31 Ottobre 2019

Quelli della notte…

La morte assomiglia alla notte, quella che alla fine di ogni giornata ci accoglie e ci dona il sonno e pure il sogno. Quella al cui termine c’è, immancabile, l’alba.
illustrazione di persona con candela

©JeSuisLAutre

«Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra Morte corporale». Come fa uno, come ha fatto Francesco, ad appellare la morte, la terribile e infaticabile falciatrice di uomini, così?! Come ha fatto ad andarle incontro come a una amica a lungo aspettata?! Ma non ci esercitiamo a essa ogni notte, quando andiamo a dormire? «Nella veglia salvaci Signore, / nel sonno non ci abbandonare: / il cuore vegli con Cristo / e il corpo riposi nella pace». E ancora, rimandi evangelici espliciti: «Signore, nelle tue mani affido il mio spirito», e «Ora lascia, o Signore, che il tuo servo / vada in pace secondo la tua parola». Sono alcune delle parole che si pregano durante l’ora liturgica di compieta, quella che chiude la giornata. E che, neanche tanto simbolicamente, sovrappone notte e morte. Come se «entrare» nella notte sia un po’ «entrare», o almeno imparare a farlo, nella morte. Un laboratorio quotidiano di esercizio della morte, come avrebbero detto i padri antichi. Che, infatti, ci hanno insegnato anche l’esame di coscienza prima di addormentarci, perché all’abbraccio del sonno bisogna presentarci in pace. Due miei carissimi amici, marito e moglie ormai da un bel po’ di anni, non spengono la luce se prima non si sono riconciliati tra di loro. «Non tramonti il sole sopra la vostra ira» (Ef 4,26), si legge significativamente alla compieta del mercoledì!

Non è il sonno, come la morte, un’esperienza di «abbandono», uno dei momenti in cui siamo più fragili e indifesi? Non è l’esperienza più esplicita del nostro limite, quell’ora davanti alla quale quotidianamente dobbiamo arrenderci? Prima o poi, anche se possiamo pure impegnarci, a furia di caffè, in qualche notte in bianco. Eppure, non sogniamo proprio durante il sonno? Non ci capita di intravedere idee e soluzioni proprio quando dormiamo? Durante il sonno perdiamo certo coscienza, almeno un certo tipo di coscienza, ma tutto il resto di noi, il cuore direbbe sempre la nostra preghiera di compieta, continua imperterrito a vivere come se niente fosse! Non ci succede di ritrovarci al mattino persino diversi da quelli che si erano infilati sotto le lenzuola la sera prima? E, soprattutto, non è esattamente durante il sonno che riposiamo, ricreando energie per tutto ciò che di nuovo ci sta per venire addosso? Alla notte non succede il giorno? La notte, ogni notte, è un «atto di fede»: non ci addormentiamo di solito sereni sapendo che le persone a cui vogliamo bene sono con noi e le ritroveremo al mattino? Il bambino non lo fa altrettanto, pur tra mostri sotto il letto e incubi che si insinuano tra i sogni d’oro, sicuro che su di lui vegliano papà e mamma? Certo, la notte è anche la notte della sofferenza, quando le prime luci dell’aurora non trovano altro da illuminare che il dolore. È la notte oscura, il buio pesto attorno a me, lo sconforto, la fatica che non porta risultati: e se fosse semplicemente annunzio di un’alba da intravedere strizzando gli occhi e scrutando l’orizzonte come le sentinelle? È la notte della lotta, del buio, della solitudine. Tanto quanto la notte della creazione, della liberazione, della promessa. La notte della salvezza e dell’incarnazione. Nella notte c’è l’uno e l’altro. Nella morte c’è l’uno e l’altro.

La morte, quella «seconda» ci direbbe Francesco d’Assisi, quella di chi ha saputo scommettere sul bene e sul bello fidandosi di Dio, non farà male a nessuno. Perché ci donerà l’ultimo grande sogno. L’ultimo pit-stop prima di spiccare il salto nell’eternità! Poi, dopo, basta: «Non vi sarà più notte, / e non avranno più bisogno / di luce di lampada né di luce di sole, / perché il Signore Dio li illuminerà» (Ap 22,5).

Data di aggiornamento: 31 Ottobre 2019
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