I cipressi del Sahara

La tenacia di questi cipressi è commovente. Hai il desiderio di abbracciarli, incoraggiarli, confortarli. Intuisci i millenni della loro vita e della loro solitudine. I più giovani hanno almeno 600 anni, altri superano i duemila anni di esistenza sulla Terra. Sono imperiosi, bellissimi, affaticati, ma orgogliosi. Hanno rami contorti, un fogliame fitto e leggero. La loro chioma si allarga come a cercare una eroica grandiosità. Alcuni di loro hanno un tronco con una circonferenza di oltre dieci metri. A volte si alzano fino a sfiorare i venti metri di altezza. Pensate: questi alberi vivono in una geografia dove, tra il 2019 e il 2023, non è caduta, ad ascoltare chi ancora pascola su questo altopiano, nemmeno una goccia di pioggia. L’ultimo anno piovoso (si fa per dire: 81 mm di pioggia) fu il 1967. Per diciotto anni, tra il 1950 e il 2023, ne sono caduti meno di dieci millimetri. La media, negli ultimi settanta anni, è di 25 mm all’anno. Anche per questo i Cupressus dupreziana sono creature da amare. Vivono nel cuore del Sahara, il deserto arido più grande del mondo, sono alberi straordinari e potenti, relitti di altre epoche, unici esemplari sopravvissuti all’inaridimento della fascia centrale del Nordafrica. I Tuareg, abitanti originari di queste solitudini, chiamano questi cipressi Tarout, in lingua tamashek, mi spiegano, è un nome femminile e indica un profumo che si otteneva dalla loro resina.
I cipressi del Sahara vivono in un frammento del Tassili n’Ajjer, «l’altopiano dei fiumi», terra di una delle tante confederazioni di clan tuareg ai confini tra Algeria, Libia e Niger. È un immenso tavolato di rocce e sabbia, alto tra i 1400 e i 1800 metri, vasto 72 mila chilometri quadrati. Vi vivono solo piccoli gruppi di pastori transumanti, è una regione inaccessibile, qui si può venire solo a piedi, arrampicandosi lungo sentieri scoscesi ritagliati in una infinita falesia.
Un tempo, stiamo parlando dell’epoche finali del Pleistocene e dell’Olocene, ere di ripetute glaciazioni, le pendici e la spianata di questo altopiano erano coperte da una fitta foresta. Soprattutto di conifere. Poi «qualcosa» accadde: le piogge smisero di cadere, i monsoni non risalirono più l’Africa e oltre cinquemila anni fa questa terra cominciò a inaridirsi fino a diventare il Sahara, il Grande Vuoto, un’immensa regione desertica, terribile e bellissima. I fiumi si prosciugarono. In Tassili gli alberi preistorici, gli arbusti, le praterie si ritirarono in piccoli fortilizi ecologici, nicchie dove potevano provare a sopravvivere.
I cipressi del Sahara sono stati i soli «grandi alberi» a essere capaci di organizzarsi e resistere per millenni. Hanno cercato ogni ombra impossibile al riparo di grandi rocce, hanno vissuto vicino alle rarissime guelte, pozze d’acque che si formano dopo le poche piogge annuali, hanno cercato di seguire il corso scomparso degli oued, gli antichi fiumi fossili del Sahara. Hanno sviluppato radici profondissime che sanno trovare, nel sottosuolo, minime gocce di umidità. Sono riusciti a nutrirsi con rugiade invisibili. Sono sopravvissuti grazie alla loro testardaggine e alla loro pazienza: sanno fermare i cicli vitali, sanno aspettare, andare in quiescenza durante gli anni più estremi. Sono stati capaci di adattarsi a drastici cambiamenti climatici, hanno resistito alle violente escursioni termiche del deserto, alle siccità più estreme, a venti e sole impietosi.
