Lavorare con le mani e con l’anima

«E io lavoravo con le mie mani e voglio lavorare; e voglio fermamente che tutti gli altri frati lavorino di un lavoro quale si conviene all’onestà» (Fonti Francescane 119).
02 Maggio 2026 | di

«E io lavoravo con le mie mani e voglio lavorare; e voglio fermamente che tutti gli altri frati lavorino di un lavoro quale si conviene all’onestà. E quelli che non sanno, imparino, non per cupidigia di ricevere la ricompensa del lavoro, ma per dare l’esempio e tener lontano l’ozio» (Fonti Francescane 119).

La memoria sul lavoro, significativamente consegnata da Francesco ai suoi fratelli nel Testamento, fa riferimento a un tema non solo importante in relazione all’esperienza spirituale del santo e dei suoi, ma anche in relazione ad alcune provocazioni valide pure per i nostri giorni. La questione del lavoro, nella spiritualità francescana, va considerata in stretta connessione con la vita in povertà, l’esistenza regolata dal sine proprio, cioè libera da ogni spirito di proprietà, di accumulo, dalle sperequazioni che il ruolo e l’avere possono suscitare. Il lavoro esercitato dalla prima fraternità francescana è eminentemente un lavoro manuale, per il quale i frati possono «avere gli arnesi e gli strumenti necessari ai loro mestieri» (Regola non bollata VII: FF 25). Esercitare un mestiere è funzionale alla sussistenza della fraternità e a vivere la propria vocazione, tenendo lontano l’ozio, che è «nemico dell’anima» (ivi, FF 25). Non si tratta certo di «attivismo», quanto piuttosto di avere un impegno concreto che distolga dal ripiegarsi su se stessi, tralasciando la cura delle due relazioni fondamentali per essere coerenti con l’essere servi, con la forma di vita abbracciata: la relazione con Dio e quella con il prossimo («Perciò i servi di Dio devono sempre insistere nella preghiera o in qualche opera buona», ivi). 

Interessante è come l’assisiate, nel capitolo VII della Regola non bollata che stiamo citando, caratterizza il lavoro della prima comunità di fratelli, offrendo dei chiari criteri di discernimento per la scelta delle attività da compiere. Anzitutto Francesco esclude qualsiasi posizione di supremazia («non facciano né gli amministratori, né i cancellieri, né presiedano nelle case in cui prestano servizio»), in conformità con quella opzione di minorità che è una chiara scelta di campo e presuppone la sottomissione come status sociale, la totale condivisione con i poveri. 

L’assisiate è categorico quanto alle ricompense in denaro: soldi i frati non devono riceverne, neppure li devono toccare. A riguardo afferma nel capitolo VIII della Regola non bollata: «Perciò nessun frate, ovunque sia e dovunque vada, in nessun modo prenda o riceva o faccia ricevere pecunia o denaro, né con il pretesto di vestiti o di libri, né per compenso di alcun lavoro, insomma per nessuna ragione, se non per una manifesta necessità dei frati infermi; poiché non dobbiamo riporre né attribuire alla pecunia e al denaro maggiore utilità che ai sassi» (FF 28). Fine del lavoro non è il lucro, dunque. Neppure il risparmio, ma creare le condizioni minime per poter «seguire l’umiltà e la povertà del Signore nostro Gesù Cristo» (Regola non bollata IX: FF 29). Francesco puntualizza che il denaro è facilmente causa di «pretesti», inventa bisogni, potremmo dire, e distoglie dalla logica evangelica della gratuità. Un’eccezione è accettabile: l’evidente condizione di bisogno dei frati infermi, a cui bisogna provvedere, a qualsiasi costo. 

Nell’ambito delle eccezioni, l’assisiate annovera anche la possibilità di andare all’elemosina: se la prassi deve essere il lavoro, la questua – motivata solo dalla necessità (in particolare quella dei lebbrosi) – è un ulteriore spazio di sequela. Non ci si deve vergognare, sottolinea il santo, poiché «il Signor nostro Gesù Cristo, Figlio del Dio vivo onnipotente, rese la sua faccia come pietra durissima, né si vergognò. E fu povero e ospite, e visse di elemosine lui e la beata Vergine e i suoi discepoli» (Regola non bollata IX: FF 31). In questo contesto, in questa cornice cristologica, l’elemosina è «l’eredità e la giustizia che è dovuta ai poveri: l’ha acquistata per noi il Signore nostro Gesù Cristo» (ivi). 

C’è un altro aspetto che, infine, merita attenzione: Francesco indica come ulteriore criterio di discernimento nella scelta della professione da esercitare l’anima. I frati possono esercitare anche il mestiere che conoscevano prima di unirsi alla fraternità, purché non sia di danno all’anima, purché rispetti l’integrità interiore di colui che lavora e non scandalizzi altri. È la persona il bene più importante da tutelare, il suo credere e il suo sentire, non il profitto. 

Il lavoro serve allora alla dignità dell’uomo, non è la vita e, soprattutto, non è più della vita, ma la supporta, rispettando il giusto ordine dei valori. La progressiva crescita dell’Ordine, l’ingresso di intellettuali, il consistente impegno nella predicazione certamente provocarono un’evoluzione nel modo di lavorare dei frati: nella Regola bollata (cf. V: FF 88) scompare il riferimento al lavoro manuale, ma resta chiaro il monito a non ricevere denaro. È significativo che, alla fine della sua vita, nel Testamento, Francesco sembri voler porre come riferimento gli inizi e la benedetta fatica delle mani: a ricevere il pane, a curare i lebbrosi, a chiedere non per guadagno, ma per necessità.

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Data di aggiornamento: 02 Maggio 2026
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