Petrostati contro elettrostati

La guerra in Iran sta dimostrando che l’indipendenza energetica dalle fonti fossili non è solo una questione ambientale ma geopolitica.
03 Giugno 2026 | di

Con oltre cento anni di vita «Foreign Affairs» è una delle più influenti riviste statunitensi in tema di «affari internazionali». Tra gli autori della testata più attivi ci sono Jason Bordoff e Meghan L. O’Sullivan, che si occupano di analisi del rapporto tra geopolitica ed energia. A inizio 2022, poche settimane prima dell’invasione russa dell’Ucraina, sulla rivista è uscito un loro articolo dedicato ai «grandi sconvolgimenti» mondiali che si andavano profilando in campo energetico. Hanno proposto di interpretare gli eventi in atto come un braccio di ferro tra due modelli politico-economici: i petrostati e gli elettrostati. Se l’uso del primo termine era ben noto fin dal secolo scorso (indica le nazioni che basano l’economia sulle esportazioni di petrolio), il secondo ha rappresentato una novità. Per Bordoff e O’ Sullivan gli elettrostati sono quei Paesi capaci di liberarsi dalla dipendenza dagli idrocarburi, passando alle energie rinnovabili. Volevano evidenziare che si stava delineando una nuova sfida globale: da una parte chi si affidava ancora a gas e petrolio, dall’altra chi stava lavorando per affrancarsene. Due visioni antitetiche del futuro.

Su questa contrapposizione è tornato più volte nel 2025 anche il premio Nobel per l’economia Paul Krugman. Molto critico verso l’amministrazione Trump, ha avvertito che mentre gli Stati Uniti si attardavano a inseguire i combustibili fossili, la Cina si era già mossa per diventare il primo elettrostato globale. L’orizzonte del ragionamento? Quello dell’economista: per Krugman puntare sull’elettricità di nuova generazione favorisce lo sviluppo del settore manifatturiero, porta a una crescita tecnologica, incrementa l’innovazione. Per lui chi controlla le reti energetiche, i brevetti delle batterie e la raffinazione del litio guiderà l’economia del futuro. Per questo rimanere legati ai vecchi petrostati comporta un doppio rischio: una mancata riduzione delle emissioni di gas serra e una minore competitività economica.

Ma a che cosa ci serve richiamare oggi queste considerazioni? Danno un contesto alle conseguenze della guerra di USA e Israele contro l’Iran e alla crisi provocata dal blocco dello Stretto di Hormuz. Questi ragionamenti ci aiutano a comprendere che qualcuno aveva avvertito che il problema della «emancipazione da fossili e idrocarburi» non era solo una scelta contro il riscaldamento del clima ma una urgenza geopolitica. Se vuoi mantenere la tua sovranità, in una fase di stallo della globalizzazione e di ritorno ai protezionismi, non devi dipendere da fonti che non controlli, perché rischi di trovarti con le spalle al muro.

Resta una domanda: il disegno di Trump di controllare militarmente la produzione petrolifera mondiale riuscirà a funzionare? Lo vedremo: di sicuro non porta nessun beneficio all’Europa che in campo energetico si è mossa, come al solito, in ordine sparso. E chi rimane indietro ne subisce le conseguenze, ce ne stiamo accorgendo sulla nostra pelle. Dovremmo però sempre ricordare che il prezzo più alto lo stanno pagando i Paesi poveri dove è in gioco la stessa sopravvivenza alimentare, perché da Hormuz transitano anche sostanze fondamentali per i fertilizzanti. La loro mancanza porta ai più fragili carestie e fame.

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Data di aggiornamento: 03 Giugno 2026

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