Francesco: un uomo «di Chiesa»
«E il Signore mi dette tale fede nelle chiese, che io così semplicemente pregavo e dicevo: “Ti adoriamo, Signore Gesù Cristo, anche in tutte le tue chiese che sono nel mondo intero e ti benediciamo, perché con la tua santa croce hai redento il mondo”» (Testamento: FF 111): è significativo che, subito dopo l’iniziale memoria del rivoluzionario incontro con i lebbrosi, Francesco ricordi nel suo Testamento l’esito di un ulteriore protagonismo del Signore nella sua esistenza. Gli aveva infatti dato di incominciare a fare penitenza, lo aveva condotto tra quelli che erano stati amari per lui da guardare, gli aveva dato fede nelle chiese. Il legame del santo di Assisi con la Chiesa è esso stesso un dono, così come la «grande fede nei sacerdoti che vivono secondo la forma della santa Chiesa romana, a motivo del loro ordine» (FF 112), anche se l’avessero perseguitato o se fossero stati «poverelli» di cultura e di risorse, come quello che dimorava nella chiesetta in rovina di San Damiano.
Francesco è cosciente e grato per il darsi dell’altissimo Figlio di Dio nella Chiesa, nel santissimo corpo e sangue che solo i sacerdoti amministrano agli altri (cf. FF 113). La Chiesa è, dunque, per il santo l’alveo imprescindibile in cui accogliere, discernere e realizzare la volontà dell’Altissimo e in relazione alla Chiesa – seppur da lui non immediatamente compreso – è il primo mandato che egli riceve dal Crocifisso all’inizio del suo nuovo cammino: «[…] va’, ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina» (Vita Seconda: FF 393). L’assisiate ripara materialmente non solo San Damiano, ma anche l’antica chiesa di San Pietro (oggi non più esistente) e la chiesa dedicata alla Vergine nel luogo chiamato Porziuncola. Osserva a riguardo san Bonaventura nella Leggenda maggiore: «Proprio per disposizione della Provvidenza divina, che lo dirigeva in ogni cosa, il servo di Cristo aveva restaurato materialmente tre chiese, prima di fondare l’Ordine e di darsi alla predicazione del Vangelo. In tal modo non solamente egli aveva realizzato un armonioso progresso spirituale [...]; ma aveva anche, con un’opera tangibile, mostrato e prefigurato simbolicamente quello che avrebbe fatto in futuro. Infatti, così come furono riparati i tre edifici, sotto la guida di quest’uomo santo si sarebbe rinnovata la Chiesa in tre modi – secondo la forma di vita, la Regola e la dottrina da lui proposte – e avrebbe trionfato una triplice milizia di eletti» (FF 1050).
In un contesto agitato dall’insidia delle eresie, Francesco e i suoi compagni per la loro radicale esigenza di povertà rischiavano di essere confusi tra i movimenti pauperistici eterodossi del tempo. È l’aggancio ecclesiale fin dall’inizio e costantemente cercato dal santo a preservare il gruppo dall’equivoco. Già nel 1209 egli – con il primo sparuto drappello di frati – si era recato a Roma per ricevere approvazione di una regola di vita dal Pontefice, e Innocenzo III l’aveva concessa a voce. L’Anonimo perugino racconta lo stupore del Papa dinanzi alla semplicità di colui che gli esponeva la rivelazione ricevuta dal Signore e che gli si inchinava innanzi promettendogli obbedienza con umiltà e devozione. «E il signor Papa – prosegue la fonte – concesse la Regola a lui e ai suoi frati presenti e futuri. Gli diede altresì autorità di predicare dovunque, secondo la garanzia largitagli dallo Spirito Santo, e autorizzò a predicare anche gli altri frati, a cui il beato Francesco volesse concedere l’ufficio della predicazione» (FF 1528).
Lo sviluppo della forma di vita francescana è nel solco dell’obbedienza alla Chiesa e della custodia della cattolicità, garantita anche dal legame speciale di Francesco con il cardinale Ugolino, vescovo di Ostia e futuro papa Gregorio IX e che nel Testamento il santo significativamente definisce «signore, protettore e correttore di tutta la fraternità» (FF 126). La Chiesa – nella sua legittima gerarchia – è dunque istanza di coerenza e di verità, è la guida sicura sulla via del Vangelo. Lo si coglie nelle prime righe della Regola bollata, approvata da papa Onorio III nel 1223: «La regola e vita dei Frati Minori è questa, cioè osservare il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo, vivendo in obbedienza, senza nulla di proprio e in castità. Frate Francesco promette obbedienza e riverenza al signor papa Onorio e ai suoi successori canonicamente eletti e alla Chiesa romana» (FF 75-76). In una irrinunciabile fedeltà Francesco attua la sua riforma spirituale, dall’interno della Chiesa, senza contrapporsi o separarsi in nome di una superiore radicalità e purezza evangelica. Non la contestazione, quindi, ma l’umiltà e la fraternità come esito di quel sine proprio, di quella povertà ed espropriazione che non rivendica ragioni ma che offre testimonianza.
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