12 Gennaio 2026

Potenza/Gaza, Hind aspetta ancora i soccorsi

Forse la storia di Hind Rajab, la bimba palestinese uccisa a Gaza Nord, esattamente un anno fa, è talmente drammatica e coinvolgente da lasciare silenziosi di fronte all’ultima opera di Jorit, celebre artista di strada.

Potenza/Gaza, Hind aspetta ancora i soccorsi

Forse Potenza è davvero lontana, capoluogo di una regione che continua a essere quasi sconosciuta. Lontana dai litigi social e dalle contrapposizioni a colpi di post. O, spero, forse la storia di Hind Rajab, la bimba palestinese uccisa a Gaza Nord, esattamente un anno fa, è talmente drammatica e coinvolgente da lasciare silenziosi di fronte all’ultima opera di Jorit, celebre artista di strada. Nessuna polemica, nessuna lacerazione, questa volta il lavoro di Jorit non ha provocato baruffe.  

Hind Rajab aveva 6 anni quando, il 29 gennaio dello scorso anno, cercava di fuggire dal suo quartiere assediato dall’esercito israeliano. L’auto sulla quale si trovava assieme ai suoi zii e cugini venne colpita dagli spari di un carrarmato. Solo lei e sua cugina erano ancora vive. Una nuova raffica ed è la fine anche per la donna. Ma aveva fatto in tempo, prima di morire, a mettersi in contatto con i genitori di Hind e con la Mezza Luna Rossa Palestinese. Il telefono era rimasto acceso e per ore la bambina chiese aiuto. Una ambulanza era appena a otto minuti di distanza dalla carcassa dell’auto. Si fece di tutto pur di salvare Hind. Ci vollero ore e ore prima di ottenere un’autorizzazione da parte delle autorità militari israeliane.

I soccorritori, allora, si mossero, arrivarono a pochi metri. In quel momento le mitragliatrici israeliane spararono di nuovo, 64 colpi, secondo l’inchiesta poi condotta da Forensic Architecture, un gruppo di ricerca inglese (diretto da Eyal Weizman, un architetto con doppia nazionalità israeliana e inglese), morirono gli uomini dell’ambulanza, Yusuf al-Zeino e Ahmed al-Medhoun, morì Hind. In tutto furono sparati 335 colpi contro quella macchina inoffensiva. I corpi di Hind, dei suoi parenti e dei soccorritori vennero recuperati solo dodici giorni dopo. 

Una regista tunisina, Kaouther Ben Haria, è stata capace di fare un film unico attorno alle ultime ore di vita di Hind. Attori che uniscono la loro voce a quelle «vere» di una donna e di una bambina prima che siano uccise. Il video sul cellulare che ha ripreso quanto accadeva nell’ufficio della Mezza Luna Rossa irrompe nel set cinematografico, la scena diventa doppia. Un film che aveva urgenza di essere realizzato per raccontare un dramma mentre la guerra a Gaza era ancora in corso. The voice of Hind Rajab ha vinto, lo scorso settembre, il Leone d’Argento alla Mostra di Venezia. 

Arriviamo a Potenza a mezza mattina. Sappiamo dove andare. Quartiere Libertà. Via Verdi. Edilizia popolare nel labirinto scosceso della città. Un bar. Un’edicola-tabaccheria proprio di lato al grande ritratto di Hind, una fila di lampioni e un piccolo parcheggio. Qualche ostacolo impedisce la visione nitida del grande murale, «sporca» la fotografia. Mi dicono che devo ripassare con il buio, quando l’immagine di Hind è illuminata. Jorit ha scelto di riprodurre il volto di Hind come appare in una foto di un giorno di festa. Una coroncina di fiori attorno alla fronte, il sorriso dolce di una bambina. Ci sono le doppie scarificazioni sulle guance di Hind. È il segno di Jorit, caratterizza ogni suo murale, l’artista vuole riunire in unica «tribù umana» uomini e donne diversissimi tra di loro. Il murale è alto 28 metri e largo 10. Raccontano che sono state necessarie seimila bombolette spray per dipingerlo.

