Ottanta volte Italia

La nostra Repubblica compie, il 2 giugno, ottant’anni di vita. Un traguardo da celebrare e di cui fare grata memoria. Ne abbiamo parlato con Mario Bertolissi, tra i migliori costituzionalisti d’Italia.
02 Giugno 2026 | di

Il 2 giugno 1946, al referendum istituzionale sulla forma di Stato, gli italiani scelsero la Repubblica. Insieme, fu eletta l’Assemblea Costituente, che scrisse la Costituzione entrata in vigore il primo gennaio 1948. Dell’anniversario parliamo con Mario Bertolissi, tra i migliori costituzionalisti d’Italia, avvocato e già docente alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Padova.

Msa. Che Italia era quella del dopoguerra?

Bertolissi. Era un’Italia affamata, da ricostruire, sconfitta, con problemi non di poco conto nel momento in cui è stata chiamata a rispondere delle proprie scelte, solo parzialmente rese meno gravose dal fatto di essersi alla fine ribellata al fascismo. Tutto questo si è riversato nell’ambito del negoziato che ha portato alla redazione definitiva del Trattato di pace. Restavano da risolvere, in particolare, due nodi attinenti ai confini a Nord, in Alto Adige, e alla questione Trieste.

Qual è stata la forza della Resistenza?

La forza della Resistenza e il suo merito principale stanno nell’aver favorito la riconquista della libertà e, al contempo, di aver «alleggerito» le condizioni che sarebbero state poste a carico dell’Italia. Diversamente Alcide De Gasperi non sarebbe riuscito a ottenere i risultati che ha conseguito quando si è presentato a Parigi di fronte all’assise delle potenze alleate. 

Senza la Resistenza e la Liberazione, l’Italia sarebbe diventata Repubblica?

Difficile dare una risposta rassicurante. È da credere, però, che senza la Resistenza, l’Italia sarebbe stata messa nelle stesse condizioni in cui si è venuta a trovare la Germania, la quale non si è data una Costituzione, ma ha dovuto accettare quella predisposta dagli alleati. Qui si è creato il terreno al lavoro successivo dell’Assemblea costituente che ha rappresentato tutte le forze politiche. 

Repubblica e Costituzione: com’è cambiato il destino del­l’Italia?

In modo radicale: il nazionalismo dei regimi precedenti è stato sostituito dalla vocazione sovranazionale. La comunità italiana non si è sentita rinserrata dentro il suo territorio, ma ha guardato, da allora in poi, all’Europa e al mondo intero, identificato dall’Organizzazione delle nazioni unite: nella prospettiva di una pace da attuare attraverso la giustizia. La scelta eversiva rispetto al precedente regime, statutario e fascista, è stata la seguente: la persona è il fine, il potere è il mezzo. E la Costituzione stabilisce quali sono i limiti entro i quali può agire il potere, cioè i supremi organi dello Stato. 

Quali sono i valori fondanti della Costituzione?

Ogni parola della Costituzione è stata profondamente meditata dai padri costituenti. Nella parte prima, Dei principi fondamentali e diritti e doveri dei cittadini, c’è stato un sostanziale cambio di passo visto che il testo non si limita ad affermare un principio con poche parole, ma su ciascuno indica il contenuto essenziale. Stabilisce una serie rilevantissima di riserve di legge per cui la disciplina dei diritti e delle libertà passano attraverso una deliberazione delle Camere e non dell’esecutivo. I diritti rappresentano, nel loro insieme, lo sviluppo di quanto stabilisce, con rara efficacia, l’articolo 2, sul principio di solidarietà, e il 3, sull’uguaglianza, che sono il nucleo essenziale, il senso stesso dell’intero testo costituzionale. E direi che la parola con un rilievo decisivo nell’ambito dell’impianto ordinamentale è dignità.

Qual è stato il merito più grande dei padri costituenti?

Non è questione di dettagli, ma di prospettiva. I costituenti, senza volerli mitizzare, hanno saputo pensare in grande e il loro atteggiamento può essere definito e sintetizzato da quanto Piero Calamandrei ebbe a dire alla conclusione di un suo straordinario discorso il 4 marzo 1947: «A noi è rimasto un compito 100 volte più agevole; quello di tradurre in leggi chiare, stabili e oneste, il loro sogno (di quelli che avevano sacrificato la vita per la libertà): di una società più giusta e più umana, di una solidarietà di tutti gli uomini, alleati a debellare il dolore». 

