Nel nome delle madri
«Mia mamma non è potuta partire con me perché aveva soldi solo per uno. Col cuore spaccato, mi ha lasciato andare. Ed è poi morta senza sapere se fossi riuscito ad arrivare a destinazione. Avevo 17 anni, ho subito violenze, patito anni di prigionia, ho rischiato di morire prima di riuscire ad arrivare in Italia, nel 2005. Ora sono a disposizione di chi vive lo stesso dramma. Quando portiamo la notizia alle famiglie della morte di un loro caro, le madri, straziate, urlano. Ed è come se risentissi le urla di mia madre quando si è separata da me». Tareke Brhane, di origini eritree, fuggito per evitare il servizio militare a vita, è il presidente del Comitato 3 Ottobre, organizzazione no-profit nata all’indomani del naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013, nel quale 368 persone persero la vita; 20 rimangono disperse. Dall’approdo in Italia, si è sempre impegnato a favore di chi, come lui, è stato costretto a lasciare il proprio Paese. Il Comitato, che ha ottenuto che il 3 ottobre fosse istituita la Giornata nazionale in favore delle vittime dell’immigrazione (legge 45 del 21 marzo 2016), che ogni anno viene celebrata a Lampedusa, oggi opera soprattutto per ridare un nome alle vittime del Mediterraneo. Tareke sa bene che cosa si prova. «Anch’io sono stato un numero, il 1883. Non più Tareke, né Brhane, né nessuno».
«Il nome è la storia di una persona – spiega monsignor Pierpaolo Felicolo, direttore generale della Fondazione Migrantes (organismo pastorale della Conferenza episcopale italiana) –. Mi chiamo Pierpaolo perché a mia mamma piaceva il nome Paolo; a papà piaceva invece Pietro. Ne è risultato un nome composto, frutto della storia dei miei genitori, molto credenti. Poi Pierpaolo ha la sua storia: diploma di liceo classico, poi la vocazione. Sulle migrazioni ci si limita per lo più ai numeri, spesso scorretti. Dobbiamo invece ritornare ai nomi, ai volti, alle storie. Pensiamo al bambino morto con la pagella in mano. Chissà quali erano le sue aspirazioni, i suoi desideri, i suoi sogni. Come Migrantes, continuiamo a batterci per la costruzione di corridoi legali. Perché la morte di tutte queste persone non è che la conseguenza di politiche migratorie italiane ed europee che precludono canali sicuri d’ingresso».
La tunisina Jalila Tamallah, attivista di Mem.Med, è la madre di Hedi e Mahdi Khenissi. Mentre racconta, i suoi occhi sono umidi. «Ho perso i miei figli il 30 novembre 2019, mentre cercavano di concretizzare i loro sogni. La sera del giorno in cui sono usciti di casa, hanno chiamato il padre, dicendogli: “Ci dispiace. Papà. Stanotte partiamo per l’Italia”. Dopo, hanno staccato il telefono. Pensavo che sarebbe stato facile per loro ottenere il visto per motivi scolastici. Ai miei figli non mancava nulla: erano sportivi, suonavano, giocavano a calcio. È un crimine voler partire per conoscere un altro Paese?». «Youseff non c’è più, ecco perché la mia lotta per conoscere la verità è cresciuta e ora mi sento madre di tutti i giovani che scompaiono». Senza più notizie del figlio, per sentirsi meno sola, Leyla Akik si è unita a Terre pour tous, associazione dei familiari dei tunisini scomparsi nel Mediterraneo.
La senegalese Yayi Bayam Diouf, dopo aver perso il figlio nel 2006 in un naufragio durante un tentativo di migrazione verso l’Europa, ha trasformato il lutto in un impegno civile che ha cambiato il volto del suo villaggio, Thiaroye-sur-Mer, alla periferia di Dakar. Da allora guida il Collectif des Femmes pour le Développement Intégré, una rete di donne che offre alternative concrete alla partenza: microcredito, formazione, pesca sostenibile, piccole imprese locali. Il suo lavoro, riconosciuto dall’Onu, è oggi un modello africano di lotta alle cause dell’emigrazione.
