«Mamma, ho l’ansia»
La mamma vede il figliolo, 13 anni, mogio, molto mogio. Gli chiede: «Qualcosa non va, amore? Ti senti male?». «Mamma, ho l’ansia – risponde lui –. Mi sale, mi invade, sono posseduto dall’ansia. Non so se domani riesco ad andare a scuola». «Amore – continua la madre –, vedrai che domani al tuo risveglio l’ansia sarà passata. Se no, vedremo che fare». La mattina seguente: «Come va?». «Ho l’ansia, mamma. Non passa. Stanotte sono riuscito a dormire, ma appena svegliato, mi ha preso. Non ce la faccio». «A ogni problema c’è una soluzione. Oggi stai a casa, così ti passa». «Mamma, non è che voglio stare a casa, sono obbligato dall’ansia».
La capacità dei ragazzi e delle ragazze di usare frasi o parole idiomatiche, cioè prive di un senso reale, ma che agganciano terribilmente i genitori, è davvero straordinaria. «Ho l’ansia» rientra tra queste. In qualsiasi momento della vita, o addirittura della giornata, possiamo avere quell’ansia che è non solo naturale, ma addirittura benefica in quanto ci permette di tenere la giusta attenzione rispetto a qualche compito che dobbiamo eseguire, rispetto a un viaggio che dobbiamo compiere o a qualsiasi altra sfida.
Una delle basi importanti dell’educazione è proprio la capacità di distinguere il necessario ascolto, di cui i figli hanno bisogno, dalla necessità di trasformare le loro parole in verità assoluta. Un’abitudine che invece si sta diffondendo tra i genitori, con l’idea che un bambino anche piccolo, se non un adolescente nel bel mezzo della tempesta evolutiva, debba esprimere, solo perché «è mio figlio», contenuti aderenti alla realtà. Una pretesa di adeguatezza che l’immaturità della crescita non consente. Si finisce per prendere lucciole per lanterne, con il ragazzo o la ragazza quattordicenne che continua, per esempio, a ripeterti che il pacchetto di sigarette trovato nel suo zaino non è suo, ma di un amico/a. Una tendenza originale legata a un desiderio narcisistico di avere figli migliori degli altri, migliori addirittura di quello che la natura stessa della loro età può garantire.
La frase «ho l’ansia» risulta particolarmente insidiosa, si appella direttamente a quella fragilità educativa ed emotiva dei genitori che oggi rappresenta il problema principale nel rapporto con i figli, al punto che rischia di portare anche alle assenze scolastiche, se non all’abbandono, alimentando l’esercito dei cosiddetti Neet, i ragazzi e le ragazze che non lavorano e non studiano (siamo al primo posto in Europa).
Ricordo quindi l’importanza di saper ascoltare senza giudizi né commenti i nostri bambini e bambine, ragazzi e ragazze, senza però prenderli alla lettera. Si trovano in un’età acerba in cui il cervello è ancora in costruzione. Questa loro immaturità merita il nostro rispetto e la nostra attenzione per poter crescere in maniera autentica e autonoma.
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