Chi non salta… non è santo

La giovinezza spinge a scelte avventate, a essere abitati da grandi desideri e grandi passioni. Come accadde ad Antonio che, a 25 anni, decise di morire martire.
18 Agosto 2020 | di

Chiese, una volta, il discepolo al suo abba: «Padre mio, qual è la strada per arrivare alla perfezione?». Gli rispose l’anziano monaco, esperto di vita solitaria nel deserto, di visioni angeliche e di lotte col nemico: «Ma lo volete capire che non c’è strada? La strada si interrompe bruscamente e c’è davanti a noi solo un baratro: allora non resta che saltare! Questa è la “strada”». Antonio è una giovinezza che sta arrabattandosi per sistemare per bene tutto: perché i conti del dare e dell’avere siano in pari, e la lunga e a tratti difficile equazione esistenziale infine riporti il suo bel risultato, tondo e senza decimali. Quasi che le mete della nostra vita potessero essere l’esito scontato e prevedibile delle nostre previsioni e fatiche. Come se «1+1» dovesse sempre fare «2», anche nelle faccende dello Spirito, e tanto più nel discernimento vocazionale. Non è forse vero che, come canta il Salmo (125), possiamo andare piangendo, portando la semente da gettare, ma nel tornare, venircene con gioia, in mano i covoni che raccolgono i nostri risultati alfine raggiunti?!

Ma i giovani sono fatti così: basta poco, purché sia eccessivo, vero e almeno apparentemente definitivo, e non necessariamente davvero realizzabile, per infiammarli. Fare scelte avventate a 25 anni, significa avere 25 anni. Essere abitati da grandi desideri e ancor più grandi passioni. Lo scriveva molto bene il poeta Rilke, in una sua lettera del 14 aprile 1914: «A me succede spesso di chiedermi se l’appagamento abbia a che fare con il desiderare. Sì, se il desiderio è debole, è come se fosse solo una metà che ha bisogno di essere soddisfatto come seconda metà per diventare qualcosa di autonomo. Ma i desideri possono diventare una cosa unica, piena, sana che non ha bisogno di altro per crescere, formarsi e riempirsi. Delle volte si potrebbe pensare che proprio questo fosse la causa per la grandezza e l’intensità di una vita che si è impegnata con desideri troppo grandi che dall’interno spingevano in fuori, azione dopo azione, causa dopo causa e che quasi non si ricordavano più su cosa erano proiettati e in che si sono trasformati in modo elementare, come l’acqua forte che cade, in azione e cordialità, in coraggio felice». Già, questi sono proprio i giovani.

E Antonio, appunto, è uno di essi. La notizia del martirio di cinque frati minori in Marocco, che giunge a Coimbra giusto qualche giorno prima che lì approdino anche le loro stesse reliquie; la radicalità avventata della loro testimonianza di fede, incurante del dopo; il loro «fare» contrapposto al suo «sapere»; il coraggio sovrumano, diciamocelo pure, da supereroi; l’invidiabile e per certi versi tragico «per sempre» di quell’avvenimento; tutto ciò non può che infiammare il cuore e la mente di Antonio. E farlo decidere anch’egli per il martirio: la passione dei protomartiri francescani (passio è in latino il racconto della morte di un martire), diventa letteralmente la sua passione, ciò che ora più lo appassiona, il suo grande desiderio. Senza «se» né «ma», anche lui sarebbe morto per il Vangelo! «Lascia in pace il cielo, / se hai deciso di vivere / con gli occhi chiusi» (Michail Kuz’min), ma Antonio vuol vivere a occhi spalancati. È disposto, nella sua incoscienza giovanilista, altro che a lasciare in pace il cielo: a tentarlo! Non importa ancora se ciò, il martirio ricercato a tutti i costi, l’assurda pretesa di tenere la vita in proprio pugno, sia davvero in realtà così francescano: l’energia, secondo il primo principio della termodinamica, non si crea né si distrugge, ma si trasforma, passando da una forma a un’altra. Con questa carica energetica può osare… il salto.

 

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Data di aggiornamento: 01 Agosto 2020
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