Donne che sanno «stare»

A tu per tu con suor Veronica e suor Maria Maddalena, contemplative che hanno fatto del «confinamento» la loro condizione naturale.
20 Ottobre 2020 | di

Sono undici. Età media: 50 anni. Sono intelligenti e profonde, allegre e, soprattutto, pienamente realizzate. Eppure vivono «recluse» in quel di Borgo Valsugana (Trento). E la loro esistenza è un infinito rincorrersi di «stare»: stare tra quattro mura, stare insieme ma anche in solitudine, stare in silenzio. Sono le clarisse del monastero di San Damiano, nella valle trentina solcata dal fiume Brenta, fondato nel 1984 dal Protomonastero di Santa Chiara in Assisi. Abbiamo voluto incontrare le clarisse proprio seguendo il filo di quello «stare» che è la parola-guida di questo numero del «Messaggero». Uno stare che tutti abbiamo vissuto tra marzo e aprile e che, a differenza loro, noi non abbiamo scelto. Per questo il mio sguardo è volutamente disincantato quando arrivo qui. Voglio risposte chiare. È come se avessi ricevuto un mandato dal mondo «esterno» che guarda con diffidenza a queste donne. Quando incontro suor Veronica («la madre», come santa Chiara ha voluto si chiamasse la badessa) e suor Maria Maddalena, la prima domanda, quindi, non fa sconti: ma come fate a vivere sempre qui dentro?

Le due suore si guardano e mi guardano. Sorridono. Hanno occhi vivaci, volti luminosi. «Lo stare appartiene all’umanità di chiunque, è necessario – rispondono disarmanti –. Basti pensare alla dualità che ritma la vita: veglia/sonno, lavoro/riposo. Ma viviamo in un mondo compresso e un momento eccezionale come il confinamento vissuto tra marzo e aprile può far esplodere questa compressione provocando sofferenza. È normale. Accade anche quando rimettiamo in moto un muscolo che non utilizziamo da tempo: avvertiamo dolore. Però quel muscolo è necessario, è parte dell’essere umano. Anche noi abbiamo dovuto re-imparare la dimensione dello stare quando siamo entrate in monastero, ma ora, dopo anni, capiamo che è indispensabile a far fiorire la nostra “umanità più vera”. C’è però una precondizione che vale per noi e per tutti: lo stare deve recuperare concretezza, un centro attorno al quale far ruotare tutta la vita. Se non c’è un centro, qui ma anche fuori, si fugge alla ricerca di altro. Questo cuore è la relazione con un Tu che è Gesù Cristo, un Dio che si è fatto carne proprio per poter entrare in relazione con noi. Noi siamo fatti a immagine dell’umanità di Cristo, abbiamo il pensiero di Cristo, dice la Scrittura. Ma dobbiamo farlo nostro questo pensiero». 

Pare facile, detto così. Ma lascio parlare ancora la donna diffidente e disincantata che ho deciso di portare oggi con me. E incalzo: ma come si fa, concretamente, a mettere al centro la relazione con il Tu di Cristo? «Attraverso il rapporto costante con la Parola e attraverso la relazione con gli altri – rispondono all’unisono le religiose –. Il banco di prova della relazione col Cristo sono le relazioni fraterne. Non è facile viverle, ma sono loro a farci capire se la nostra vita è nella verità. È un percorso di continuo ricominciamento, che la Bibbia chiama con una parola ben precisa: conversione. Se manca il cuore, la relazione centrale, o se manca la relazione fraterna e la conversione continua, il confinamento diventa soffocante». 

