Congo: pigmei e bantù, una scuola per convivere

In un villaggio nella foresta congolese, due etnie che si scontrano da sempre, chiedono alle suore missionarie appena arrivate di fondare una scuola. Ma ognuno vuole la sua. Che fare?
03 Aprile 2017 | di

La convivenza tra etnie non è semplice in nessuna latitudine. Lo dimostra questo progetto realizzato con le suore francescane missionarie del Sacro Cuore nella Repubblica Democratica del Congo. A raccontarcelo è suor Rita Panzarin, la responsabile.

L’incipit sembra il prologo di una fiaba africana. A Sembè, piccolo villaggio nel cuore della foresta, ci sono due etnie in contrasto. Una è costituita dai pigmei, uomini che vivono nella foresta da oltre 30 mila anni. L’altra dai bantù, arrivati «solo» 2 mila anni fa, che si sono insediati lungo le strade. All’inizio le due etnie trovano un modo di convivere: i bantù, che temono la foresta, ricevono dai pigmei materiali e cacciagione, donando in cambio a questi ultimi il metallo per le armi. Ma un giorno l’equilibrio si rompe: i pigmei escono dalla foresta e i bantù li rendono schiavi, diventando i padroni della zona.

Nonostante siano passati secoli, la situazione è a questo punto quando suor Rita e le consorelle aprono la missione nella zona. L’unica novità è che le due etnie nel frattempo hanno incontrato un missionario francese che ha «costretto» due dei loro figli ad andare a scuola, in una città a un centinaio di chilometri da lì. Li portava e li andava a prendere ogni fine settimana. Risultato? Almeno due persone in tutto il villaggio ora sapevano leggere, scrivere e far di conto.

Evidentemente i vantaggi della cosa non sono passati inosservati, se le due etnie vanno da suor Rita a chiedere la scuola. Ma ognuno ovviamente vuole la sua. «Volete la scuola? – alza la posta suor Rita –. Ebbene fatela assieme, nel rispetto reciproco. Altrimenti non se ne fa nulla». All’inizio la suora non muove un dito per costruirla. Aspetta la loro iniziativa. «Non dobbiamo precederli. Dobbiamo accompagnarli», spiega.

La prima scuola è una capanna di fango. Non c’era un programma. «Ne abbiamo utilizzato uno dei salesiani, in cui gli allievi sono protagonisti». Lo scoglio più difficile è stata la lingua: «Il francese era necessario perché lingua ufficiale. Come seconda lingua si è scelto d’insegnare tutti e due gli idiomi locali! E la cosa nel tempo ha prodotto maggiore comprensione reciproca».

La nota dolente è rappresentata dagli insegnanti. C’erano solo i due «costretti» dal missionario francese. «Ho esortato ancora pigmei e bantù a mettersi d’accordo». Anche in questo caso ognuno aveva i suoi candidati, alcuni decisamente «improbabili», ma, grazie anche alla guida discreta delle suore, alla fine li hanno individuati : «Nulla a che fare con gli standard europei – mette in guardia suor Rita –, ma a loro modo sono efficaci. Per esempio, ce n’è uno che usa tutta una lingua sua, tanto che potrebbe creare un “nuovo dizionario”, ma è un genio della pedagogia. Non potrei mai fare a meno di lui!».

Pian piano la scuola migliora di livello. Si costruisce un primo edificio, insufficiente per la richiesta crescente delle tribù. Ed è a questo punto che interviene Caritas Antoniana, tramite l’Associazione Via Pacis, referente per la zona: da settembre 2016 a gennaio 2017, grazie a un finanziamento di 15 mila euro, le suore costruiscono 3 nuove aule di circa 60 metri quadri ciascuna. «Grazie a voi almeno altri 200 bambini potranno andare a scuola».

Soddisfazioni? «Tante. Uno dei nostri alunni pigmei è stato assunto da una Onlus americana che si occupa di protezione della natura. Un bell’esempio che si può progredire, rimanendo se stessi».

Data di aggiornamento: 26 Giugno 2017

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