il futuro

Oggi la tutela della lingua veneta è entrata nelle aule universitarie superando lo stigma del folklore e del localismo dialettale. Una lingua è espressione di una cultura e di una civiltà, e come tale deve essere intesa: in una cartina che racchiuda 3.000 anni di storia della civiltà veneta, punteggiata dai pallini dei reperti dei veneti, attraverso la Serenissima, e fino al Veneto e alla lingua veneta di oggi, ci mostra che l’identità di un territorio è un organismo vivo. Una curiosità: esistono altri due Monte Grappa nel mondo, in Brasile e in Messico, e questo è solo un esempio per ricordare come la civiltà veneta, anche nella sua lingua, non è più solo una cosa europea: lo testimoniano due monti rinominati col nome del Grappa in cittadine fondate da emigrati che hanno mantenuto viva la lingua della «madrepatria» a decine di migliaia di chilometri di distanza. Proteggere questa pluralità significa realizzare pienamente l’unità culturale italiana, come ci chiedono gli articoli 3, 6 e 9 della nostra Costituzione. Perché l’italiano è la nostra lingua di cittadinanza, ma esso si è innestato su alberi dalle radici forti e plurisecolari, rappresentati dal veneto, dal napoletano o dal piemontese. «Il rischio – conclude Mocellin – è che se moriranno tali radici plurisecolari, potrebbe morirne anche l’italiano stesso che attraverso tutte le lingue italiche si è nutrito e vive».

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Data di aggiornamento: 20 Settembre 2026
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