La carica delle babysitter
Sorriso magnetico, voce d’usignolo, un borsone da cui estrarre le cose più improbabili e un ombrello per planare nel cielo blu. Alzi la mano chi non ha mai sognato di avere una babysitter così. Era il 1964 quando Julie Andrews interpretava la mitica Mary Poppins nel lungometraggio Disney che ha accompagnato intere generazioni. All’epoca la tata più magica dello schermo atterrava nel giardino di una villetta londinese per aiutare una benestante famiglia, composta da padre, madre e due figli, a ritrovare l’armonia e il dialogo. Sì, perché avere una tata negli anni ’60 era un lusso per pochi. Ma oggi, a distanza di sessantadue anni, le cose sono cambiate...
Quella della babysitter – complici i ritmi di lavoro e i mille impegni di mamme e papà – è diventata oggi una figura indispensabile per gran parte delle famiglie, anche quelle che possono contare sui nonni e su contratti di lavoro part-time. Facciamo quattro conti. Solo per accompagnare i bambini a scuola e andarli a riprendere ci vogliono in media (traffico permettendo) due pause da trenta minuti. Aggiungiamo il tempo dei trasferimenti per portare i figli a catechismo, a fare attività fisica, a casa del compagno di classe... più le ore spese ad aiutarli a fare i compiti, a leggere o anche solo a controllare che non combinino guai, ed ecco che a mamma e papà servirebbero ore da 120 minuti per riuscire a fare tutto. Fortuna che le babysitter esistono, viene da dire. Ma allora come mai, se guardiamo l’ultima Indagine dell’Osservatorio Domina 2025, solo il 7,7% dei lavoratori domestici assunti in Italia è inquadrato come babysitter (contro il 38,3% di badanti per non autosufficienti, il 36,7% di colf e il 16,3% di badanti per autosufficienti)? Se è vero, come riporta l’Istat, che già nel 2022 il tasso di irregolarità medio in Italia riferito al lavoro domestico superava il 47%, c’è da credere che quel 7,7% di lavoratrici in regola sia solo la punta dell’iceberg, per quanto non esista ancora un censimento ufficiale della categoria.
A dedicare di recente un report alle babysitter è stato il Censis, su richiesta di Assindatcolf, l’Associazione Nazionale dei Datori di Lavoro Domestico. Stando, dunque, al 2° report del programma Welfare familiare e valore sociale del lavoro domestico in Italia, la babysitter è una persona nel 47,8% dei casi italiana, che lavora prevalentemente su base oraria (86,1%), assunta dalle famiglie per conciliare impegni professionali e familiari (55,8%), ma anche per sopperire alla mancanza di un supporto familiare adeguato (39,8%), a un costo mensile pari a 750 euro in media per famiglia, costo peraltro considerato sostenibile solo dal 57,9% dei genitori e solo parzialmente dal 41,2% di essi. Una professione dunque che, incrociando i dati dell’Osservatorio Domina con quelli diffusi dall’Osservatorio sul lavoro domestico dell’INPS (secondo cui nel 2024 i lavoratori domestici regolari con almeno un contributo versato sono stati 817.403), conterebbe circa 50mila lavoratrici in regola.
«Questo numero – spiega Andrea Zini, presidente di Assindatcolf – nei prossimi anni potrebbe crescere, non tanto per effetto delle nascite (a livelli molto bassi), quanto grazie alle novità introdotte dal Decreto flussi 2026. Il provvedimento, che consente ai cittadini non comunitari di entrare in Italia per motivi di lavoro, ha infatti previsto un canale “extra” rispetto alle quote ordinarie, dedicato anche all’assistenza ai bambini under 6. È possibile accedervi durante tutto l’anno e senza passare per il click day. Con molta probabilità gli effetti di questa misura si potranno valutare soprattutto alla fine del triennio 2026-2028, considerando anche i tempi di lavorazione delle pratiche, che sono piuttosto lunghi». Finora però, continua Zini, almeno negli ultimi anni, «la domanda di babysitter è rimasta abbastanza stabile, con variazioni legate soprattutto alla struttura delle famiglie e ai tassi di occupazione femminile».
A penalizzare la categoria è, a detta del presidente di Assindatcolf, una reputazione controversa... Dalla survey Assindatcolf-Censis 2026 sulla social reputation del lavoro domestico apprendiamo che «le babysitter sono generalmente apprezzate per il loro ruolo educativo, relazionale e di cura. La maggioranza degli italiani, tuttavia, ritiene che questo lavoro domestico venga svolto spesso per mancanza di alternative occupazionali, piuttosto che come scelta professionale. Solo una minoranza lo considera una professione scelta consapevolmente, mentre una parte degli intervistati lo interpreta come un lavoro temporaneo o di transizione. Questo significa che, pur essendo una figura molto utile e riconosciuta dalle famiglie, la babysitter – così come altre mansioni del lavoro domestico – è percepita come non sempre pienamente professionalizzata, con livelli di formazione ed esperienza molto variabili».