Quale fu il contributo del pensiero cristiano?

È sufficiente leggere la verbalizzazione di quanto avvenuto in assemblea costituente il 22 dicembre 1947, allorché fu approvato il testo della Costituzione. Per dare l’idea di quanto elevati siano stati i pensieri e di come la parte più nobile provenisse da non credenti impregnati di cristianesimo, valga per tutti quello che ebbe a dire Concetto Marchesi relativamente alla richiesta di Giorgio La Pira di inserire in un preambolo una invocazione a Dio (inteso non in senso confessionale). Presa la parola, disse: «Nessuno che mi conosca potrà accusarmi di irriverenza verso le fedi religiose o di professione di ateismo. Ho sempre respinto nella mia coscienza la ipotesi atea, che Dio sia una ideologia di classe. Dio è nel mistero del mondo e delle anime umane. È nella luce della rivelazione per chi crede; nell’inconoscibile e nell’ignoto per chi non è stato toccato da questo lume di grazia».

Qual è il suo articolo preferito?

Nel tempo attuale, penso al particolare rilievo di quanto dispone l’articolo 36: «Il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e alla qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa». Questo articolo è stato ed è totalmente tradito ed evidenzia come troppo spesso la spesa pubblica sia stata incontrollata senza che i cittadini abbiano ricevuto servizi maggiori o migliori. Debito che graverà sulle prossime generazioni.

Come sta la democrazia italiana?

Il segnale più negativo è la crescente diserzione dal voto. Per rendersi conto di questo, basti pensare alle code chilometriche di quanti erano sopravvissuti al secondo conflitto mondiale che si recarono a votare e paragonarle ai seggi vuoti di oggi, specialmente di giovani. D’altra parte questo esito non confortante lo si può anche comprendere: i contemporanei non si sono guadagnati le libertà, ma le hanno avute in regalo; e non sanno quale sia il relativo costo, per cui pensano di poterle dissipare allegramente.

Siamo davvero alla seconda o alla terza Repubblica?

La suddivisione in periodi lascia il tempo che trova. Ciò che conta nella riflessione critica sulle nostre istituzioni, riguarda l’esistenza di partiti dotati di larghe tradizioni e di corposi programmi non caratterizzati dall’emergere d’individualità «acchiappavoti». Partiti distrutti dall’inchiesta «Mani pulite» cui sono subentrate individualità di problematica eleganza e di discutibile cultura, che hanno sostituito un sistema di valori con un aggregato di interessi connotati da un falso efficientismo. Da allora abbiamo assistito a un degrado progressivo che ha trovato il suo culmine, per quanto mi riguarda, nella formula, disonesta, «uno uguale uno».

Che cosa fare affinché i giovani conoscano meglio la Costituzione?

Bisogna non illustrarla e declamarla, come fanno il più delle volte i supremi organi dello Stato, ma praticarla. Bisogna dare l’esempio. Bisogna, tanto per cominciare, pagare il tributo consapevoli del fatto che in questo modo si è solidali e si consente a chi non ha disponibilità di potersi curare e vivere dignitosamente.

Che cosa, rispetto al principio, è superato e che cosa andrebbe riformato?

Col tempo mi sono persuaso del fatto che, pur essendo necessario qualche intervento volto ad aggiornare la Costituzione, soprattutto per la parte seconda, non vedo, però, all’orizzonte personalità in grado di interpretare uno spirito ricostituente. Usando una metafora, direi che la Costituzione è come un vecchio mobile di famiglia di pregio: il restauro non lo si può far fare da un falegname qualunque, esige un restauratore che sappia preservare il valore integrale del vecchio bene ereditato.

Tre referendum costituzionali falliti negli anni 2006, 2016 e 2026: i cittadini hanno paura di stravolgere l’impianto originario?

In tutte e tre le circostanze, i referendum sono stati mala­mente gestiti perché promotori e oppositori non hanno suscitato un dibattito sereno sulle modifiche nel merito. Hanno preferito un corpo a corpo condensato in slogan che hanno privato il dibattito del suo senso profondo. Essendo tutto ciò senza senso, gli elettori hanno capito che non valeva la pena mettere in disparte il testo originario che ci ha consentito finora di condurre una vita civile. Gli elettori hanno pensato di avere a che fare con dei «fuori di testa», mentre la Costituzione è, e resta, baluardo di democrazia.

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Data di aggiornamento: 02 Giugno 2026

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