Via la polvere della finta umiltà
«Il finissimo pulviscolo diventa visibile se è attraversato dai raggi del sole. E perché noi ciechi non vediamo i nostri difetti? Per il solo motivo che non li guardiamo attraverso la luminosa vita dei santi» (Sermoni, Domenica XII dopo Pentecoste, 6).
In termini generali siamo tutti ben disposti a dichiararci limitati, fragili, con tanti difetti. Se non altro lo facciamo per amore di umiltà. Sapendo che la persona umile tende a suscitare simpatia – chi si mostra superbo, invece, provoca di solito una certa repulsione – prendiamo di buon grado la strada dell’umiltà, almeno per cercare di apparire simpatici; e senza difficoltà ammettiamo di essere persone difettose. Se siamo onesti, però, dovremmo riconoscere che lo affermiamo in modo alquanto astratto e sbrigativo. Non ci crediamo sul serio. Siamo noi a dirlo di noi stessi. E se fosse qualcun altro a farci notare i nostri difetti? Se fosse qualche persona amica o di nostra conoscenza a farci notare in modo concreto e circostanziato qualche nostro errore? Qualche difetto? O, moralmente, qualche nostro vizio? Apriti cielo! È pressoché scontato che immediatamente ci difenderemmo, magari arrabbiandoci e negando di aver questo o quest’altro difetto. Scatta subito la nostra permalosità e impieghiamo una buona dose di energie per dimostrare – per lo più a noi stessi – di essere nel giusto.
Ecco dove sta la prova del nove: siamo davvero umili quando accettiamo la nostra manchevolezza senza irritarci troppo, anche quando sono gli altri a farcela notare. Sant’Antonio, le cui parole potrebbero apparirci pessimistiche e autoaccusatorie, ci aiuta in realtà ad ampliare lo sguardo. Senza mezzi termini prende atto, a nome di tutti, di quanto siamo ciechi, incapaci di renderci conto davvero dei nostri difetti. Per quanto sta in noi, infatti, le nostre mancanze hanno la consistenza di un pulviscolo sottilissimo, presente ma inavvertibile. Per vincere tale incapacità di vedere occorre una fonte luminosa. Non è la luce di una riflessione solitaria. Non è nemmeno la luce di una considerazione di sé basata su propri ideali. È piuttosto la luce che nasce da un confronto realistico con la vita dei santi. L’esempio concreto della loro testimonianza diviene salutare termine di confronto che ci aiuta ad aprire gli occhi e a farci cogliere il pulviscolo dei nostri difetti.
Forse il tratto più accattivante di tale intuizione di sant’Antonio sta in questo: per renderci conto della nostra limitatezza abbiamo bisogno di altri. Da soli non ci riusciamo. Di fronte all’evidenza silenziosa e chiara dell’esempio buono altrui, siamo messi davanti ai nostri difetti senza che alcuno ci accusi. È la concretezza disarmata dell’esperienza vissuta a illuminarci, senza accuse e senza svalutazioni pungenti. Non abbiamo più bisogno di difenderci. Caso mai possiamo lasciarci ispirare dalla vita buona dei santi. Non tanto per illuderci che un giorno potremo diventare così tersi e cristallini da non presentare più nemmeno un difetto, ma almeno per accogliere il nostro pulviscolo come ragione per divenire più umili. Più umili sul serio; non solo in apparenza tanto per sembrare più simpatici. A diradarsi un po’, per lo meno, potrà essere la polvere sottile delle nostre arroganze.
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