Case-famiglia, la vasta rete del CNCA

Quello della casa-famiglia è un modello prezioso di integrazione. Per questo va tutelato dagli attacchi di un potere tanto egoista quanto imbecille.
16 Luglio 2019 | di

E così Salvini ha deciso di prendersela anche con le case-famiglia, forse perché non fanno distinzione tra ospiti italiani e immigrati accogliendo spesso bambini e ragazzini dai tribunali dei minori (in genere un’istituzione dove mi sembra operino giudici più sensibili e accorti, meno «borghesi» e conformisti di quelli che badano agli adulti che sgarrano). Molte di queste case-famiglia fanno parte della vasta rete del CNCA, Coordinamento Nazionale delle Comunità di Accoglienza, e non è la prima volta che subiscono interferenze e divieti, controlli e diffidenze da parte dei «rappresentanti dello Stato» dimentichi di dover rappresentare i diritti dei cittadini meno garantiti e fortunati, come sancito dalla Costituzione. Purtroppo molti cittadini, ricchi e comunque non affamati, sono insensibili a tutto ciò che non rappresenta i loro interessi e preoccupazioni e votano spesso proprio per persone che dimenticano chi è in difficoltà (e ce ne sono anche tra quanti si professano cristiani: una contraddizione tremenda). Del CNCA fanno parte, per quanto ne so, sul fronte educativo, circa 3 mila nuclei familiari, dunque diverse migliaia di persone, ma credo esistano altre piccole organizzazioni, più o meno collegate tra di loro, che accolgono adulti, adolescenti e bambini spesso affidati loro dai tribunali dei minori, con i dovuti e necessari controlli.

La diffusione delle case-famiglia è stata causata dalla crisi del welfare o, per usare i termini giusti, dalla politica dei governi che hanno abbandonato, con giustificazioni ideologiche di invereconda ipocrisia, negli anni della «privatizzazione» di quasi tutto quel che apparteneva allo Stato, e hanno buttato alle ortiche la tradizione dell’intervento dello Stato nell’assistenza, con strutture di tipo protettivo ed educativo per quanto riguardava i più piccoli, per esempio gli orfani di guerra o del lavoro (non era l’ideale, non sempre le burocrazie che presiedevano all’intervento erano preparate e aperte). Ma tuttavia lo Stato dovrebbe intervenire di più, sul piano della protezione delle iniziative private. Uno Stato solido e serio e responsabile. Il «privato» che hanno sostenuto tutti i governi degli ultimi decenni, a cominciare da quelli di sinistra, è stato invaso dai gruppi economici più astuti e abili o più potenti al solo scopo di fare nuovi profitti. La privatizzazione non ha reso migliore la vita degli italiani, e ha certamente reso peggiore, molto peggiore, quella dei «meno abbienti», e non aiuta certo i nuovi italiani, quei migranti delle cui braccia il nostro sistema economico sa bene di aver bisogno così come ne ha, nella penuria delle nascite, dei loro figli.

Ho pensato spesso in questi giorni a una casa-famiglia a cui sono stato e sono vicino, dalle parti di Aversa: una coppia di amici (sono stato loro testimone di matrimonio) che, tra avversità e successi ha «allevato» e preparato all’ingresso nella vita adulta e lavorativa tanti bambini e ragazzini avuti in affidamento. Sono, ogni volta che vado a trovarli, sbalordito dalla semplicità e maturità del modo in cui hanno «tirato su» ragazzi e bambini anche con storie famigliari molto brutte o, peggio, senza storie famigliari alle spalle, e senza fare troppa distinzione tra quelli e i loro stessi figli. Cento storie diverse che mi piacerebbe un giorno o l’altro ricostruire insieme ai loro genitori, Antonio e Fortuna. Ma non è questa la sola casa-famiglia che conosco, e quel che conta è che ci sia chi si comporta da genitore, non necessariamente una coppia regolarmente sposata (com’era nella vecchia e cara Nomadelfia di don Zeno Saltini nel dopoguerra). Ce ne sono altre di diverse consistenza e abitudini, ma sempre di case e in sostanza di famiglie si tratta, di un modello da difendere dagli attacchi di un potere (e dei suoi elettori) tanto egoista quanto imbecille.

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Data di aggiornamento: 16 Luglio 2019
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