Yankee d’Europa
Gli italiani sono fatti così, vedono solo il loro lato peggiore: stipendi bloccati, burocrazia, servizi allo stremo, lassismo. Non è tanto diverso l’atteggiamento generale degli europei, che spesso percepiscono l’Europa solo come una fabbrica di complicazioni, incapace di gestire le tante emergenze in corso e di ritagliarsi un peso geopolitico adatto a questi tempi complicati. Un bicchiere mezzo vuoto che non fa percepire i pregi e le opportunità e che rischia di compromettere il futuro.
Da una fonte autorevole giungono però dati inediti che, se guardati in controluce, capovolgono alla radice tanta negatività. Un’indagine del «Wall Street Journal», il più importante quotidiano economico statunitense e mondiale, ha rivelato che nel 2025 sono state più le persone emigrate dagli Stati Uniti che quelle immigrate, un fenomeno che non si vedeva dal 1935, al culmine della Grande Depressione. Il saldo migratorio netto negativo è stimato tra le 150 mila e le 295 mila persone e Trump lo rivendica come il raggiungimento dell’obiettivo promesso agli elettori, grazie alle sue politiche di deportazione e ai permessi concessi con il contagocce. Ma c’è una ragione che ha fatto la differenza, benché passi sottotraccia: tra gli emigrati volontari, ci sono almeno 180 mila cittadini statunitensi, un numero per difetto perché si basa su dati incompleti. Un esodo da record che porta il quotidiano ad affermare che «per molti il sogno americano oggi è andarsene dall’America», frase impensabile solo qualche anno fa, particolarmente dirompente nell’anno del 250° anniversario dell’indipendenza degli Stati Uniti. La tendenza è confermata da Gallup, l’istituto di rilevamento dell’opinione pubblica più importante degli States: 1 americano su 5, se potesse, lascerebbe il Paese, era 1 su 10 nel 2008.
Il sogno americano è l’Europa
Ma per andare dove? Una buona parte dei migranti statunitensi sceglie gli Stati più vicini, come il Messico e il Canada, quest’ultimo definito non a caso dal suo stesso presidente, Mark Carney, «il Paese più europeo tra i Paesi non europei»; un’altra parte preferisce la Thailandia o l’Indonesia. Tuttavia, nel 2025, per una fetta preponderante degli emigrati statunitensi il sogno americano è la vecchia Europa. Il più gettonato è il Portogallo, dove il numero di statunitensi residenti è salito del 500% dal tempo del covid. Tra le mete preferite, Germania, Regno Unito, Spagna, Irlanda, Paesi Bassi, Italia e Repubblica Ceca. In generale, in molti Paesi d’Europa il numero di americani è raddoppiato negli ultimi anni e tende a salire velocemente. Colpa di Trump e della sua erratica amministrazione? In parte sì, ma non solo, almeno secondo la ricerca. Trump ha velocizzato e allargato la tendenza, ma essa era presente già una decina di anni fa, tanto che il quotidiano stima che i connazionali residenti all’estero oscillerebbero tra i 4 e i 9 milioni. Difficile avere numeri più precisi in quanto gli Stati Uniti non tengono statistiche complete sull’emigrazione, mentre buona parte dei dati derivano dai rilevamenti dei Paesi di emigrazione, spesso eterogenei, incompleti o non pervenuti: permessi di soggiorno, acquisti di case, iscrizioni ai corsi universitari. Dati che delineano un quadro generale, ma non fotografano l’esatto impatto, sufficienti, però, a capire chi sono i nuovi emigrati. Non si tratta solo di studenti o giovani in cerca di avventura, ma di persone che esprimono l’intera società americana: professionisti, professori universitari, pensionati, nomadi digitali, intere famiglie. La via di uscita questa volta non è alla portata solo dei più ricchi, ma anche di chi vive di sussidi di invalidità o di previdenza sociale, che può di fatto mantenersi in Paesi come Albania o Romania anche con 1.000 dollari al mese.
La Rete, specchio dei tempi, registra la tendenza. Di mese in mese aumentano gli influencer, i siti di ricollocamento per stranieri o i post di singoli expat statunitensi che raccontano pro e contro di questa emigrazione insolita: c’è l’agenzia che presenta immobili a bassissimo costo fronte Mediterraneo, l’americano emigrato che si propone come intermediario o che racconta la propria esperienza nella «dolce vita» europea. Ogni aspetto, dal cibo alla scuola, dallo stile di vita alla sanità viene passato ai raggi X, confrontato con la vita di prima. Dai commenti nelle chat emergono speranze, dubbi, ma soprattutto le motivazioni, un insieme di ragioni economiche, politiche e sociali, spesso difficili da separare. «Nata e cresciuta negli Stati Uniti – scrive una certa Cillista – mi sono trasferita nel Regno Unito per i miei master e ci ho vissuto 15 anni. Sono rimpatriata prima del Trump 2.0. Oggi sto rifacendo le valigie per ritornare in Europa. Assistenza sanitaria gratuita, un costo della vita più accessibile, accesso alla casa più sostenibile, la possibilità di andare in pensione prima di morire e di avere un pensionamento confortevole. E poi il cibo di alta qualità, un sacco di grandi mete di viaggio appena fuori dalla porta di casa, la tutela dei diritti delle donne, la limitazione dell’influenza delle Big Tech e dei multimiliardari e gente con la mente più aperta. Per me è una facile decisione».