E non finisce qui. Nonostante l’ultimo aggiornamento del Contratto collettivo nazionale del lavoro domestico, entrato in vigore lo scorso 1° novembre, che ha previsto adeguamenti delle retribuzioni minime, oltre a rafforzare alcune tutele relative a ferie, permessi e condizioni di lavoro, «le retribuzioni» per le babysitter «restano basse e il settore soffre della mancanza di incentivi e agevolazioni fiscali». «A questo si aggiungono altre difficoltà segnalate dalle famiglie, come la ricerca di persone affidabili, con esperienza e disponibili a orari flessibili. In assoluto – precisa Andrea Zini – manca la disponibilità a lavorare in regime di convivenza». E, più in generale, «esiste una carenza strutturale di manodopera» che crea a cascata un difficile incontro tra domanda e offerta di lavoro.
Proprio in risposta a queste dinamiche e alla motivata diffidenza che ne consegue, anche a fronte dello sviluppo di piattaforme online dedicate al matching tra famiglie e lavoratrici, «nella pratica il passaparola resta lo strumento più utilizzato – conclude il presidente –. È un metodo tradizionale, ma ancora percepito come il più efficace per ottenere un primo livello di affidabilità in un contesto in cui la selezione avverrebbe spesso senza referenze strutturate o curricula formali. Proprio per questo, il processo di inserimento passa frequentemente da una fase di prova iniziale, prevista e regolata dal CCNL, che consente alle famiglie di verificare direttamente l’idoneità e l’affidabilità della collaboratrice prima dell’instaurazione di un rapporto stabile».
Una Professione con la P maiuscola
Dimenticate la classica studentessa senza titoli che si guadagnava la paghetta badando ai bambini del vicino di casa. Viste le richieste e le necessità delle famiglie di oggi, il futuro della babysitter profuma di professionalità ed esperienza. Lo sa bene Serena Mestre, che intorno a questo mestiere ha costruito un’agenzia di servizi per le famiglie con sede a Noventa di Piave (VE), ma attiva in tutto il Nordest, da Trieste a Milano, attraverso un centinaio di collaboratrici dai 18 ai 70 anni, tra tate (bambinaie fisse), babysitter a chiamata, educatrici, tutor per i compiti, animatrici di centri estivi, alberghi, matrimoni, compleanni, e così via. «L’idea nacque nel 2008 mentre mi occupavo di formazione e consulenza per la prima infanzia a Milano e a Roma – ricorda l’imprenditrice –. All’epoca le agenzie di babysitting erano una realtà consolidata solo nelle grandi città. Pensai: perché non crearne una in Veneto?».
E così nel 2010 apre «Non solo tata» (https://nonsolotata.it). Già il titolo e il logo (una Mary Poppins che tiene in mano dei palloncini) la dicono lunga sulle colonne portanti dell’attività: «Babysitting e divertimento». Un binomio vincente che, anno dopo anno, porta Serena ad ampliare sempre più gli orizzonti, geografici e non solo. «Il lavoro è progressivamente cresciuto e si è differenziato. Privati a parte, oggi lavoriamo molto anche con le aziende, specie nel campo della moda». Il segreto per restare a galla? «Essere sempre sul pezzo – risponde Serena –! Oggi le famiglie e i lavoratori sono molto cambiati rispetto a dieci anni fa. In particolare, il recruitment si è fatto sempre più difficile: spesso incontro giovani senza obiettivi, poco motivati e che già al primo colloquio mettono paletti. Ecco perché mi trovo bene a lavorare con le over 40. Anche se certe “super tate” anziane piene di esperienza non le batte nessuno!».
Età a parte, a definire il valore di una babysitter, secondo Mestre, è anzitutto la professionalità di una persona, quel bagaglio di preparazione e propensione naturale, esperienza e referenze che fa la differenza. «Il mondo delle babysitter oggi è una giungla – avverte l’imprenditrice –. Purtroppo la Regione Veneto non prevede linee guida per i servizi domiciliari, nello specifico per la categoria delle babysitter, pertanto paradossalmente non è richiesta alcuna formazione per svolgere questo mestiere. Come se non bastasse, non esiste nemmeno un database ufficiale a cui le famiglie possano accedere» (portali come Babysits.it, fondato nel 2008 nei Paesi Bassi da un papà, Peter van Soldt, sono servizi web non collegati alle realtà del territorio quali comuni e province).
In questo scenario dominato da un forte turn over, si può incappare in babysitter occasionali e poco preparate, o in professioniste con lauree e corsi alle spalle. Ecco dunque l’importanza di un’agenzia che sappia scremare e indirizzare, che garantisca prezzi concorrenziali (il mercato è molto variegato, si può andare dalle 10 euro all’ora fino ai 3-4 mila euro mensili, in una grande città, per una educatrice super titolata) e che offra un servizio il più possibile alla portata di tutti. «Di recente abbiamo aderito a un progetto finanziato dall’Ulss di Portogruaro, che coinvolge i comuni da Latisana a Cavallino. Obiettivo: rendere disponibili babysitter e tatataxi per alcune selezionate famiglie con fragilità». Un piccolo grande segno per ricordare come – al di là delle risorse economiche e dei problemi di salute – ogni famiglia con figli piccoli dovrebbe poter contare su un aiuto concreto. Se poi questo supporto indossa una gonnellona e si chiama Mary… non resta che intonare «Supercalifragilistichespiralidoso»!
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