In cammino con il mio compagno cancro

Nel 2013 la diagnosi di cancro al pancreas e, subito dopo, inizia a camminare. Andrea Spinelli in questi sei anni ha percorso migliaia di chilometri, contro ogni previsione.
15 Ottobre 2019 | di

Il blog di Andrea Spinelli segna in apertura i chilometri percorsi a piedi: all’inizio di settembre erano 15.200. Normalmente, per un camminatore, quel che conta è l’esperienza, spirituale, culturale o di fede del cammino, non il numero dei passi o i chilometri. Ma Andrea ha un compagno di cammino particolare, un adenocarcinoma al pancreas, e i passi sono un modo di ringraziare la vita «nonostante tutto». 

«Un giorno – spiega –, quando questo conteggio si fermerà, desidero che non venga mai riportata la parola “incurabile” in riferimento alla mia malattia, ma che i chilometri percorsi a piedi restino come segno di speranza». Minuto, calvo, muscoloso e ironico, Spinelli è stato nell’aeronautica militare e fino a qualche anno fa lavorava come fotogiornalista. Ha raccontato la sua storia nel libro Se cammino vivo e ha portato la sua testimonianza alla Festa dei Cammini che si è svolta nella Basilica di sant’Antonio a Padova il 27 aprile scorso. Una storia straor­dinaria. In quei giorni era impegnato proprio nel Cammino di sant’Antonio. Partendo da Camposampiero era arrivato a La Verna la domenica prima di Pasqua: «Nella mia mente ho ancora i paesaggi fantastici che ho attraversato da Bologna in poi. Quando sono arrivato a La Verna ho pubblicato nel mio blog il video con il paesaggio straordinario che mi sono trovato davanti». «Era l’ottobre del 2013 – ricorda – quando mi hanno diagnosticato questa malattia. Allora non solo non sapevo che cosa fosse il cancro al pancreas, ma a essere onesto non sapevo nemmeno bene dove fosse il pancreas. Ero entrato in ospedale pensando di avere un’intossicazione alimentare e ho avuto questa diagnosi terribile. Ero steso a letto, in posizione orizzontale, e subito mi sono detto: “Devo rimettermi in piedi, devo uscire di qui con le mie gambe”».  Nel panorama dell’oncologia, la diagnosi di cancro al pancreas è una di quelle più temute: le statistiche dicono che a 5 anni dalla diagnosi, solo il 2 per cento dei malati è ancora vivo. «Dopo un intervento non andato a buon fine, il mio cancro è stato classificato come “non operabile”. Ci sono state la chemio e la radioterapia, ma a gennaio del 2015 mi è stato spiegato che non c’era più niente da fare. Niente. Come potevo accettarlo? Avevo in testa che volevo vivere, che è proprio l’opposto di “niente”. Così ho cominciato a fare la cosa più naturale per un essere un umano: camminare. Prima da casa all’ospedale e ritorno, poi passeggiate sempre più lunghe. Mentre camminavo mi accorgevo che le forze mi ritornavano. Voglio essere chiaro: camminare non è una cura miracolosa per il cancro, la mia malattia continua a fare il suo corso. Sono ancora malato di cancro, ma vado avanti a camminare». Non è stato Andrea a cercare i cammini, ma i cammini a incontrare lui: «Un giorno ho visto un cartello e, senza grande consapevolezza, ho cominciato a ripercorrere le orme degli antichi pellegrini sulla Romea Strata. Sono partito dal santuario della Madonna dei Lussari, in Friuli, ho percorso a piedi quasi 900 chilometri, ho valicato l’Appennino Emiliano nel passo di Croce Arcana per arrivare fino a Fucecchio, in Toscana. Ho camminato piano piano, interrompendo per i controlli e, tra una Tac e l’altra, ho scoperto che inaspettatamente il mio tumore non andava in metastasi. Nel tempo il cancro è diventato semplicemente un compagno. Un compagno che mi porto in giro. Non posso restare fermo ad aspettare la morte. È una cosa semplice, tanto quanto il camminare. Il messaggio che mi sento di dare è di non lasciarsi mai andare, cercare il bene in qualsiasi situazione; per me la tragedia è stata la malattia, per altri possono essere la perdita del lavoro o una separazione».  Nel suo percorso Andrea in questi anni ha affrontato cammini sempre più impegnativi: dopo la Romea Strata e la Via Francigena, il Cammino di Santiago che lo ha portato al cospetto dell’oceano Atlantico, macinando non solo passi, ma migliaia di chilometri, una distanza che prima, da sano, mai avrebbe immaginato di poter coprire. Cammina da solo, ma la solitudine è solo fisica. Con lui nello spirito c’è la moglie, una signora originaria di Manila, che lo sostiene e da cui lui sente di prendere la forza per affrontare le avversità e poi ci sono gli incontri casuali che forse proprio la malattia rende speciali. «Viaggio con lo zaino in spalle e, ovviamente – sottolinea –, non mi presento come malato di cancro. Eppure, volente o nolente, con gli sconosciuti che incontro si arriva a parlare della malattia. A quel punto nei miei interlocutori colgo sorpresa, stupore, ma trovo anche il desiderio di raccontarmi le loro sofferenze, anche vicende molto intime. L’essenza della viandanza è la curiosità che arricchisce, e ho capito che camminare è importante perché è un andare verso l’altro. Quindi, anche se ho percorso 15 mila chilometri in solitaria, da solo non sono mai stato».  Anche in questo momento è in una pausa (come dicevamo all’inizio, del Cammino di sant’Antonio), una di quelle che deve fare per sottoporsi ai controlli che la malattia gli impone. Lui li chiama «pit stop», come quelli della Formula 1. Ma è pronto a riprendere il cammino da La Verna verso Assisi. E poi? «Poi... non so. Porto con me un messaggio che voglio far conoscere a più persone possibile: se di cancro si muore, pur si vive. Le tempeste, nella vita, sono tante, non sono solo le malattie. L’importante è reagire a quel che ci accade di negativo col bene, con qualcosa di positivo. Per quarant’anni ho cercato la felicità, ora mi accontento di essere “contento”».

 

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Data di aggiornamento: 16 Ottobre 2019
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