28 Settembre 2026

Evviva l’egoismo!

L’amore di cui ci parla il Vangelo parte da un «sano» egoismo che ci chiede di amare noi stessi e, proprio per questo, di amare gli altri. Perché solo amando gli altri realizziamo noi stessi e una vita piena. E otteniamo la gioia vera e la vita eterna.
Evviva l’egoismo!

© Margherita Allegri

«Fratelli, non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole; perché chi ama l’altro ha adempiuto la Legge. Infatti: “Non commetterai adulterio, non ucciderai, non ruberai, non desidererai”, e qualsiasi altro comandamento, si ricapitola in questa parola: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. La carità non fa alcun male al prossimo: pienezza della Legge infatti è la carità» (Fil 2,3-4)

«Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri» (Rm 13,8-10)

 

Per questo mese di settembre abbiamo scelto due stralci di lettura tratti dalle Lettere di san Paolo, presenti nelle liturgie di due diverse domeniche. Abbiamo voluto accostarli, perché la sintesi di ciò che esprimono ci è sembrata offrire una riflessione più completa rispetto all’analisi di un singolo brano.

Nella Lettera ai Romani, Pao­lo fa un magnifico riassunto di tutto quello che c’è da imparare dalla Parola di Dio: «Amerai il tuo prossimo come te stesso». Tutto quello che siamo chiamati a fare è amare chi ci è vicino; per noi famiglie, questo prossimo si identifica innanzitutto col coniuge e coi figli. Si tratta di un’indicazione meravigliosamente semplice e, allo stesso tempo, complessa. È semplice, perché basterebbe misurare e filtrare ogni gesto, parola o progetto nei confronti di chi ci sta accanto chiedendosi – preferibilmente in anticipo –: «Ma con questa azione, questa parola o questo progetto, sto davvero amando chi la vita mi ha portato ad avere accanto?». Di fronte a una tua dimenticanza o trascuratezza, se ti rispondo con certe parole e con un determinato tono, ti sto amando? Se decido di passare il fine settimana in bicicletta con i miei amici, consapevole di lasciarti sola con due bambini piccoli, ti sto amando oppure no? Se ti tengo il muso per due giorni a causa di una parola sbagliata, o se mi metto a urlare e sbatto a terra un piatto, ti sto amando? Semplice, no? Se quello che diciamo, facciamo o progettiamo non supera il setaccio dell’amore, allora non dobbiamo farlo; se invece porta con sé un’intenzione di bene verso l’altro, allora va fatto.

Eppure, l’esperienza ci insegna che la realtà è ben più complessa. In quel meccanismo ci siamo anche noi, con i nostri bisogni affettivi, le nostre ferite emotive, la nostra sensibilità e la nostra storia. Quando chi ci vive accanto ci trascura o agisce in modi che ci feriscono – sia che si tratti di episodi isolati o di dinamiche più continuative – tutto diventa più difficile. Subentra il rispetto che dobbiamo a noi stessi, emerge il dolore che ci spinge a difenderci e che, di conseguenza, ci porta ad attaccare l’altro o ad allontanarcene. Dobbiamo amare l’altro come noi stessi: siamo quindi chiamati ad amare anche noi stessi. Questo passaggio è utile e necessario affinché l’amore non si confonda con l’indebito adattamento, con un bisogno patologico di dipendenza, o con la necessità di sentirsi continuamente riconosciuti e accolti perché la nostra stessa esistenza finisce per dipendere da come l’altro ci guarda o ci tratta. Se amo me stesso, allora il mio amore verso di te diventa veramente libero e generoso. Se ti amo, non è per elemosinare un briciolo di valore che attenui il dolore dei miei «buchi neri» esistenziali, ma perché tu sei una promessa di bene che si realizza proprio nel mio donarmi a te.

In un altro passaggio, tuttavia, san Paolo ci dice che dobbiamo considerare gli altri superiori a noi stessi. Come si coniuga questo invito con l’amore dovuto a noi stessi? A nostro parere, qui può venirci in aiuto il concetto di «sano egoismo». Il sano egoismo non ha nulla a che fare con l’egoismo patologico, con l’egocentrismo o con il principio del «quando sto bene io, del resto non mi importa». Il sano egoismo è quello che ci porta a desiderare la realizzazione della nostra umanità, a tendere a una gioia piena e a spenderci per i nostri valori, consapevoli che da questo cammino usciremo uomini e donne più completi. È quel dinamismo che spinge a considerare gli altri come persone di cui prenderci cura, anche a scapito di un piacere personale; e questo non per una generosità astratta o un altruismo di facciata, ma perché sappiamo che la gioia dell’altro sarà anche la nostra, che il bene dell’altro produrrà un bene in noi, e che «se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto».

E noi desideriamo che la nostra vita porti frutto. Si tratta, in fondo, di un sano e «furbo» egoismo: amando gli altri, stiamo in realtà percorrendo la strada verso la nostra stessa realizzazione e una vita piena. Donando tutto di noi stessi siamo «egoisti» perché sappiamo che questo dono ci regalerà la gioia vera e la vita eterna. Allora, considerare gli altri superiori a se stessi, amare se stessi e amare gli altri non è un progetto schizofrenico, bensì la via stretta per una vita davvero bellissima.

Auguriamo a tutti noi di poter amare nostra moglie o nostro marito in questo modo: non per dovere, non per sentirci «bravi», ma perché siamo furbi, e sappiamo che questo è l’unico modo per vivere un’esistenza che sia davvero degna di essere vissuta.

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Data di aggiornamento: 28 Settembre 2026
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