Speranza dal silenzio

Da oltre vent'anni si sta consumando una guerra atroce nella totale indifferenza del mondo. Interi villaggi si spopolano. In altri, invece, si torna a nascere e sperare. Come a Kapangila, nel Kasai orientale, grazie al progetto di Caritas antoniana.
13 Ottobre 2016 | di

Un albero racconta di un luogo. Di ciò che è stato prima. Più ancora di ciò che sarà domani. Specie se è stato piantato di fronte a un simbolo di rinascita, come un centro di maternità. Qualcosa di finalmente certo e duraturo. In un posto maledetto, dove la guerra ha spazzato via tutto: scuole, case, persone. Siamo a Kapangila, nella provincia del Kasai orientale, in Repubblica Democratica del Congo. Un centinaio di chilometri da Mbuji-Mayi, il capoluogo. 
Il Paese figura tra i più ricchi al mondo per risorse del sottosuolo, ma risulta all’ultimo per prodotto interno lordo pro capite. Da oltre vent’anni nelle province orientali si consuma una guerra che non ti aspetti. Fatta da bande armate, milizie non governative, gruppi tribali, ma ancora più brutale per le razzie, le uccisioni e le torture compiute nel silenzio.
Appello della diocesi a Caritas antoniana
È ottobre 2014 quando Caritas Antoniana riceve un appello accorato e urgente dalla diocesi di Mbuji-Mayi. La diocesi è giovane. Ce la sta mettendo tutta per rinascere dalle ferite. Chiede un supporto per la costruzione di un Centro sanitario con un reparto maternità nel territorio di Kabeya Kamuanga.  
«Nonostante la strada nazionale passi a 16 km dalla città – spiega il vescovo Bernard-Emmanuel Kasanda –, la barriera naturale del fiume Mulunguyi costringe la popolazione di circa 6.100 abitanti ad allungare il percorso di 64 km. Un isolamento che aggrava l’accesso alla già carente assistenza sanitaria del Pae­se. Nel vasto territorio della provincia ci sono quaranta centri sanitari, (appena 10,9  posti letti ogni 100 mila abitanti) che somministrano un medicinale ogni 38.667 abitanti».
Emergenze sanitarie e povertà
Nella zona, in verità, un Centro sanitario e per la maternità è attivo da oltre dieci anni, ma le condizioni sono a dir poco precarie. Di fatto, è una piccola casa in terra battuta e calce, una struttura insalubre, senza mezzi adeguati per affrontare alcune emergenze tra le più diffuse, come malaria, infezioni respiratorie, malnutrizione. La popolazione non può accedere alle strutture pubbliche perché non ne ha la disponibilità.
L’ospedale più vicino, inoltre, è a 67 chilometri, nella città di Kena Nkuna. La zona, destinataria del progetto, si trova poco lontano da uno dei principali centri dell’industria diamantifera del Paese. Una zona lacerata dalle ripetute guerre per il controllo delle miniere. A causa delle ingenti risorse del suo sottosuolo (oro, diamanti, cobalto, rame, e soprattutto coltan, il minerale utilizzato per i telefoni cellulari), il Paese africano non ha mai conosciuto una pace stabile: è dall’epoca dell’occupazione belga che subisce un’incessante sottrazione di risorse, che ha causato milioni di morti. Solo il più recente conflitto (quello che massacra il Paese dal 1996) pare ne abbia provocato oltre 5 milioni.
Massacri e silenzio nella preghiera di di papa Francesco
L’ultimo appello di papa Francesco a favore delle martoriate popolazioni congolesi risale all’Angelus dell’Assunta del 2016. In quell’occasione il Pontefice ha lanciato un accorato appello per la pace: «Il mio pensiero va agli abitanti del Nord Kivu, recentemente colpiti da nuovi massacri che da tempo vengono perpetuati nel silenzio più vergognoso». Con un appello anche a favore delle donne vittime di stupri, delle violenze e della tratta. Proprio alle donne si rivolge il progetto realizzato da Caritas Antoniana con l’aiuto dei lettori del «Messaggero di sant’Antonio». 
«Non siamo più terra di nessuno»
La struttura è stata inaugurata lo scorso gennaio, presenti il vescovo, autorità locali e popolazione. Kapangila e i villaggi confinanti possono, finalmente, contare su un' unità sanitaria che fornisce, in condizioni igieniche sicure, l’assistenza medica di base e un servizio di maternità che include una sala parto e una stanza per quante hanno appena partorito.
«Mai avremmo pensato che, in un luogo dimenticato da tutto e da tutti, si potesse tornare a vivere, nascere e sorridere» continua a ripetere la gente del posto, che si è impegnata a fare la sua parte: c’è chi dà una mano nella manutenzione e chi contribuisce a fare in modo che le donne non partoriscano più in casa. Il centro è gestito dalle suore di Nostra Signora della Speranza.
Davanti alla nuova struttura è stato piantato un albero. Parla al mondo di una terra, che non è più di nessuno. E racconta. Eccome se racconta. Narra di sorrisi e futuro, di sogni e speranze. Non più di urla dal silenzio.

Data di aggiornamento: 26 Giugno 2017
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