Nuovi volti per un antico carisma

Il Vietnam incontra la Sardegna nel nome di san Benedetto. Accade nell’abbazia di San Pietro di Sorres, a Borutta, nel Nord dell’isola, dove da due anni sono arrivati cinque giovani monaci vietnamiti.
24 Agosto 2026 | di

Un ponte tra Oriente e Occidente, nel nome di san Benedetto, come nella migliore tradizione monastica. È quello che ha permesso il rilancio dell’abbazia di San Pietro di Sorres, a Borutta, tra le colline del Meilogu, nel Nord della Sardegna. Un monastero che quest’anno celebra i settant’anni della sua fondazione, avvenuta nel 1956. 

«Nova et vetera, Europa e Asia qua camminano insieme, annunciando e condividendo la salvezza di Cristo Risorto»: a parlare è l’attuale abate di San Pietro, padre Luigi Tiana. Da due anni, infatti, un gruppo di giovani monaci vietnamiti si è inserito tra le fila della comunità benedettina sublacense, che negli anni Cinquanta del secolo scorso si era insediata presso l’antichissima chiesa di San Pietro, sorta nel XII secolo come cattedrale della diocesi di Sorres, una sede vescovile medioevale soppressa e unita nel 1503 all’arcidiocesi di Sassari con la bolla Aequum reputamus di papa Alessandro VI. Una meravigliosa basilica romanico-pisana che giaceva, come abbandonata nel sonno, nel silenzio solenne della assolata campagna sarda, insieme ai ruderi dell’antico episcopio, che sarebbe divenuto fulcro del nascente cenobio monastico.

A interrompere quel silenzio, fino ad allora rotto solo dal belare delle pecore che pascolavano nei campi vicini, sarebbe però presto arrivata la pacata salmodia dei benedettini. Un coraggioso gruppo di monaci sublacensi dell’abbazia di San Giovanni Evangelista di Parma aveva infatti risposto all’invito dell’arcivescovo di Sassari, Arcangelo Mazzotti, che desiderava la rifioritura del carisma benedettino in Sardegna, da dove mancava ormai da diversi secoli. Mazzotti aveva individuato in quel luogo solitario e abbandonato, ma carico di storia, il sito in cui riportare, dopo lunga assenza, la presenza dei figli di san Benedetto.

La rinascita

Così Sorres rinasce: da cattedrale a monastero. Da subito l’abbazia diventa punto di riferimento importante per la Chiesa e la società sarda: luogo di preghiera liturgica, ma anche di intensa vita culturale, con la fondazione della scuola di restauro dei libri antichi, l’organizzazione di convegni e momenti di studio, tra i quali primeggiano le annuali Settimane Bibliche, oltre alle riunioni della locale Conferenza episcopale, che per anni trovano la loro sede tra le mura del monastero. 

Una presenza, quella dei benedettini, importante ma, nello scorrere degli anni, sempre più esigua e con una età media dei religiosi abbastanza alta, che ultimamente faceva temere persino la possibilità di una chiusura. Nel 2024, invece, ecco un rilancio insperato: «Sono passati due anni dall’arrivo a Sorres dei giovani monaci dal Vietnam» racconta l’abate Tiana. Che però spiega chiaramente che non si cercava solo un incremento numerico, un rinforzo: «Non si trattava solo di salvare la presenza monastica in Sardegna, ma di creare un novum nel solco della millenaria tradizione benedettina, con l’apporto antropologico e spirituale che ci proviene da un Paese come il Vietnam, che ha sofferto moltissimo a causa delle guerre che lo hanno travagliano sin dai primi decenni del Novecento».

E così, proprio da un Paese tanto provato ma con una presenza cristiana convinta e significativa, è arrivato in Sardegna un drappello di giovani che portano con loro la fede e la cultura della terra natale: «Una Chiesa martire, quella vietnamita, che ha saputo vivere la fedeltà a Cristo nel momento in cui l’ateismo comunista si ergeva come ideologia egemone in diverse parti del mondo – precisa Tiana –. Una Chiesa costruita sulla roccia di Cristo, con la continua presenza della Madonna, venerata nel grande Santuario nazionale di Lavang, così come qua, a Sorres, la veneriamo con il titolo di Regina del Meilogu, la regione della Sardegna nella quale sorge il nostro monastero». 

