Un percorso tra i testi composti da Mogol, scritto dal suo padre spirituale, che ha voluto cogliere alcuni riflessi spirituali nelle parole del famoso artista.
«Un percorso di parole e voci. Un viaggio verso un luogo nel quale scoprirci tutti più umani». È questa la proposta che l’autrice, giornalista professionista, offre a chi voglia mettersi in ascolto di questo libro. Non si tratta, infatti, di una semplice lettura, ma dell’incontro con esperienze di molte persone (sacerdoti, monaci e religiose, educatori e psicologi) che hanno fatto dell’ascolto una parte essenziale della loro vita, nei vari ambiti in cui sono impegnate.
Poesie che sono poco più che un fiato, una scommessa di essenzialità e di brevità in un tempo, il nostro, che le parole le spreca, oltre che urlarle o usarle come clave sulle teste degli altri. Una scommessa vinta che ogni parola sussurrata possa far nascere pensieri, domande, emozioni, squarci di luce: «Porgere la parola / al silenzio / come all’amata / un fiore». La realtà colta nelle sue più delicate e non apparenti manifestazioni: «Si fa ronzio / il dolce dell’uva». Ispirate.
«Quale mamma? Quale casa? Sembra che nelle mie vene circolino due sistemi venosi con due sangui». Ecco il dilemma di Gholam Najafi nell’autobiografia che prosegue e amplia il suo primo libro, Il mio Afghanistan, in cui aveva percorso la sua vicenda di ragazzo che scappa dal Paese d’origine e giunge in Italia, ormai diciottenne, dopo un viaggio drammatico ed estenuante, specialmente nei passaggi di frontiera.