Inquietudine

Ascoltiamo la nostra inquietudine, perché essa è strettamente collegata al nostro desiderio autentico, a ciò che rende la nostra vita viva.
24 Maggio 2026 | di

«Finché si è inquieti si può stare tranquilli», scriveva con ironica intelligenza Julien Green. Ci sono due tipi di inquietudine: una porta dallo psichiatra, e la sconsiglio vivamente, l’altra, l’inquietudine esistenziale, può aprire varchi inaspettati e orientare il desiderio. Questa è un’inquietudine che è insoddisfazione, mancanza, desiderio di qualcosa di più, che non trova tuttavia subito l’oggetto del suo inquieto desiderio. Nel tormentato fermento degli anni ’60 i Rolling Stones pubblicarono negli Stati Uniti un inno ribelle destinato poi a segnare la storia della musica rock: (I Can’t Get No) Satisfaction. Il fraseggio straordinario della chitarra di Keith Richards accompagnava, a ritmo incalzante, il testo che dava voce a inquietudini vere e profonde dei giovani di quegli anni: «Non riesco a ottenere alcuna soddisfazione. Perché ci provo, ci provo e ci provo. Non riesco a trovare niente». Il disagio di quegli anni, inquieti ed entusiasmanti al contempo, è ancora vivo, perché ancora troppo pochi hanno intrapreso percorsi spirituali capaci di saziare i loro bisogni più veri, quelli che soddisfano perché riempiono il cuore dell’uomo. Siamo esseri umani: insaziabili, insoddisfatti, incontentabili. Ma è un male essere incontentabili? Non è forse peggio lasciarsi anestetizzare dal pressante invito a consumare la vita piuttosto che a viverla?

L’uomo, essere in cammino, sospinto dall’inquietudine, se vuole vivere in pienezza la sua vita non può che seguire il suo desiderio più profondo. È sempre in agguato, però, il rischio di anestetizzare il desiderio più vero e autentico con forme di alienazione che cambiano col tempo ma che hanno sempre lo stesso scopo: allontanare l’uomo da se stesso. Per questo siamo spinti continuamente a distrarci, evitando accuratamente di rientrare in noi stessi. Pascal, il grande scienziato e filosofo, parla di divertissement, cioè distrazione, sviamento, voltarsi dall’altra parte: «Gli uomini, non avendo potuto liberarsi dalla morte, dalla miseria, dall’ignoranza, hanno deciso, per essere felici, di non pensarci»; «tutta l’infelicità degli uomini deriva da una sola causa, dal non saper starsene in pace, in una camera» (B. Pascal, Pensieri, RBA).

Evasione e caccia serrata di nuove avventure per placare l’irrequietezza che non molla mai la presa, talvolta neanche di notte. Siamo immersi in una cultura nichilista e accidiosa, dove accidia significa soprattutto incapacità di abitare la propria vita e fuga da se stessi e da quella sottile inquietudine che ci sta parlando e che ci dice che non ci basta riempirci di cose accumulando solo denaro e sicurezze. La pancia dell’anima ha bisogno di un altro nutrimento: abbiamo fame di amore e di dare un significato alla nostra vita. Abbiamo bisogno di sapere che non siamo figli del caso né un mero ammasso di cellule e di ormoni. Potevamo non essere e invece siamo, esistiamo. E questo genera meraviglia ma anche sgomento, come aveva ben compreso Aristotele.

Il grande psichiatra e terapeuta Viktor Frankl, che io considero un maestro e un faro per la mia vita, scoprì, durante la devastante esperienza nei campi di concentramento, che i prigionieri che morivano più rapidamente per malattie e stenti, oppure perché si lanciavano disperati conto la recinzione elettrificata del campo, erano quelli che al di fuori non avevano niente a cui dedicarsi: nessuno scopo, nessun senso, poco amore da condividere. A sopravvivere erano coloro che continuavano a riscaldare la fiamma del desiderio, che avevano qualcuno o qualcosa che li attendeva all’esterno: una moglie e dei figli, oppure un libro che si sentivano chiamati a scrivere.

L’inquietudine è stata la cifra esistenziale di tutta la mia vita, la molla interiore che mi ha spinto e mi spinge a cercare, a camminare, ad andare oltre le mie convinzioni e sicurezze. Ultreya, vai oltre, più in là: è il saluto più frequente tra i pellegrini che vanno verso Santiago di Compostela. Che cos’è che ci muove, che ci spinge oltre, che non ci permette di sdraiarci né di sentirci sazi? L’inquietudine non è necessariamente da placare con i farmaci o lo stordimento. C’è un vento che non lascia dormire la polvere, come ci ricorda un verso prodigioso di David Maria Turoldo: è il vento dello Spirito che soffia dove vuole e sparge i suoi semi di vita ovunque. Questo seme di vita ha lambito il cuore di un giovane e intelligente nordafricano, nato in una piccola città della Numidia proconsolare: Aurelio Agostino, meglio conosciuto come sant’Agostino, il più influente filosofo e teologo del primo millennio cristiano. All’inizio delle Confessioni, il suo libro più celebre, troviamo quelle parole che sono state la sua stella polare: «Fecisti nos ad Te Domine et inquietum est cor nostrum donec requiescat in Te», vale a dire «Ci hai creati per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te».

Impariamo, dunque, ad ascoltare la nostra inquietudine, perché è strettamente collegata al nostro desiderio autentico, a ciò che rende la vita viva. Inquietudine e desiderio si influenzano reciprocamente. (Cfr. S. Olianti, Fai fiorire la vita. Tracce per educare lo sguardo, Emp). Condivido quanto scrive lo psicanalista Massimo Recalcati: «Il desiderio non può essere schiacciato sulla mera soddisfazione dei bisogni, ma si rivela diverso dalla brama bestiale proprio in quanto animato da una trascendenza che lo apre all’inedito, al non ancora conosciuto, al non ancora pensato, al non ancora visto» (M. Recalcati, Il complesso di Telemaco, Feltrinelli).

Per il cristianesimo l’uomo è costitutivamente inquieto, non tanto perché sia privo di una cosa piuttosto che di un’altra, ma perché è affetto da un bisogno di infinito che da nulla può essere soddisfatto se non da Dio. Anche se Dio svanisce dagli orizzonti dell’uomo contemporaneo, non scompare certo il bisogno d’infinito. Non dobbiamo rinunciare a essere inquieti o insaziabili, ma piuttosto camminare per trovare un cibo che sia degno della nostra insaziabilità: «Bisogni infiniti, infatti, possono essere saziati solo dall’Infinito» (G. Bormolini, L’arte della meditazione, Ponte alle Grazie).

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Data di aggiornamento: 24 Maggio 2026
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