18 Gennaio 2026

La vita tranquilla

Segue le vicende di una famiglia russa perseguitata dalla polizia ed emigrata in Svezia il film «Quiet Life» di Alexandros Avranas (Francia e altri Paesi, 2024).
La vita tranquilla

È il 2018. Un russo, perseguitato dalla polizia, decide di emigrare in Svezia con moglie e due bambine, Alina e Katja. Ci riescono e fanno domanda di asilo politico. Ma le condizioni d’accesso sono rigide. Padre e madre (Sergei e Natalia) si impegnano nel lavoro, nell’apprendimento linguistico, nella cura del disadorno, anonimo appartamento assegnato a loro e ad altri rifugiati. Mandano i figli a scuola, in piscina, al coro, come prevedono le tradizioni locali. Gli ispettori domiciliari trovano tutto in ordine. Il frigorifero è pieno, il bagno pulito, i letti rifatti. Ma non basta. Mancano prove riguardo alle violenze subite dal padre nel Paese d’origine. Katja, la figlia minore, aveva assistito alla violenza, ma i genitori vorrebbero risparmiarle il trauma del ricordo e della confessione davanti a una severa commissione. Lo stress induce una regressione psico-fisica soprattutto a carico delle bambine. Gli stratagemmi di Sergei peggiorano la posizione diplomatica del gruppo, che dovrà farcela da solo, con la solidarietà di altri sventurati.

Quando un nucleo familiare è isolato o respinto, quando le leggi elementari dell’ospitalità vengono trasgredite, quando la povera gente, già ferita dal destino, trova barriere edificate dall’egoismo sociale, l’inferno è sulla Terra. Un inferno freddo, meccanico, impersonale, kafkiano. Un incubo di sordità in una terra angosciante, fatta di porte di sicurezza in salotto, di fastidiose luci al neon, di ossessiva paura dello sporco, di un ordine garantito da telecamere di sorveglianza h 24. 

La Svezia del film Quiet Life (dall’inglese: «Vita tranquilla») di Alexandros Avranas (Francia e altri Paesi, 2024) non è ovviamente la Svezia reale, ma è un Paese distopico, che concentra in modo iperbolico i difetti di una società occidentale individualistica. Su tutto grava un malessere implosivo, che invisibili autorità hanno deciso di coprire con un’architettura minimalista e insegnando il sorriso a tutti i costi, reprimendo le espressioni emotive, svalutando gli affetti familiari, rendendo i muri trasparenti come vetri da microscopio. Di sera tutto somiglia a un capannone industriale chiuso.  

Viene alla mente il comando del Governatore ne Il mondo nuovo di Aldous Huxley (1932): «Cittadini felici, ordinati, produttivi!». Ma i bambini (le bambine in questo caso) avvertono negli sguardi degli adulti, nelle richieste dei biondi coetanei, nei ritmi scolastici, nelle regole prandiali, nel silenzio innaturale, che i deboli non sono voluti, che la fragilità spaventa i potenti, che gli immigrati sono temuti come pericoli per la tradizione. I genitori smettono di scherzare e di giocare e invitano a mentire per sopravvivere. 

I più vulnerabili si ammalano. Con eleganza inquietante, abbassano il loro metabolismo al minimo necessario a sopravvivere e cadono, come per un incantesimo di streghe, nell’inconsapevolezza apatica, in una specie di coma vegetativo. Gli studiosi la chiamano sindrome da rassegnazione infantile, child resignation syndrome. To resign in inglese significa cedere, abbandonare, dare le dimissioni, adattarsi. To sign sta per «firmare». I bambini firmano le loro tragiche, improvvise dimissioni dalla vita. Non servono granché i reparti ospedalieri aperti ad hoc. I pazienti vengono sottratti all’ambiente domestico e alle famiglie (le quali sarebbero «di disturbo»). I corpi incoscienti, divenuti inerti alle sollecitazioni del personale e anzi segnati da patologie da ospedalizzazione (infezioni, piaghe, sintomi da immobilizzazione, difficoltà nell’alimentazione artificiale con sondino naso-gastrico), gridano silenziosamente il loro disgusto.

L’approccio biochimico e la disinfezione estrema degli ambienti sono inefficaci, innervosiscono il personale e colpevolizzano le famiglie. La malattia dura mesi, anni. Un’analisi etico-psicologica solleva domande radicali. Che cosa vogliono denunciare coloro cui lo spavento ha tolto voce e intelletto? Forse i pazienti rinunciano incoscientemente a crescere in luoghi così sottilmente violenti. Preferiscono cadere in uno Sheol (il regno dei morti nell’Antico Testamento ebraico, ndr) nebbioso, solitario, dove non c’è più né anima né Dio. Oppure vogliono far sentire, nella carne, a chi prende decisioni su di loro, un tagliente senso di vergogna. La malattia pare contagiosa come il suicidio: la tremenda impotenza, sperimentata dopo il distacco dall’ambiente natale, induce a un ritiro tragico per tutti.

I titoli di coda avvisano che la sindrome presumibilmente si espanderà, date le crescenti migrazioni per motivi economici o socio-politici. Ne sono colpiti in particolare i figli di rifugiati. Il quadro patologico (ancora controverso nelle classificazioni psichiatriche) è documentato in qualsiasi Paese (anche se diagnosticato in Svezia per la prima volta negli anni ’90) e può far seguito anche a lutti o traumi in famiglia. Il regista greco Avranas aveva già diretto Miss Violence (2013) su una famiglia disfunzionale. In Quiet Life i colori sono raffreddati, i movimenti di macchina rallentati, la recitazione è attutita e piatta, per far risaltare i rari momenti di rabbia e isteria, oppure per evidenziare il chiassoso giro terapeutico in auto con radio accesa e divertenti occhiali da sole. Per il resto, la musica cigola ambigua e la scenografia è pallida e anonima. Forse troppo. 

Il film parla della paura del regista, sbigottito dalla storia inquietante che si è immaginato. Una storia, i cui protagonisti cercano di scaldarsi tra loro, per consolarsi dall’abbandono. Il cinema ci porta nella sala noir da cui ci aspettiamo un annuncio di festa, dopo il buio della vita. Ma a volte troviamo solo un raddoppio di delusione. Il cinema non può mentire, non vuole illudere. Ci ingoia come Giona nel ventre di una balena. Verrà qualcuno a liberarci?

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Data di aggiornamento: 18 Gennaio 2026

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