La fede col sorriso
La vicenda del film Dio ride, (in uscita in Italia il 29 ottobre) diretto da Giovanni Veronesi, si colloca a metà del Seicento: un’epoca segnata da un profondo travaglio sociale e spirituale. In questo frangente storico cominciavano a intravedersi i primi bagliori dell’Illuminismo, portatori di una razionalità capace di mettere in dialogo la ricerca scientifica e il sentimento religioso. Tuttavia, a dominare la società era ancora la severa rigidità della Controriforma e dell’estetica barocca in un periodo di affermazione dell’assolutismo nella maggior parte degli Stati europei. La Chiesa, ferita dalle spaccature degli scismi e spaventata dalla perdita progressiva di un numero enorme di fedeli, si trovò costretta a rifugiarsi in un rigido e intransigente ritorno al dogma per tentare di arginare l’abbandono del cristianesimo. A questo clima di sospetto dogmatico si aggiungevano le devastazioni del periodo: un’Europa lacerata da guerre sanguinose e piegata dalla piaga drammatica della peste.
Il carisma di fra Leopoldo
È nei borghi del cuore della Toscana che si muove fra Leopoldo da Casamacchia – questa località è inventata – interpretato da Pierfrancesco Favino. Uomo orfano, povero e analfabeta, il frate cappuccino parla uno stretto dialetto umbro-toscano e ignora quasi del tutto la lingua italiana formale e, a maggior ragione, anche il latino, mantenuto dalla Chiesa cattolica come lingua ufficiale ancora per molti secoli, per arginare il protestantesimo. Rimasto solo a causa della scomparsa, per contagio, del suo superiore religioso (interpretato da Paolo Rossi), al quale si ispirava portando rispetto e fratellanza, fra Leopoldo rivela un dono unico: una fede autentica, spogliata di gerarchie e concettualismi. Racconta le parabole del Vangelo attraverso la chiave dell’umorismo, del non-giudizio e di una gioiosa e spontanea ironia. La sua capacità comunicativa, usando un linguaggio comprensibile, attira folle sempre più numerose di contadini e fa brillare gli occhi dei bambini affetti dai morsi della fame, incarnando l’invito ad accogliere le salite e l’impervietà della vita con quella leggerezza di cui scrisse Italo Calvino, e che papa Francesco richiama nella sua riflessione sulla gioia della relazione con Dio, ispirato al Libro del Siracide (Papa Francesco, Dio ride. Umorismo e gioia nella fede, 2015, Piemme).
I parallelismi con Manzoni
L’ambientazione e le dinamiche del film evocano parallelismi storico-sociali con il romanzo I promessi sposi di Alessandro Manzoni. Oltre alla coincidenza temporale del XVII secolo e al flagello della peste, la campagna toscana descritta nel film ripropone quella presenza soffocante di figure di controllo e di «bravi» territoriali che mettono a dura prova la vita degli ultimi. Come nel capolavoro manzoniano, la presenza dell’Inquisizione e il timore dell’eresia diventano lo strumento attraverso cui l’autorità cerca di disciplinare la spontaneità dei semplici. Quando la popolarità di fra Leopoldo attira l’indignazione delle alte sfere della Chiesa, papa Innocenzo X (interpretato da Carlo Cecchi) affida un sopralluogo inquisitorio al cardinale e commissario del Sant’Uffizio, Vincenzo Maculani (l’attore Silvio Orlando), famoso per aver condotto e ottenuto l’abiura di Galileo Galilei. Le fonti storiche non ci permettono di indagare l’esistenza di un frate Leopoldo da Casamacchia mentre è attestata la reale esistenza di Maculani, cardinale inquisitore coinvolto nella vicenda processuale dello scienziato pisano. Questo scontro tra la spontaneità contadina del frate e la severità dottrinale evoca anche la memoria cinematografica di opere dedicate alle fratture del pensiero moderno, come il celebre film Giordano Bruno diretto nel 1973 da Giuliano Montaldo, richiamando la tragica difesa della libertà di coscienza di fronte all’inflessibilità del dogma e all’accusa di eresia con la medesima consegna al braccio secolare.
Potere e libertà
Lo scontro dialettico tra potere e libertà nello sbilanciamento di forze che schiacciano i più deboli ha condotto Dio ride a essere scelto come film di chiusura, fuori concorso, alla recente 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. L’opera di Giovanni Veronesi, regista e sceneggiatore che negli anni Novanta ha rilanciato il cosiddetto cinema toscano, supera la finzione storica per trasformarsi in una parabola etica e teologica di straordinaria attualità nel confronto tra la libertà disarmante dei semplici e il potere timoroso dinnanzi alla forza di un linguaggio comprensibile e popolare. Nel serrato confronto tra l’inquisitore potente e il frate illetterato ma onesto, la «teologia del sorriso» finisce per incrinare le medesime certezze concettuali del tribunale ecclesiastico. Il film dimostra come il rigore istituzionale e la pretesa di controllo sulla fede smarriscano il senso del sacro, laddove la semplicità, l’empatia e la capacità di ridere delle umane miserie, con storie semplici e vicine ai fedeli, riescano ancora a restituire al messaggio religioso la sua forza più pura e rivoluzionaria.
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