Quante madri lacerate! L’Associazione tunisina des mères de migrants desperus ha coniato il termine «maternità migrante», che ha molteplici valenze. Indica la «maternità» delle madri rimaste a casa in attesa di notizie dei figli, ma anche quella delle donne che nei loro Paesi si trovano a fare da madri ai figli di quelle che sono partite, così come quella di coloro che partono, anche se incinte, o portando con sé figli piccoli. Un giorno, su un barcone proveniente dalla Turchia, a circa 71 miglia dalla Libia, tre bambini muoiono per la sete: Haret di tre anni, Hudaifa di due, Motaz di dodici. «La madre di Hudaifa lo lava, gli cambia i vestiti sporchi. Poi lo profuma e lo affida al mare con le sue mani», raccontano dall’agenzia fotografica Gerta Human Reports. Nel naufragio di metà marzo a Lampedusa, tra i 64 superstiti c’è una giovane madre, disperata per aver perso il suo bimbo di due anni. Ai soccorritori ha dichiarato di aver fatto di tutto per tenerlo stretto a sé mentre la barca veniva sommersa dall’acqua. Ma il piccolo le è scivolato dalle mani. E il mare l’ha risucchiato. Tra i migranti soccorsi nel naufragio del primo aprile al largo di Lampedusa, c’è anche un bimbo di un anno. Vivo perché una donna, dopo l’annegamento della madre, l’ha preso con sé. Ai soccorritori chiedeva: «Adesso che fine farà?»
È «maternità migrante» anche quella delle donne che rimangono incinte dopo lo stupro e, nonostante l’orrore, fanno nascere i figli. Ma a volte la maternità non perdona. Sephora Niangane, salvata in mare dai volontari di Medici senza Frontiere, è morta a Brindisi sola, dopo aver dato alla luce una bambina. Non aveva con sé documenti. Aveva dichiarato di avere 24 anni e di provenire dal Burkina Faso. E c’è un dramma nel dramma. Quello delle tante madri e, più in generale, delle tante famiglie la cui vita rimane sospesa, perché non sanno più nulla dei loro cari, da quell’ultima telefonata. «Ho fondato l’Associazione delle Madri dei Desaparecidos in Tunisia perché ho capito che il nostro non è un dolore individuale, ma una sofferenza collettiva – dice Latifa Walhasi –. Noi difendiamo il nostro diritto di conoscere la verità sul destino dei nostri cari e chiediamo giustizia, dignità e riconoscimento per la nostra causa. Lavoriamo con mezzi semplici, ma con grande determinazione: raccogliamo testimonianze, comunichiamo con i sopravvissuti, ci coordiniamo con le organizzazioni per i diritti umani e seguiamo i casi con le autorità. Cerchiamo anche di far sentire la nostra voce attraverso i media». Ramzi, il fratello di Latifa, è scomparso in mare il primo marzo 2011 mentre tentava di attraversare il Canale della Manica. Da quel giorno la famiglia vive in attesa, in bilico tra la paura e una speranza che non svanisce mai. «L’assenza non è solo la perdita di una persona: è un dolore quotidiano e un insieme di domande che rimangono senza risposta. Tante madri preferiscono non parlare – aggiunge Latifa –. È un dolore troppo grande. La frase che ritorna più spesso è secca, quasi un grido: “Trova mio figlio. Portami mio figlio”. Non importa il resto, i passaggi burocratici. Vogliono solo i loro figli. Per la disperazione, molte madri si ammalano, cadono in depressione; una si è addirittura data fuoco».
Si chiamano Hedi, Mahdi, Mohamed, Bechir, Ousmane, Moussa, Aisha, Awa, Moustapha, Hamdi, Fedi, Rahman, Anas e Souhail, Wissem, Sajad, Latifa, Omar, Hamed, Wahid, Rahim, Abdelrahman, Araf, Hasib, Akef, Atiqullah, Golsum, Roquia, Zahra, Fereshthe… Di loro sulle spiagge rimangono scarpe, salvagenti, vestiti strappati, giacche. Dal 2013 al 2024 circa tre milioni di persone hanno attraversato il Mediterraneo per chiedere asilo in uno stato dell’Unione Europea. La maggior parte hanno tra i venti e i venticinque anni. Il 60% è composto di uomini, il 20% di donne, e c’è un altro 20% di minori non accompagnati. Le rotte più frequenti sono: la Mediterraneo occidentale verso la Spagna; la Mediterraneo centrale verso l’Europa, attraverso Lampedusa e la Sicilia; la rotta Mediterraneo orientale verso la Grecia. E la rotta balcanica verso Trieste. Anche le rotte via terra hanno i loro caduti. I numeri degli ultimi anni registrano 63 mila persone che hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere l’Europa; 624 dall’inizio di quest’anno.
