La rivoluzione delle allevatrici
La vita di tante famiglie povere del Tamil Nadu, Stato che si trova nel Sud dell’India, famoso per la sua cultura millenaria e i suoi templi ma anche per le sue sacche di povertà e diseguaglianza sociale, è appesa all’allevamento di un animale, in genere una mucca. Il latte, munto per circa 240 giorni l’anno, è spesso l’unica fonte di sostentamento. A gestire questa infinitesima impresa familiare sono le donne, appartenenti alle caste più basse. Le ultime tra gli ultimi in una società che non prevede avanzamenti sociali e che nega alle donne povere l’accesso alla scuola, a un’abitazione decorosa, ai servizi sanitari. Una vera e propria segregazione sociale, peggiorata da alcune usanze culturali dure a morire, come l’obbligo di dote per le figlie date in sposa, fonte di tensione familiare e di violenza nei confronti delle donne da marito.
Può quella singola mucca che tiene la donna legata alla terra e alla povertà, diventare anche la sua leva di riscatto? È questo l’interrogativo alla base di un progetto sostenuto da Caritas sant’Antonio in due aree rurali della diocesi di Sivaganghai, quattordici villaggi in tutto dislocati su un territorio arido, con scarso foraggio, lontano da ogni tipo di servizio. La richiesta arriva nell’ottobre del 2025, da parte di fra Britto Jeyabalan, segretario di un’associazione diocesana di promozione allo sviluppo, la Sivagangai Multipurpose Social Service (SMSSS).
L’associazione ha fatto uno studio specifico sulle allevatrici di animali da latte nella zona, cercando insieme alle donne di capire se c’è un modo per migliorare la loro vita. Gli scogli da superare sono due. Il primo è strutturale: le allevatrici non hanno il supporto logistico per far arrivare il latte sul mercato aperto e sono costrette a venderlo sottocosto a intermediari locali. Un litro di latte viene pagato meno di 30 rupie, un guadagno che, nonostante la fatica, non copre neppure il sostentamento familiare. Il secondo scoglio è conseguenza del primo: le allevatrici non possono permettersi il foraggio arricchito che consente l’aumento della produzione e il raggiungimento della qualità del latte richiesto dall’industria lattiero-casearia. Praticamente una condanna alla miseria, a cui spesso si aggiungono le ricorrenti siccità.
Ma a questo punto anche la soluzione si fa strada. Perché non creare un circuito lattiero-caseario locale, che comprenda tutti i villaggi e che possa portare il latte giornalmente alle industrie del settore nel mercato allargato? Occorrerebbe uno sforzo iniziale per costruire la rete logistica e migliorare la qualità del prodotto, ma il guadagno sarebbe molto più alto. Per dare la svolta, occorre però un mezzo essenziale ma terribilmente fuori portata per le tasche delle donne e della stessa organizzazione diocesana: un camioncino per la raccolta del latte. Un vero lusso da quelle parti.
Intanto gli incontri nei villaggi hanno mobilitato le donne che, superando l’atavica rassegnazione, ora iniziano a sperare in un cambiamento. Ben 205 allevatrici si dimostrano interessate al progetto, pur appartenendo a 14 villaggi diversi, raggruppati in due zone distinte. È l’embrione di un’associazione di categoria, fondamentale per cominciare ad avere forza contrattuale. L’organizzazione logistica inizia quasi subito: «Abbiamo individuato un centro di raccolta del latte in ogni villaggio – spiega fra Britto –. Quando sarà tutto pronto, una donna salariata gestirà la raccolta e controllerà la qualità del prodotto, preparandolo per il trasporto, in modo che il camioncino possa caricarlo facilmente e senza spreco di tempo».
Fra Britto continua a disegnare il progetto con gli operatori e le donne dei villaggi e prende i contatti con due grosse imprese lattiero-casearie della zona. È grazie a tutte queste relazioni che viene stabilito che la raccolta del latte sarà fatta due volte al giorno. Un accordo che porta il prezzo del latte a 38 rupie al litro, quasi un quarto più di prima. Ora è tutto pronto per far partire il nuovo sistema. Fra Britto manda il progetto a Caritas sant’Antonio, forte di altre realizzazioni a favore delle donne già sostenute negli anni precedenti: occorrono 6.700 euro per comprare un Tata Ace Gold, un camioncino di poco più di 2 metri per 1,40, capace di trasportare fino a 1 tonnellata e mezzo di latte per le strade polverose di Sivaganga, fino alle industrie lattiero-casearie della zona.
Caritas sant’Antonio accetta il progetto. La somma arriva a fine gennaio scorso e pochi giorni dopo l’associazione organizza una riunione per mettere a punto lo schema di tempi e luoghi. Subito dopo avvengono le riunioni di formazione per le donne dei villaggi e per quelle che gestiranno i centri di raccolta. L’arrivo del mezzo nuovo fiammante è già una festa, il segno concreto di un grande cambiamento. Oggi le 205 piccole imprenditrici del latte sono insieme in un’associazione, fanno massa critica per comprare il foraggio giusto, pagare il carburante del camioncino, il guidatore, le lavoratrici dei centri del latte. Non solo, la diocesi le riunisce periodicamente, verifica il lavoro, organizza corsi di autopromozione e consapevolezza dei propri diritti. Ma la cosa più importante è che ciascuna di esse può contare su un introito certo, che le aiuterà a migliorare la vita propria e quella dei bambini.
Le 205 allevatrici oggi sono finalmente al centro del loro mondo produttivo, mentre i loro animali non sono più il peso che le tiene a terra, ma la leva per il loro autosviluppo. Una rivoluzione copernicana a misura di villaggio.
Segui il progetto su www.caritasantoniana.org.
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