Nella palude del padre
Un racconto che si dipana tra due foto. È questo l’ultimo libro di Eraldo Affinati, Nella palude del padre, un lungo viaggio interiore, ma anche fisico, alla ricerca del padre. Anzi, della restituzione a se stesso e al proprio padre di una storia mai rivelata appieno. L’avvio si snocciola, infatti, a partire da una vecchia foto che ritrae il padre dello scrittore da bambino, insieme con la sorella, la madre e due altri parenti. Lo sguardo è triste, quasi lasciasse trapelare il presagio della solitudine a cui quel bambino verrà di lì a qualche anno condannato. Fortunato, il nome del piccolo Affinati, che portava il nome del nonno paterno, ma il cognome della madre, perché lui e la sorella dal padre Umberto non furono mai riconosciuti. E così, alla morte prematura della madre, i due fratelli, appena adolescenti, finirono, rispettivamente, in una sorta di orfanotrofio lei, e letteralmente per strada, a vagabondare, lui.
Seguiamo Eraldo Affinati pagina dopo pagina in questo viaggio alla ricerca di origini mai svelate: una casa, una via, una città. Ma, soprattutto, lo seguiamo in quello che è stato uno dei motori della sua intera esistenza e di cui forse mai come in questo libro egli prende consapevolezza: la ricerca nei volti dei suoi alunni, spesso migranti o comunque provenienti da situazioni difficili, del volto di suo padre, ragazzino solo, vagabondo, ma dotato di una forza vitale incredibile. Una forza che gli permise di costruirsi un futuro buono, di sposarsi e di avere poi a sua volta dei figli, nei quali trovò una qualche forma di riscatto alla sua condizione di orfano. Eppure in quel padre Eraldo Affinati scruterà sempre il volto incompiuto, la voce mai espressa del ragazzino di quella foto iniziale, che serba in cuore un dolore troppo silenzioso, perché dargli parola avrebbe potuto significare farsene travolgere ancora. E allora ci pensa il figlio scrittore a restituirgliela quella voce, una voce immaginata, ricca di domande aperte e piena di risposte possibili. Una restituzione che è stata probabilmente all’origine della sua stessa scelta di diventare uno scrittore, come ha raccontato di recente lui stesso.
Questo racconto, intimo e corale al contempo, ci restituisce la storia di una intera generazione alla ricerca di partorire se stessa in una nuova possibilità di vita buona, che abbia cielo ma anche radici. Perché se il cielo ti dona le ali, le radici ti danno la forza di usarle. E allora la seconda foto, quella a conclusione del volume, sta lì proprio a dirci questo: Eraldo che tiene in braccio un bimbo africano, in un viaggio in Gambia compiuto su invito di un suo alunno, è l’archetipo del «padre» che culla un figlio, poco conta di chi sia. Alla fine, pare dirci quest’ultima immagine, siamo tutti «uno» e le nostre storie si intersecano, si mescolano, ci riguardano. Tutti padri e tutte madri, tutti figli e tutte figlie gli uni degli altri.
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