Con cuore disarmato
Fin dalla notte dei tempi, un sentimento coltivato nell’animo umano è l’odio. Già nel capitolo quarto della Genesi, emerge nel fratricidio di Caino, avvenuto per invidia che diventa forza distruttiva per togliere di mezzo Abele. Odio che si ripresenta nella storia di Giuseppe e dei suoi fratelli, che vorrebbero eliminarlo, ma poi lo vendono soltanto; alla fine, saranno loro a temere la vendetta del fratello, in posizione di potere (Gen 37-50). L’odio si sviluppa soprattutto nei confronti del nemico, non solo in guerra, verso le popolazioni straniere, ma anche per chi potrebbe insidiare una posizione, come accade al re Saul nei confronti di Davide (cfr. 1Sam 18). Oppure è provocato da un sopruso, come nel caso di Amnon, figlio di Davide, che violenta la sorella Tamar; questo fatto innesca l’odio da parte di suo fratello Assalonne, che non gli parla più e, dopo due anni, trova l’occasione per farlo uccidere (cfr. 2Sam 13).
Da dove nasce l’odio? Certo, spesso la causa è un evento doloroso, una ferita ricevuta, ma poi si sviluppa a seconda di come viene coltivato. Una forte repulsione verso qualcosa o qualcuno può arrivare a far chiudere la porta del bene, per cui si desidera che questo qualcuno sparisca, che venga annientato. In uno dei fioretti di san Francesco, si racconta di un frate che, scandalizzato da un altro, pensa in cuor suo come vendicarsi. Rimuginando su queste cose, lascia la porta aperta al demonio che viene ad appendersi al collo del frate. Francesco, vedendo che qualcosa non va, lo fa chiamare e gli comanda di scoprire il veleno dell’odio concepito contro il prossimo. Palesato il veleno e il rancore, riconosciuta la sua colpa, il frate domanda perdono e viene liberato (FF 1854, Fioretti cap. XXIII). In questo racconto ci sono alcuni punti interessanti.
Anzitutto, è suggestiva l’immagine dell’odio come un demonio che si appende al collo dell’uomo, perché trova la porta aperta. Un peso al collo costringe ad abbassare lo sguardo, a ripiegarsi su di sé, a non vedere l’altro, a non cercare la relazione con lui: tagliando i ponti si può odiare, perché il volto di una persona chiede sempre rispetto (dice «non uccidere», come sosteneva Lévinas). Inoltre, Francesco invita il frate a porre l’attenzione soprattutto sulla sua interiorità, non tanto sul motivo esterno, sullo scandalo ricevuto: ciò che va scoperto è «il veleno dell’odio» concepito e covato. L’odio può essere molto alimentato dalla nostra mente, che spesso finisce col costruire scenari che vanno ben oltre la realtà: è decisivo smascherare questo processo e soprattutto i suoi frutti, che tendono a farci vedere la situazione in modo peggiore di quello che è, avvelenando il nostro cuore.
L’odio fa male per primo a chi lo prova, perché è un peso e un veleno. Addirittura, nella prima lettera di Giovanni leggiamo: «Chi non ama rimane nella morte. Chiunque odia il proprio fratello è omicida» (cfr. 1Gv 3,14-15). Odiare chiude il cuore in una prigione e prepara il terreno per riversare l’odio sull’altro. Dopo aver ripreso il versetto che abbiamo citato, papa Francesco affermava: «Gesù ci dice: “Fermati, perché l’insulto fa male, uccide”. Il disprezzo. “Ma io… questa gente, questo lo disprezzo”: questa è una forma per uccidere la dignità di una persona. E bello sarebbe che questo insegnamento di Gesù entrasse nella mente e nel cuore, e ognuno di noi dicesse: “Non insulterò mai nessuno”. Sarebbe un bel proposito, perché Gesù ci dice: “Guarda, se tu disprezzi, se tu insulti, se tu odi, questo è omicidio”» (cfr. Udienza Generale del 17 ottobre 2018). In fondo, Gesù, con la sua vita, ha testimoniato che la via del disarmo del cuore e della nonviolenza, pur manifestandosi in una forma apparentemente debole e fragile, è quella veramente umana di fronte al male.
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