Le mani di Amina

Ho conosciuto Amina più di venti anni fa. È la madre di uno dei ragazzini che ronzavano attorno ai rari turisti che si spingevano fino a questo villaggio al centro della Piana del Sale, terra estrema, ai confini tra Etiopia ed Eritrea. Allora ci sentivamo degli esploratori e ci innamorammo di quel deserto di lava e sale, fuoco e geyser. Per anni e anni raggiungere Hamed Ela è stato una sorta di comandamento, sentivamo di farne parte, dovevamo tornare. Quel ragazzino divenne la guida delle nostre visite annuali, ci invitava nella sua capanna, una cupola di stuoie intrecciate, ricoperte con tele e pelli, conoscemmo la sua famiglia. Ci sedevamo su vecchie coperte impolverate, bevevamo tè assieme, avevamo imparato che il dono preferito erano caffè e zucchero. Ricordo che calcolammo che allora lo zucchero costava 75 birr al chilo. Traducevamo la moneta etiopica: erano quasi quattro euro, una somma immensa. Medina aveva altri tre figli: un maschio, fratello del nostro ragazzo, e due femmine, le sorelle. Tutti esili, magri, muscoli come lacci che si stiravano a ogni movimento. Gli afar, questo è il nome del loro popolo, dinoccolano ossa per il mondo, hanno gambe sottili come i miei avambracci. Hanno la forza e la resistenza dei maratoneti etiopici. Negli anni abbiamo visto la nostra famiglia crescere: le ragazze hanno avuto figli, i loro mariti se ne sono andati, come spesso accade, e hanno lasciato bambini e madri in quel villaggio solitario.
Gli anni sono davvero passati uno dopo l’altro. Siamo sempre tornati ad Hamed Ela. Il paesaggio è cambiato, hanno costruito strade, alcune sono state addirittura asfaltate, la Dancalia è una terra di avventure minerarie: i canadesi hanno cercato il potassio come avevano fatto gli italiani nella prima metà del ‘900, altri erano certi di trovare il litio o, addirittura, il petrolio. Ora stanno scavando il corso di un canyon ai piedi delle montagne dell’altopiano: c’è oro dicono, metallo dell’avidità di questi ultimi anni. Hamed Ela, nei primi tempi dei nostri viaggi, era un avamposto che poteva apparirci disperato, ma aveva la speranza di essere un villaggio. Oggi ci appare come la frontiera di un Far-East senza alcuna identità, che non sia una sopravvivenza spietata. Camionisti, prostituzione, cavatori del sale, soldati.
Amina e la sua famiglia hanno cambiato villaggio. Vivono nell’unica aula, ormai abbandonata, di quella che doveva essere una baracca-scuola. Le due sorelle sono sempre lì. La nidiata dei nipoti è cresciuta. La loro vita non è cambiata. Il nostro ragazzo ha conosciuto altre terre, ha studiato, è stato il primo della sua gente a laurearsi. Ho sempre paura: queste terre sono ai confini di guerre insensate, irragionevoli, prive di ogni pietà. Fratelli contro fratelli. Il Corno d’Africa è sempre sul limite di un incendio che ha già bruciato migliaia e migliaia di esseri umani. Ho paura per la mia famiglia.
Guardo le mani di Amina e delle sue figlie. Conosco i loro gesti. Da quando le ho incontrate le ho sempre viste mentre annodano una striscia di esili nastri ricavati da foglie di palma essiccate. Le loro mani sembrano muoversi da sole. Gli occhi non guardano, non sono loro a comandare le dita. Sono come pianiste compulsive. Intrecciano queste brevi strisce, le incrociano una sull’altra, le saldano con un gioco di incastri. Ne ricavano fasce large venti centimetri, poi le legano assieme. Nasce una stuoia. Lo facevano venti anni fa, lo fanno ancora. Non ho mai visto le mani di Amina e delle sue figlie ferme. Sono sedute di fronte alla capanna e lavorano. Stanno cucinando la loro polentina e lavorano. Cullano il bambino e lavorano. Si alzano in piedi, camminano e lavorano. Preparano il caffè per noi e la stuoia prende forma sotto le loro dita. Le loro mani hanno gesti automatici ed eterni. Il movimento delle dita è troppo rapido per essere ipnotico, ricorda davvero l’abilità di un prestigiatore. Il fruscio di questo intrecciare perenne è una nota impercettibile. Prima che le strade raggiungessero Hamed Ela questo suono inudibile era, tra qualche voce e qualche pietra che rotolava, la sola nota che si ascoltava tra le capanne del villaggio. Quasi un controcanto con le lame che i cavatori del sale affilavano lisciando il metallo su una pietra bagnata.
Non so chi compri le stuoie di Amina. Non l’ho mai chiesto. Non ho mai visto qualcuno avvicinarsi per acquistarle. Ma un mercante ci sarà. La modernità, in qualche modo, è arrivata ad Hamed Ela. Adesso il mio cellulare afferra un campo anche in quella lontananza. A volte vedo gli uomini vagare per i confini del villaggio alzando il telefono verso il cielo nel tentativo di acciuffare una frequenza. Amina siede tranquilla a fianco della porta della capanna. Intreccia le sue stuoie.
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