La vigilia di Pasqua si è verificata l’ennesima tragedia a causa delle condizioni meteo avverse: 71 persone rimangono disperse. Le cifre che conosciamo sono al ribasso perché la maggior parte delle vittime non vengono recuperate, diventano cibo per i pesci. Oltre il 70% dei corpi recuperati, inoltre, non viene identificato, perché il processo è complesso. I primi dati sono raccolti da chi si occupa delle operazioni di ricerca e soccorso, come Emergency. «Cerchiamo di annotare tutto quello che può essere utile a posteriori, il punto dove la salma è stata trovata, le caratteristiche fisionomiche, tatuaggi, segni particolari, eventuali effetti personali che ritroviamo. Corrediamo la relazione con la documentazione fotografica – dice la dottoressa Paola Tagliabue –. La nostra nave (Life Support) è dotata di una cella frigorifera per conservare le salme fino alla consegna in porto alle autorità competenti».
Il Labanof (Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense dell’Università degli Studi di Milano), fondato e diretto dalla dottoressa Cristina Cattaneo, a seguito dei naufragi del 3 e dell’11 ottobre 2013, è in prima linea per le identificazioni, grazie al Protocollo con l’Ufficio del Commissario Straordinario del Governo per le Persone Scomparse (UCPS). «Quando le salme ci vengono consegnate, se c’è il nulla osta, procediamo all’autopsia, che permette di scoprire la causa di morte, ma anche se ci sono indizi di operazioni chirurgiche, o protesi dentarie o di altra natura – spiega l’antropologa forense Debora Mazzarelli, funzionaria del Labanof –. In generale, la prima causa di morte è l’annegamento, seguono l’ipotermia, le inalazioni di carburante, e altre cause. A rendere le cose più difficili è che spesso i cadaveri vengono ritrovati dopo essere stati a lungo in acqua, quindi il loro stato di conservazione è molto compromesso. Come nel caso del naufragio di Melilli, avvenuto il 18 aprile 2014 al largo della Libia. L’inabissamento del peschereccio a 370 metri di profondità, con centinaia di persone nella stiva, ha richiesto due anni per le operazioni di recupero. Le immagini scattate dai robot subacquei mostrarono una scena apocalittica di corpi ammassati. Con un grosso lavoro di squadra – il Comitato 3 Ottobre, la Fondazione Isacchi Samaja Onlus, la polizia scientifica di Milano, la Croce Rossa Italiana e Internazionale, il Cospe e altre organizzazioni umanitarie –, e incrociando il Dna (nella foto sotto il kit per la raccolta del Dna, ndr) con quello dei parenti in Senegal, Mali, Eritrea, siamo riusciti a dare un nome a un numero significativo di vittime. Per quanto riguarda il naufragio dell’11 ottobre 2013 non siamo riusciti a identificare nessuno. Per quello del 3 ottobre 2013, invece, abbiamo identificato finora cinquanta persone ma, poiché abbiamo il profilo genetico di tutte le vittime, documentazione fotografica, schede dentarie, restiamo fiduciosi e continuiamo a lavorare nonostante siano trascorsi già tredici anni».
Cambiare strategia è stato utile. «Prima erano i familiari che dovevano venire da noi per il riconoscimento con tutte le difficoltà per lo spostamento, invece, aiutati dal Comitato 3 Ottobre anche per superare lo scoglio linguistico, abbiamo cominciato ad andare noi da loro per effettuare i prelievi necessari a comparare il Dna – continua Mazzarelli –. Siamo andati in Uganda, in Etiopia, ad Amsterdam. È un momento ambivalente quando informiamo i familiari della morte del proprio caro. Nonostante il dolore, ci ringraziano per aver tolto loro un peso. Finalmente possono davvero “lasciar andare”. È la fine della “ambiguous loss” (la perdita ambigua), ovvero la coesistenza logorante di dolore e speranza. C’è il lutto, ma c’è anche una tomba su cui piangere. Infatti, la domanda successiva è: “Dove è sepolto?”». (Continua...)
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