La via della timidezza

In un mondo dominato dai finti estroversi, dai tracotanti e dai narcisisti, il timido è un baluardo di umanità, di complessità e di interiorità. Ne parliamo con Massimo Ammaniti, psicoanalista, autore di un saggio sulla timidezza.
06 Maggio 2026 | di

Essere timidi oggi, nell’epoca degli estroversi veri o presunti, dei tipi da social con migliaia di follower e, non di rado, degli arroganti, quelli per i quali i buoni o i remissivi sono campioni di debolezza, non è affatto facile. A riequilibrare la deriva esibizionista, prepotente e spesso cinica, sono i sempre più numerosi articoli, libri, interventi nei vari media e addirittura nei festival, che trattano di gentilezza, cortesia, mitezza e del valore dei temperamenti riservati. Non passa inosservato anche lo sforzo della scienza e della medicina di leggere la condizione dei timidi in questo contesto, con l’obiettivo, da un lato, di spiegare il loro disagio e fornire un appoggio specialistico alle persone e ai loro familiari, dall’altro di recuperare a livello sociale un ecosistema di modi di essere e di percepire la vita che è utile a tutta la comunità. Con questo obiettivo abbiamo intervistato Massimo Ammaniti, psicoanalista e professore onorario di Psicopatologia dello sviluppo alla Sapienza di Roma, autore di un recente saggio, dal titolo inequivocabile Il coraggio di essere timidi (Ed.Cortina).

Msa. Come distinguere la timidezza come stato d’animo che attraversa la vita di ognuno dalla timidezza come tratto di carattere?

Ammaniti. La timidezza riguarda tutti in diverse fasi della vita, per esempio nell’infanzia quando dobbiamo affrontare il primo giorno di scuola o da adolescenti quando siamo alle prese con i primi amori o entriamo per la prima volta nel gruppo dei coetanei. Persino gli adulti sperimentano la timidezza, quando, per esempio, affrontano un esame davanti a una commissione che sanno essere severa. Ma si tratta di fasi di apprendimento o di momenti passeggeri. La timidezza come tratto caratteriale è una condizione permanente, che influenza le relazioni con gli altri e con se stessi. Ciononostante, non è un tratto uguale per tutti, ma è piuttosto uno spettro di forme più o meno complesse: con alcune si riesce a convivere pur dovendo accettare delle limitazioni, altre compromettono pesantemente la vita quotidiana, paralizzando il soggetto di fronte a situazioni «normali», come andare a cena con persone sconosciute.

Chi è il timido?

Per inquadrarlo nel giusto verso è importante fare una distinzione tra persona timida e persona introversa, due tratti di carattere spesso confusi. L’introverso è riservato, non ha bisogno di grandi scambi sociali, ha un suo mondo interiore, dei suoi interessi e una forte consapevolezza di sé. È come se ogni tasto della sua vita fosse soddisfatto, per cui non sente il bisogno di una vita sociale più ricca. Questa, per esempio, è la condizione di molti artisti e personaggi di cultura. Al contrario, il timido si ritira dalla vita sociale non perché ha un suo mondo interiore soddisfacente, ma perché ha difficoltà nelle relazioni con gli altri, teme il loro giudizio e il loro rifiuto e per questo ha paura di esporsi. Le situazioni e le persone nuove gli creano tensioni e stati d’ansia. È attento a ogni dettaglio, a ogni espressione nel volto altrui che faccia trapelare disapprovazione. È particolarmente vulnerabile nelle relazioni lavorative, dove viene schiacciato dall’ansia di prestazione.

C’è anche un disagio fisico oltre che psicologico?

Il timido è spesso goffo, impacciato. Il corpo è in tensione. Può soffrire di tachicardia quando deve affrontare una situazione. Frequente anche un senso di costrizione allo stomaco, se non addirittura di mancamento, specie nelle situazioni più difficili.

Fino a che punto la timidezza dipende da fattori genetici e fino a che punto da fattori ambientali?

Se dovessi azzardare una percentuale, direi che i fattori ambientali incidono per il 60%, mentre quelli genetici per il 40. Con questo voglio dire che la personalità timida non è un destino ineluttabile, è una predisposizione che poi viene assecondata o ridimensionata dai fattori ambientali; in ogni caso, si costruisce nel tempo. È pur vero che inibizioni comportamentali sono rintracciabili fin dall’infanzia. Ci sono bambini piccolissimi che, esposti a una situazione nuova, si allarmano, mentre altri reagiscono con curiosità. I primi tendono a stressarsi, a irrigidire braccia e gambe, mostrando espressioni di paura. Alcuni possono scoppiare a piangere e cercano di evitare la situazione ansiogena. Ma, nonostante questa predisposizione, ancora tutto è possibile. 

In questi casi, in quale modo la famiglia può fare la differenza?

