Tra bufali e locomotive
Ed eccoci arrivati a maggio, mese che celebra il femminile materno in tutte le sue forme. Così, mentre faccio questa riflessione, mi piace ricordare mia mamma, e tutto quello che ha rappresentato per me. Mia madre era una donna battagliera, che voleva la mia indipendenza e autodeterminazione, e, con non poca fatica, è riuscita a lasciarmi andare nel mio percorso di crescita, smettendo di preoccuparsi continuamente di me (una difficoltà comune, credo, a tutti i genitori, a prescindere dal fatto che abbiano figli con disabilità). Ad esempio, mi ricordo bene che i dottori le avevano consigliato di «frullare» tutti i cibi destinati a me, mentre lei scelse di nutrirmi con alimenti spezzettati, come tutti, per abituarmi a ingoiare senza soffocare. Oggi, a distanza di oltre sessant’anni, posso dire che questo mi ha aiutato a gestire meglio il cibo, ma anche a compiere tante altre scelte senza rinnegare la mia identità di persona con disabilità. L’atteggiamento di mia madre, poi, ha contribuito a creare contesti di fiducia anche in altri ambiti, nei quali la mia disabilità è diventata accessibile per tutte le persone che venivano a contatto con la mia realtà. Non solo. Ha modificato la mia immagine: gli altri non mi identificavano con la mia disabilità, ero Claudio.
Il percorso di mia madre è molto simile a quello di Esther, protagonista del film C’era una volta mia madre (2025) e madre di Roland, l’ultimo figlio di una numerosa famiglia marocchina, il quale nasce con un piede torto che non gli permette di camminare. L’analogia tra mia mamma e questa donna è assai potente, in particolare nel momento in cui nel film, alla diagnosi comunicatale dal medico, «Suo figlio ha un piede equino», Esther risponde con un ironico: «Sarà bravo a cavallo!». Contro il parere dei medici e del marito, che suggeriscono l’uso delle stampelle, Esther sacrifica tutto per realizzare il suo obiettivo e alla fine vince: Roland impara a camminare, si iscrive a un corso di danza, diventa attore prima e avvocato poi, si sposa e ha dei figli e, tra le altre cose, lavora per la cantante Sylvie Vartan, idolo della famiglia. Come mia madre, Esther decide di andare controcorrente, di fidarsi del suo intuito, ma soprattutto di suo figlio e di credere nelle sue capacità.
Le due donne mi ricordano le parole di una vecchia canzone di Francesco De Gregori: «Tra bufalo e locomotiva / La differenza salta agli occhi / La locomotiva ha la strada segnata / Il bufalo può scartare di lato e cadere / Questo decise la sorte del bufalo / L’avvenire dei miei baffi e il mio mestiere» (Bufalo Bill, 1976). Sia la mia che la mamma protagonista del film, infatti, scelgono di percorrere la strada del bufalo, cioè «di scartare di lato e cadere»: Esther, a volte, nega la realtà della disabilità e questo porta a una lotta per l’emancipazione del figlio, legata, non alla conquista di un diritto, ma più a motivi identitari e personali. Mia mamma, allo stesso modo, spesso ha compiuto scelte discutibili per paura delle reazioni altrui. Tuttavia, entrambe sono partite da una «caduta» (come il bufalo della canzone), da un cambiamento di prospettiva, e hanno vinto coi propri figli le loro battaglie. Insomma, quel film è da vedere. E voi, vi sentite bufali o locomotive? Scrivete a claudio@accaparlante.it oppure sulle mie pagine Facebook e Instagram.
Prova la versione digitale del «Messaggero di sant'Antonio»!