A chi tocca, tocca

Antonio, che tutti ora «toccano» nella sua tomba, ha toccato per primo i cuori di uomini e donne. Un tocco benedetto, il suo, che ha scatenato guarigioni di corpo e spirito. Come sanno bene a Padova, casa sua, luogo di pietà popolare.
10 Novembre 2021 | di

Rasenta così tanto la banalità, da essere persino geniale: un semplice gesto, quello di toccare con il palmo della mano la tomba di sant’Antonio a Padova, appoggiarcela saldamente contro nel durare di una preghiera sussurrata con un filo di voce. È il gesto che, più prima che poi, ogni pellegrino compie nella Basilica del nostro grande Santo. Un gesto egualitario, che accomuna vescovi, frati, uomini e donne di ogni età, nazionalità, cultura, persino religione. Un gesto molto umano, anche se forse considerato poco nobile o sacro.

Non ci si vergogna a compierlo e neppure ha bisogno di spiegazioni tra di noi: dice tutto il nostro bisogno di appoggiarci a qualcun altro, di sentirlo concretamente accanto a noi. Appunto, quasi di toccarlo. Non è un meno di fede, semmai è ribadire tutta la concretezza del nostro credere. Che, proprio perché è nostro, voglio dire di noi uomini e donne, non può che rivestirsi di carne e ossa, parlare il linguaggio delle parole ma anche quello del corpo. «Diamo il cinque», accarezziamo, stabiliamo un contatto fisico anche solo attraverso un dito, come Elliot ed E.T. l’extra-terrestre: tutto per far circolare relazioni tra noi e, nel nostro caso, sant’Antonio.

Certo, non tutto è chiaro o adeguato, e forse nemmeno corretto. Tant’è che lo si definisce devozione popolare, e non sempre in senso positivo. Quasi ci potesse essere un sant’Antonio pop, fatto di immaginette, siqueris, statuine segnatempo, ex voto, e cioè un Antonio folcloristico e tradizionale contrapposto a uno aristocratico e nobiliare, oggetto di approfondimenti teologici, teologo ortodosso egli stesso. Una volta avevo letto una definizione insolita ma interessante del barocco, in quanto stile artistico, in particolare architettonico: è uno stratagemma, con le sue esagerazioni, le volute, le ellissi, le spirali, l’eccesso di curve, spigoli, gessi, le folle di persone stracolorate, le soluzioni costruttive ardite, le cupole, e tutto per cosa? Per tenere a bada l’angoscia, per ingannare la luce e disperderla.

Della stessa pasta, forse, anche la devozione. È fatta anch’essa così, per riuscire a sopportare troppa luce, troppa fede, tanto quanto troppa fatica, troppo dolore, troppe domande. Così fece l’anonima donna, «che aveva perdite di sangue da dodici anni e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando», toccando il lembo della veste di Gesù (Mc 5,25-34). Così fecero gli abitanti di Sansepolcro al passaggio di san Francesco, appena sceso dalla Verna con le stimmate impresse nella carne, assiepati attorno a lui a sfiorarlo con le proprie mani e senza che lui neanche se ne accorgesse (Vita Seconda del Celano, FF 685).

Ma ciò che forse ci sfugge è che chi tocca, prima… è stato a sua volta toccato! Gesù, facendosene un baffo di problemi di purità e impurità, toccava occhi, lingua, cadaveri, ma anche lebbrosi, bambini (cf. Mc 1,42; Lc 5,13; Mc 10,13; Lc 7,14). Antonio, che tutti ora «toccano» nella sua tomba o cercano di toccarne la statua portata in processione, ha toccato i cuori di uomini e donne, sani e malati, liberi e prigionieri, poveri e ricchi.

Un tocco benedetto, che ha scatenato conversioni, guarigioni del corpo e dello spirito: occhi che si sono finalmente aperti, mani che hanno buttato a terra sassi e pugnali, braccia che hanno accolto e stretto nell’abbraccio della solidarietà, labbra che hanno intonato lodi e richieste di perdono. Nella nostra vita di fede è tutto un «toccamento»! Convengo con le vostre perplessità. Non è granché logico tutto ciò, invero? Non importa, spesso i fili logici servono solo per far inciampare le persone…

 

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Data di aggiornamento: 10 Novembre 2021
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