Nella mia esperienza ho notato due tipi di genitori, quelli ansiosi e iperprotettivi, che cercano di evitare al figlio qualsiasi stress. O, al contrario, quelli che pensano che esporre il figlio a situazioni stressanti possa insegnargli a gestirle. Nessuna delle due situazioni è ottimale. Bisogna arrivare a capire quanto il figlio può sperimentare, senza però sostituirsi a lui ma anche senza fargli raggiungere limiti di stress eccessivo, altrimenti questo stress va ad aggiungersi a quello strutturale e innesca la spirale della timidezza. L’intervento ottimale è un supporto paziente e dosato, a misura delle caratteristiche del figlio e delle sue tappe di crescita. Inanellare esperienze positive, soprattutto per i più timidi, può migliorare la sicurezza di sé e l’autostima: magari la persona non diventerà mai un estroverso, ma avrà una vita sociale e lavorativa soddisfacente.

Sono più timidi gli uomini o le donne?

In passato si riteneva che le donne fossero meno timide, ma in realtà, avendo una vita sociale meno esposta, perché molte non lavoravano, la loro timidezza veniva protetta dall’ambiente casalingo. Oggi che le donne lavorano, le difficoltà della timidezza riguardano entrambi i sessi. Le donne, però, a differenza degli uomini, hanno più capacità di regolazione emotiva, anche questa di natura genetica, che le aiuta a gestire meglio la timidezza.

Tra i fattori ambientali, però, c’è anche il senso di minorità e marginalità che le donne sperimentano da secoli.

Purtroppo la tendenza per gli uomini di imporsi come «maschio alfa» è nella cultura. Anzi, oggi il livello di testosterone nelle relazioni ha raggiunto livelli insostenibili, basta notare i comportamenti di politici come Trump, Netanyahu o i vertici dell’Iran. Una tendenza che a tratti colpisce anche le donne, che pensano che la sopraffazione sia un tratto ineludibile del potere. Ma questo clima non giova né agli uomini né alle donne, figuriamoci alle persone timide. Un’esagerazione che è un limite e che dovrebbe far riflettere l’intera umanità.

Si può diventare timidi anche da adulti?

Certe perdite, certi fallimenti, certe esperienze possono portare anche gli adulti a un ritiro sociale. Una delle cause più importanti di questo ritiro è la consapevolezza di vivere in un mondo in cui la competizione è pervasiva, per cui è importante farsi valere, imporsi, avere followers. Soprattutto chi è timido non sopporta questa pressione continua. Un effetto tangibile della tendenza a eludere gli obblighi sociali sono gli hikikomori, i ragazzi che si isolano nella loro stanza per lunghi periodi di tempo, proprio per staccare la spina dal mondo.

Come aiutare i timidi?

Iniziamo dai ragazzi. La famiglia deve supportarli senza sottoporli ad aspettative troppo forti per loro. Per esempio, è controproducente pretendere da un timido che vada in Inghilterra a imparare l’inglese, vivendo in una famiglia di sconosciuti. Meglio graduare le richieste a seconda della difficoltà individuali. Molto importante è la scuola, che può avere un ruolo positivo se gli insegnanti sono in grado di calibrarsi sulle difficoltà del timido, gestendo a tal fine anche la classe ma, al contrario, può rivelarsi controproducente se non è in grado di prevenire e combattere il bullismo, che ha per oggetto proprio i ragazzi più timidi. Un danno enorme per la costruzione del sé e dell’identità, che può assecondare lo scivolamento in forme di timidezza più forti e invalidanti.

E se i timidi sono gli adulti?

Nel mio libro porto come esempio il protagonista del film Provaci ancora Sam, un regista impacciato, impersonato da Woody Allen, appena lasciato dalla moglie. Per lui è fondamentale l’aiuto dei suoi amici, che lo accettano per quello che è, non fermandosi alla sua timidezza. Nel posto di lavoro è più complicato, perché spesso è il luogo in cui vige la legge del più estroverso, di colui che sa mettersi in mostra, del più competitivo. In realtà, per chi sa guardare al di là delle apparenze, il timido può rivelarsi colui che sa stare sulle cose, sa andare in profondità, sa trovare soluzioni originali, proprio perché vive controvento ed è portato a coltivare la sua interiorità. Suo malgrado ha il coraggio di essere quello che è. La sua timidezza è una forma di resistenza, di unicità, di non conformismo. Al contrario, l’estroverso deve sempre giocare il ruolo da protagonista, un ruolo che diventa alla lunga logorante, e per farlo spesso accetta la superficialità. A conti fatti è lui il conformista, quello che si adegua alle aspettative sociali, quello che esce da sé.

Che mondo sarebbe senza i timidi?

Un mondo in cui prevalgono i violenti, gli sfrontati e i narcisisti, un mondo peggiore della giungla, distruttivo della società umana, che stiamo sperimentando proprio ai nostri giorni. Il timido con la sua presenza sofferta ci ricorda che c’è altro, che ci sono valori, c’è interiorità, c’è delicatezza, c’è riservatezza, c’è rispetto, c’è riflessione, c’è consapevolezza di sé. I timidi sono il contrappeso della tracotanza, la civiltà che sfida la giungla, la possibilità per gli estroversi di togliersi la maschera, il recupero dell’interiorità sulla superficialità imperante. Sono loro la chiglia della nave che ci permette di galleggiare e, al contempo, di tenere una direzione. Roland Barthes, critico letterario e semiologo francese, diceva che i timidi non hanno paura del mondo ma del rumore del mondo.

Prova la versione digitale del «Messaggero di sant'Antonio»! 

Data di aggiornamento: 06 Maggio 2026
Lascia un commento che verrà pubblicato