07 Maggio 2021

Accade a San Costantino Albanese

Nelle montagne lucane, un paese fondato da popolazioni fuggite dall’Albania e dal Peloponneso nel 1534 festeggia una Madonna del cristianesimo bizantino con una fragorosa ritualità messicana.

Accade San Costantino Albanese

Shër Meria Illthit, la Madonna della Stella, non ha atteso la primavera di quest’anno per scendere al paese di cui è Protettrice. Mi raccontano che, preoccupata, ha lasciato il suo santuario già in autunno. «È stata la prima volta in cento anni» mi dice un paesano. Di solito aspettava la primavera e la vigilia della festa a Lei dedicata. Lo scorso anno no, la Madonna è arrivata a Shër Kostandini, la Chiesa Madre di San Costantino Albanese, paese lucano di 650 abitanti, fondato da popolazioni fuggite dall’Albania e dal Peloponneso nel 1534, dopo l’invasione ottomana dell’impero bizantino e la morte dell’eroe nazionale Skanderberg.

La Madonna della Stella non voleva lasciare soli nei mesi invernali i paesani, fedeli del cristianesimo bizantino, non voleva abbandonarli nei tempi difficili della pandemia, non poteva aspettare solitaria nel suo santuario della montagna. Già sapeva che, anche quest’anno, come nel 2020, non ci potrà essere la tumultuosa festa di maggio: questi mesi sono stati il tempo dell’attesa, della pazienza e della preghiera.

La seconda domenica di maggio è il grande giorno di San Costantino Albanese. Voglio ricordarlo perché questo giorno di festa porta con sé il sacro e l’allegria, la bellezza e la devozione. E disegna una strana geografia. Teatro di una festa pirotecnica: spari, fuochi d’artificio, petardi e girandole accompagnano l’uscita della Madonna dalla chiesa. E grandi pupazzi di cartapesta, i nusazit, protagonisti di quella domenica, si mettono in movimento. I furxharet, i fabbri, battono con forza su un’incudine; c’è un pastore, kapjel, che scambia sguardi con una giovane donna, nusja, dalla grande gonna.

Tutte le statue compiono giravolte sempre più rapide, fino a quando il loro destino non si compie: fra fumi e scintille, la donna, il pastore e i fabbri esplodono in un botto finale. Rimane in piedi solo un diavolaccio nero: djalthi minaccia con un forcone, agita la catena di un paiolo, fa le linguacce. Niente da fare: la sua testa finirà in mille pezzi. Tornata la tranquillità, i paesani, fino allo scorso anno, si incamminavano in processione con la Madonna per accompagnarla al santuario. Fra danze, suono di zampogne e ciaramelle, uomini e donne nei costumi tradizionali. Una piccola grande, bella festa.

A San Costantino c’è chi è pronto a giurare che i pupazzi e l’idea di far volare la testa al diavolo sia venuta, ai primi del ‘900, a Giuseppe Chiaffitella, conosciuto come Pllinja. Giuseppe aveva viaggiato e, in Messico, aveva assistito a una festa altrettanto esplosiva. Gli antropologi e i ricercatori sono sempre stati scettici: nessuno ha trovato prove del viaggio di Pllinja oltreoceano. Io mi schiero con chi crede a questa leggenda: quei pupazzi che esplodono ricordano il latinoamericana e mi piace questo meticciato.

Nelle montagne lucane, appena sotto le vette più alte del Pollino, un paese albanese festeggia una Madonna del cristianesimo bizantino con una fragorosa ritualità messicana. La migrazione cinquecentesca di un popolo si porta dietro la sua religiosità. E un migrante lucano, dei primi del ‘900 vi innesta una tradizione latinoamericana. Dove altro è possibile un incrocio così intricato di culture?

(La foto ricorda – maggio 2019, prima che il mondo cambiasse –  il girotondo finale della gente di San Costantino Albanese, di fronte al santuario della Madonna della Stella).

 

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Data di aggiornamento: 20 Maggio 2021
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