Potessi onorare mia madre e mio padre

Incontro di catechismo per un gruppo di bambini di 10 anni. La riflessione sul quarto comandamento scoperchia drammi familiari, nascosti e profondissimi.
08 Giugno 2016 | di

C’è un comandamento, il quarto, «Onora il padre e la madre», che tocca in profondità la sensibilità dei bambini. Me lo conferma una mamma catechista, intelligente ed entusiasta del suo servizio alla parrocchia. Mentre mi parla, prendo appunti.
Il suo gruppo di catechismo è composto di tredici bambini di 10 anni. La giornata dedicata al quarto comandamento ha rivelato quanto sia sensibile il tema della famiglia per i bambini.
 
Questione di rispetto
Il bambino G. alza la mano: «Io porto rispetto a mio padre e mia mamma ma sono loro che non rispettano me». Catechista: «Quando senti che non ti portano rispetto?» G.: «Quando litigano davanti a me e mi parlano male l’uno dell’altro. Io non voglio entrarci nelle loro discussioni e non so come comportarmi».
Interviene il bambino N.: «A me lo dici? Pensa che io ho cambiato due papà. Con il primo sono arrivati i…, come si chiamano, i servizi sociali perché picchiava la mamma». Un bambino seduto accanto salta su: «Ma che fai? Non si raccontano queste cose. Devono restare in famiglia» obietta. Di nuovo G.: «Anche il nuovo compagno di mamma la picchia, una volta le ha tirato un calcio in faccia e siamo andati al pronto soccorso». La bambina L. chiede: «Cosa sono i servizi sociali?». Risponde A.: «Non sai cosa sono i servizi sociali? Ma dove vivi? Mi hanno detto che sono le assistenti sociali che rubano i bambini ai genitori. Io vado dalla psicologa da tre anni. Mi ha detto che la mamma è inadeguata a fare la mamma. Le ho chiesto: ma come è possibile che una mamma sia inadeguata?».
N. riprende la parola e si rivolge a G.: «Vedrai che poi passa. Io ci sono stato male quando il mio secondo papà ci ha buttato fuori di casa due settimane fa e ha dato della p... a mia mamma. Giuro che se lo rifà, ci penso io a sistemarlo. Ora siamo dai nonni, ma ho detto a mamma che guai se mi presenta un terzo papà». La bambina R.: «Il problema siamo noi bambini perché siamo cattivi». La bambina C. scoppia a piangere e si nasconde sotto il tavolo. Alla catechista che cerca di consolarla accompagnandola fuori dalla stanza, dice: «Sono triste, io queste cose non le voglio più sentire».
Al termine di un incontro insolitamente drammatico rispetto a quelli, vivaci ma piacevoli e distesi, dedicati agli altri comandamenti, T., che fino a quel momento non aveva parlato, dice: «Io provo vomito».
 
Non schierarsi, è stare dalla parte dei potenti
Nell’incontro successivo, i bambini che erano intervenuti la settimana prima riprendono l’argomento. Non ne hanno parlato in casa perché temono che i genitori si arrabbino e litighino ancora di più o che non li mandino più a catechismo. Resta per loro un mistero perché quegli adulti «da onorare» si comportino in questo modo.
Cari lettori e lettrici, purtroppo il resoconto è tutto vero. Se un incontro di catechismo scoperchia certe situazioni familiari non possiamo far finta di niente. Anche quando, come in questo caso, i bambini sono aiutati a parlare, non basta l’ascolto. Occorre che chi, a vario titolo, si occupa dell’infanzia faccia di tutto per pacificare, nei limiti del possibile, le relazioni familiari. Come Paulo Freire ci ha ricordato, lavarsi le mani del conflitto tra chi ha potere e chi non ne ha (i bambini), significa stare dalla parte dei potenti e non certo essere neutrali.

Data di aggiornamento: 26 Giugno 2017
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