Sì va bene, rispondo, convinta fino a un certo punto. Insisto: ma non vi pesa mai la clausura? «È talmente intenso l’impegno di vivere il Vangelo che davvero non ci sentiamo in clausura – dicono quasi con pudore –. Però, è vero, la nostra non è un’esperienza spontanea. Richiede una scelta e un continuo applicarsi. Lo “stare” è un’esperienza davvero alla portata di tutti, anche se noi, certo, siamo delle privilegiate, avendo tutto il tempo a nostra disposizione per viverla nel modo più pieno. E poi – aggiungono – è importante restare vere, anche riconoscendo la propria fragilità. “Stare”, infatti, significa in un certo senso stare in piedi di fronte a qualcuno, a Cristo, a se stesse, alle sorelle, accettando di essere fragilissime e recuperando di sé un’immagine positiva sia attraverso il rapporto col Signore che attraverso ciò che di bello di noi stesse ci rimandano le sorelle nel nostro confronto quotidiano con la loro umanità».

Le ascolto e mi accorgo che sono colpita dalla loro semplicità, profonda, mai banale. Lo si percepisce in modo chiaro che sono giunte a questa unità interiore attraverso un percorso durato anni, solcando il mare periglioso del dubbio, della fatica di essere. Ma il loro racconto passa leggero sulle difficoltà, come una madre che davanti al volto del figlio non ricorda più i dolori del parto. Però so che devo scavare ancora. E allora «sparo»: ma non vi sentite mai inutili? Madre Veronica sorride. «Quando siamo entrate in monastero abbiamo abbracciato una vocazione. E per portare a pienezza una vocazione non bastano un anno, dieci anni. È come per il matrimonio: la vocazione sponsale ha bisogno di una vita intera per esprimersi. Papa Benedetto XVI, qualche anno fa, in visita al monastero di Serra San Bruno, disse: “Molti si chiedono come si possa trascorrere una vita intera in monastero… Ma una vita è appena sufficiente!”. È proprio così: quando entriamo in monastero, la mentalità di cui ci siamo fino ad allora nutrite entra con noi. E capita che ci chiediamo spesso: ma io sto perdendo la mia vita? Ma proprio qui sta uno dei significati della nostra separazione fisica dal mondo: capire che, come diceva san Francesco alle sorelle di San Damiano, “la vita dello spirito è migliore”. Noi siamo qui per testimoniare questo a noi stesse e al mondo: la mentalità che ci porta a pensare che se non abbiamo successo non siamo nessuno, si può vincere cercando la relazione con Cristo e con le sorelle prima di ogni altra cosa. La separazione dal mondo inteso come mentalità materialista è un atto cui sono chiamati tutti i cristiani. È una sapienza, non un dovere morale. È un riconoscere che l’amore basta. Francesco lo ripeteva spesso: “noi valiamo tanto quanto valiamo davanti a Dio”. E davanti a Dio valiamo il sangue di suo figlio, il bene più prezioso». 

Le due monache stanno disarmando le ragioni del mondo che avevo voluto portare fin qui. Parliamo ancora a lungo e tocchiamo molti aspetti della loro vita, dalla solitudine al silenzio. Il loro eloquio è «morbido», avvolgente. Sono donne estremamente femminili e non posso non interrogarmi su questa femminilità così intensa. Comprendo così che la sua radice sta tutta in una profonda capacità di accogliere, che rende feconda la loro umanità. Un’accoglienza che è prima di tutto accoglienza di sé: «Nello stare impariamo anche la misericordia verso noi stesse – confermano infatti –, e questa è una dimensione femminile, materna. Basti pensare a Francesco, che ha voluto essere seppellito nudo nella nuda terra, mentre Chiara si è lasciata rivestire di vesti regali al momento della morte. Eppure, in modi differenti, entrambi hanno saputo accogliere, prima della povertà esteriore, la povertà estrema della loro umanità, quella che porta a mettersi davanti al Signore dicendo: “Vorrei tanto amare come Te, ma non sono capace”. Ma va detto con dolcezza verso se stessi». 
Il lungo dialogo è terminato. Ci salutiamo. Ho davvero tanto su cui riflettere. Le parole e la vita essenziale di queste donne mi hanno mostrato che «stare» può essere bello, pieno, intenso. Che non serve riempirlo di cibo o di tv o di canti dai balconi. Che essere «confinati» può avere un senso. E che la dolcezza può disarmare.

 

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Data di aggiornamento: 20 Ottobre 2020
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