Jorit, nome d’arte di Ciro Cerullo, nato a Quarto, quartiere flegreo di Napoli, ha dipinto affreschi simili ovunque: dalle periferie napoletane a quelle fiorentine, da Betlemme a Santiago del Cile, da Las Vegas a Cochabamba in Bolivia. Raffigurano innumerevoli personaggi celebri: da Maradona a San Gennaro, da Che Guevara a Fabrizio De Andrè, da Ilaria Cucchi a Luana D’Orazio, la giovane operaia uccisa dal malfunzionamento di un telaio a Prato, da Antonio Gramsci a Pablo Neruda, da Cassius Clay ad Angela Davies E poi ci sono anche Ornella Muti e Jurij Gagarin, murales dipinti il primo a Soči, il secondo a Odintsovo, appena fuori Mosca: per questo a Jorit si rimproverano simpatie filo-russe arrivate fino a un abbraccio, lo scorso anno, con Putin durante il Festival della Gioventù, sempre a Soči, lo scorso anno.

E ancora: il discusso murale a Mariupol, nel Donec’k occupato dai russi che ritrae, secondo l’artista, Nastya, una bambina sopravvissuta alla battaglia per la conquista della città ucraina. Una fotografa australiana, Helene Whittle, riconosce nel murale il ritratto di sua figlia, apparsa sulla copertina della rivista Capture. Polemica durissima. Jorit ammise di aver visto la foto di Helene, ma disse solo di aver preso le treccine e la maglia di sua figlia. La tecnica di Jorit prevede, inoltre, una scritta che rimane nascosta (e spesso affiora) sotto il murale: a Potenza, l’artista ha scelto parole del sociologo Alessandro Orsini, conosciuto per le sue posizioni a fianco della Russia in Ucraina. 

Chiedo a due amiche artiste e storiche dell’arte: cosa pensano di Jorit? «Lo trovo piatto e senza poesia. Un illustratore ripetitivo che opprime il paesaggio urbano con i suoi faccioni» mi scrive una di loro. «La sua arte mi affascina così come il modo in cui esprime il suo antifascismo» replica l’altra. Entrambe sono d’accordo su un punto: la sua tecnica è perfetta. «Il fatto è che piace anche a chi di arte non se ne intende, ai passanti che vanno a fare la spesa, a portare il cane ai giardini, a bere un caffè. Feroce è, invece, la critica Helga Marsala che sulle pagine di ArtTribune scrive: «Jorit (…) ha letteralmente e impunemente invaso Napoli con il suo iperrealismo stucchevole, teso a stupire, a saturare, a monumentalizzare la riconoscibilità di personaggi pop presi in prestito dal mondo dello sport, del cinema, della televisione, dell’attualità, tutti equivalenti e tutti funzionali a una nuova idolatria di massa che costruisce enormi poster urbani, anziché piccole edicole votive». 

Basta. Il viaggio a Potenza ha preso una direzione che non volevo. Nel capoluogo lucano, per lo meno, Jorit e la sua arte non hanno scatenato polemiche o risse social. Anzi, la gente del quartiere Libertà mi è apparsa contenta del murale. Mi appoggio a un’auto e guardo il volto di Hind. Credo che sia importante che sia stato realizzato qui, in questo quartiere, che i costi ingenti dell’opera (40mila euro) siano stati sostenuti, come mi dicono, da privati; che il Comune si sia impegnato, così leggo, a illuminarlo a notte «per sempre»; che i condomini del palazzo sulla cui facciata si trova il murale abbiano approvato il progetto; Domenico, barista baffuto, di Take Time, bar nello slargo del parcheggio, mi regala le foto delle fasi di realizzazione del murale; chiedo a una donna di scattarmi una foto sotto il murale. 

In queste prime settimane del 2026, Gaza è scomparsa dalla luce dei riflettori, nessun giornalista può entrarvi nemmeno dopo la firma della tregua tra Israele e Hamas; entro la fine di febbraio, trentasette organizzazioni umanitarie, cacciate dal governo di Tel Aviv, dovranno lasciare la Striscia. Un altro artista, Vauro, lo ha spiegato in una sua vignetta: un padre palestinese, sotto una pioggia gelida dice al figlio ridotto a pelle e ossa: «È inutile che insisti a morire di fame tanto non ci si fila nessuno». Gaza è sola. A Potenza, per quel che vale, Hind continua a sperare che i soccorsi arrivino in tempo. 

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Data di aggiornamento: 12 Gennaio 2026

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