La testimonianza già traduce le ragioni principali dell’esodo. Alla base quelle economiche. Negli Stati Uniti la combinazione di più fattori, come alta inflazione, prezzi esorbitanti delle case e dell’assistenza sanitaria spingono gli americani a spostarsi altrove. L’insicurezza è ulteriormente cresciuta anche nella classe media con i tagli di Trump al welfare: «Senza poter contare sull’assistenza sanitaria statale prima assicurata da programmi come Medicare – afferma Arielle, fondatrice di una società che aiuta gli americani a trasferirsi in Europa – anche una buona pensione si rivela insufficiente». Grande importanza ha anche il senso di insicurezza fisica: «Da quando sono in Germania – afferma Chris – non devo affrontare la prospettiva che mio figlio di 5 anni debba fare un’esercitazione anti-sparatoria all’asilo». Ma il malessere alla base dell’esodo è più generale; uno dei più illustri rimpatriati in Italia, Federico Faggin, il padre del microchip e di tante fortune della Silicon Valley, così lo riassume: «Non è più la mia America».
Pil versus qualità della vita
La motivazione più sottile, infatti, è esistenziale, ed è spesso accompagnata a un ritorno alle radici e a un bisogno di ritrovare se stessi. Molti statunitensi emigrati cercano un equilibrio tra vita lavorativa e vita personale, che pensano più realizzabile in Europa rispetto al proprio Paese. E così, mentre fino a poco tempo fa il modello socialdemocratico europeo era percepito negli States come una subdola concessione al comunismo o un sistema che agevola chi ha poca voglia di fare, oggi per molti americani vivere in una società che mette più al centro le persone è un valore aggiunto e desiderabile. «Mia figlia e i miei nipoti vivono in Spagna – scrive Rick –. Mi piace perché lì sembra esserci meno odio e rabbia. I bambini sono più sicuri e la gente sa come godersi la vita». La tendenza è sostenuta anche da un aspetto pratico: la possibilità di lavorare a distanza, grazie alla tecnologia. E così aumentano i nomadi digitali, che in un certo senso hanno trovato «l’uovo di Colombo»: possono risiedere nel luogo più vicino alle proprie aspirazioni di vita, pur continuando a percepire uno stipendio americano, mediamente molto più alto di uno europeo.
Questa «desiderabilità esistenziale» dell’Europa potrebbe essere una grande opportunità per un continente che soffre non solo per gli alti indici di denatalità ma anche per la mancanza di competenze altamente specializzate, soprattutto nel settore tecnologico, farmaceutico o finanziario. E di fatto i Paesi europei stanno cercando di assecondare quest’ondata migratoria inattesa, concedendo permessi di soggiorno speciali o sconti fiscali ai nuovi venuti, anche se – lamentano gli esperti del ricollocamento – occorrerebbero interventi più tagliati su misura. Stessa fotografia inedita dell’Europa viene scattata da un altro punto di vista, quello di un rapporto del Joint Research Center della Commissione Europea, che ha confrontato il benessere degli Stati Uniti e quello dell’UE negli anni dal 2010 al 2023. I numeri sono certamente dalla parte degli americani, il Pil pro capite in quegli anni è cresciuto del 25% negli Stati Uniti mentre quello dell’UE del 17%.
La situazione si capovolge, però, in tutti gli altri parametri: disuguaglianze, istruzione, salute, sostenibilità ambientale, dove l’Europa ha decisamente la meglio. L’indice di benessere dell’UE è cresciuto di quasi 10 punti in tredici anni, mentre quello degli Stati Uniti solo di poco più di 1 punto. La sintesi di questa disparità si traduce in un dato molto concreto: nel 2022, un americano medio viveva 78 anni, un europeo fino a 80 e mezzo. Segno che, per dirla alla Trump, «l’Europa ha le carte», anche se non strettamente economiche, e può far valere il suo capitale umano, sociale, culturale e valoriale. Se ne era già accorto Jeremy Rifkin, economista e pensatore, nel 2004, quando nel volume Il sogno Europeo affermava che l’Europa «sta diventando un laboratorio gigantesco per ripensare il futuro dell’umanità», focalizzandosi di più sullo sviluppo sostenibile, sulla qualità della vita e sul senso di comunità. Sarebbe ora che l’Europa ne tenesse conto, prima di perdere il treno con la Storia.
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