L’inserimento dei monaci vietnamiti ha portato nuova linfa sulla collina di Sorres, che domina le assolate campagne sarde, costellate di piccoli borghi, e spesso sferzata dal vento di maestrale. Ora è il vento dello Spirito quello che soffia su quelle antiche mura baciate dal sole a ogni alba e a ogni tramonto: «Questi fratelli provengono da un popolo che ha saputo riscattarsi attraverso la sua intelligente laboriosità, e oggi ci dona una importante testimonianza di fede. Portano con la loro una grande esperienza di fede e di umanità, una nuova luce».

La restituzione

Proprio in occasione dei settant’anni della fondazione del­l’abbazia, ecco i primi, significativi, frutti vocazionali: da poco la comunità ha celebrato per la prima volta la professione perpetua di un vietnamita, dom Alberto, che arriva ad appena un anno dall’ordinazione sacerdotale di dom Mattia

«Dom Alberto ha 33 anni e proviene dalla nostra abbazia di Thien An, che significa la pace del Cielo. È arrivato qui due anni fa, insieme al primo gruppo di confratelli. Attualmente sono cinque i monaci provenienti dal Vietnam, e lui è il più giovane, fino a qualche mese fa era ancora di voti temporanei, e ha fatto la professione perpetua lo scorso maggio. Un ragazzo che ha studiato, si è laureato in lingue e ha approfondito soprattutto la lingua cinese, quella inglese e poi il francese. Dopo la professione semplice, ha poi scelto di aderire al progetto di trasferirsi qui in Sardegna, una chiamata che lui avverte come la restituzione missionaria del dono del Vangelo e della vita cristiana che l’Europa, a suo tempo, fece al continente asiatico». Il monastero benedettino sardo vive così ora un nuovo inizio, una vera rifondazione: «In concordia e carità, mettendo insieme l’italianità, presente con sei monaci, e la peculiarità del popolo vietnamita, rappresentata da altri cinque monaci».

«Sono molto felice della scelta che ho fatto: offrire la mia giovane vita al Signore, e di averlo fatto venendo qui in Sardegna» racconta dom Alberto. «Ho una profonda gioia nel mio cuore: pregando, come mi insegna il Salmo 27, voglio vivere chiedendo una sola cosa al Signore: abitare nella sua casa tutti i giorni della mia vita. Desidero vivere per Dio e per i fratelli e le sorelle che il Signore mi farà incontrare qua in Italia».

Il più grande impegno, in questi primi passi, oltre alla fedeltà al ritmo della preghiera e del lavoro, «è il necessario apprendimento della lingua italiana e, contemporaneamente, la scoperta della terra e della cultura sarda – sottolinea ancora dom Mattia Tran –. Nonostante le inevitabili difficoltà e diversità di lingua, cibo, cultura, e la lontananza dalla propria terra e dalla propria famiglia, il desiderio di offrire la propria vita a Dio rende possibile investire con gioia la nostra giovane vita di monaci come aiuto e comunione alle realtà monastiche occidentali, che tanti decenni orsono, esattamente novant’anni fa, hanno portato il dono del carisma benedettino in Vietnam, a Thien An, da dove noi monaci proveniamo». 

«Sono colpito dalla gioia e dalla disponibilità con cui i nostri giovani fratelli vivono questa nuova esperienza – conclude l’abate Tiana –. Certamente l’amabilità, la laboriosità, la spiritualità e l’audacia, patrimonio del popolo vietnamita, aiutano i monaci in questa importante e coraggiosa avventura di rinnovamento della vita monastica nel segno dei tempi nuovi e della fraternità universale, a suo tempo tanto invocata da papa Francesco. Avverto che il cammino è appena iniziato e che abbiamo ancora tanto da scoprire e realizzare. Importante, per tutti noi, sarà rimanere aperti al dinamismo dello Spirito che opera sempre la novità di Dio per tutta l’umanità».

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Data di aggiornamento: 24 Agosto 2026
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