Il primo occidentale, nella seconda metà dell’800, a rimanere sorpreso di fronte all’apparire di un cipresso in mezzo al Sahara, fu un religioso anglicano, un biblista appassionato di ornitologia, convinto che Dio abbia voluto guidare gli uomini nell’esplorazione e nella comprensione della natura. Si chiamava Henry Baker Tristram e fu stupito e felice di trovarsi di fronte a quegli alberi riemersi dalle preistorie. Suggerì che fossero ginepri. Si sbagliava, ma davvero aveva trovato una prova concreta dell’esistenza del divino sulla Terra. Sarà poi un capitano dell’esercito coloniale francese, comandante del presidio dell’oasi di Djanet, Paul Duprez, a descrivere, negli anni ’20 del secolo scorso, la meraviglia di quegli alberi unici che vivevano tra le pietre del Tassili. Decenni dopo, è una botanica francese Aimèe Camus, esperta di orchidee, a classificare e studiare i Cupressus e a suggerire il nome di quel capitano coloniale per la loro denominazione scientifica.
Un’altra botanica, l’algerina Fatiha Abdoun, alla fine del ‘900, si impegnò in un complesso censimento dei cipressi del Sahara. Furono quattro anni di faticose spedizioni. Non si stancò di camminare per chilometri e chilometri su terreni di pietre taglienti, di esplorare un’area di 700 chilometri quadrati. Fatiha, fra il 1997 e il 2001, mappò 233 cipressi «viventi».
Mentre, dopo una settimana di cammino, discendiamo, con fatica, dal Tassili, seguendo il precipizio dell’akba Jabbaren, sentiero proibito anche ai dromedari, incrociamo un piccolo gruppo di quattro uomini, le loro guide, i loro asini. Incroci fortunati in Sahara. Sono ricercatori Cnr, botanici, fitopatologi italiani. Vent’anni fa salirono una prima volta su questo altopiano. Da allora non si sono mai stancati di arrampicarsi lungo un dislivello di settecento metri pur di ritrovarsi davanti a questi alberi straordinari. Amano questi cipressi, è il loro lavoro, la loro missione. Che hanno dovuto sospendere per dieci anni, tra il 2011 e il 2022: il Tassili venne chiuso per l’insicurezza di questa regione durante la guerra civile libica. Non appena sono state riaperte le porte dell’altopiano, sono subito risaliti. Questi ricercatori stanno cercando di capire perché, da qualche decennio, dopo una vita millenaria, i cipressi «stanno male», stanno morendo. In uno dei «boschetti» più raggiungibili, la vallecola di Tamrit, nel 2007 si trovavano ben 19 cipressi monumentali: al ritorno in Tassili, i ricercatori italiani hanno dovuto constatare la morte di tre alberi.
I botanici calcolano che, nelle aree che hanno esplorato, siano morti, negli ultimi cinque anni, il 22% dei cipressi. Sta cambiando il clima ancora una volta e questa volta la colpa è dell’uomo: le temperature medie in Tassili, tra il 2019 e il 2023, hanno registrato anomalie di due gradi. Assieme a ragioni botaniche, ci sono altre colpe degli uomini (turisti, pastori, migranti, banditi, contrabbandieri..) e degli animali. I cipressi del Sahara sono monumenti vegetali fragili. Ben oltre il rischio della loro estinzione. Ascolto Gianni Della Rocca, ricercatore Cnr a Firenze, dire che «da cinquant’anni non si riproducono». I semi che disperdono non riescono a germogliare. Ma vengo anche a sapere che alcuni dei semi raccolti in Tassili stanno germinando nei laboratori botanici della piana fiorentina. Chiederò di poterli andare a salutare. Mostrerò a queste piantine le foto dei loro meravigliosi genitori.
I quattro ricercatori riprendono la loro salita. Le guide tuareg si salutano con abbracci e strette di mano. Noi riprendiamo a scendere in equilibro su ciottoli instabili. Alle mie spalle guardo la falesia-muraglia del Tassili. È impressionante, ti respinge, ti accoglie, ti invita. I giorni del cammino sull’altopiano sono stati stremanti, eppure hai voglia di risalire subito, di passare un’altra notte accanto a questi cipressi così ostinati, così sacri.
Per saperne di più: https://www.rivistasherwood.it/t/servizi-ecosistemici/tarout-per-cipressi-sahara.html.
Da trovare: Mario Chiapparini, Mauro Pezzotta, I cipressi millenari del Sahara.
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