Troppe bugie sulla rivoluzione verde (1^ parte)

I dietrofront dell’Europa su alcune regole del Green Deal potrebbero far pensare che sia arrivato al capolinea. Invece i dati dimostrano che è in corso e che sarà probabilmente la via non solo contro la crisi climatica ma anche per rilanciare l’economia.
06 Febbraio 2026 | di

Che fine ha fatto il Green Deal, la strategia di crescita dell’Unione Europea, varata nel 2019 per creare un’Europa più pulita, a impatto climatico zero e più competitiva? Fino a ieri sembrava la più grande opportunità economica, sociale e tecnologica del secolo, negli ultimi tempi, invece, è spesso additata come la fonte di tutti i mali: dalla crisi economica a quella della competitività. È chiaro che due posizioni così estreme, a distanza di appena sei anni, fanno pensare che qualcosa non torni. Ma che cos’è questo qualcosa? Davvero il Green Deal è per lo più frutto di un’ideologia, come molti si affrettano a dire oggi? Che cosa sta ostacolando la transizione verde? E, soprattutto, che cosa ci aspetta nel futuro? Per orientarci, facciamo appello alle molte ricerche uscite e all’esperienza sul campo di Nicola Armaroli, chimico, dirigente di ricerca del CNR, esperto di rinnovabili e di sistemi energetici.

Un brusco risveglio

Partiamo dal contesto. Il pacchetto di misure e investimenti previsto dal Green Deal ha l’ambizione di rendere l’Europa nel 2050 il primo continente libero dai combustibili fossili, causa delle emissioni di CO2 alla base del surriscaldamento del Pianeta. A guidare le misure, gli Accordi di Parigi del 2015, che impegnavano i firmatari a mantenere l’innalzamento della temperatura del Pianeta sotto 1,5°C rispetto al periodo preindustriale, per evitare l’escalation di eventi climatici estremi. Al centro di questa strategia, le energie rinnovabili, fotovoltaico ed eolico in testa, e la transizione verde del sistema economico e produttivo, di cui – secondo le intenzioni – saremmo diventati incontrastati pionieri. Un’economia reinventata, che sulla carta ci apriva a una rivoluzione tecnologica, economica e culturale insieme. Solo che, strada facendo, qualcosa si è inceppato. I pionieri delle tecnologie verdi, a distanza di sei anni, non sono gli europei ma i cinesi, capaci di sfornare anche nove brevetti al giorno, mentre una delle più importanti industrie europee, quella dell’automotive, è in piena crisi, assieme alla filiera delle caldaie a gas. Inutile dire che l’avversione al Green Deal è montata anche tra la gente, spaventata dalla crisi economica, dall’auto elettrica che a loro dire ha prezzi troppo alti e ti lascia a piedi, dal timore di dover rendere efficienti energeticamente case vecchie, a costi incontrollabili, per centrare gli obiettivi del Green Deal. 

Ha buon gioco Donald Trump, presidente degli Stati Uniti, alfiere delle compagnie petrolifere che hanno sostenuto la sua candidatura, a dire che le energie verdi sono «la truffa del secolo». Anche nel governo italiano si è più volte parlato di «follie verdi». Uno scontento generale, capitanato dalla Germania e dall’Italia, che ha portato Ursula von der Leyen, nel suo faticoso secondo mandato, a metter mano al Green Deal. L’ha fatto con diversi provvedimenti, ma due sono i più significativi, rendendo il 2025 l’«anno della retromarcia verde». A maggio, l’UE ha messo mano alla direttiva sulla rendicontazione della sostenibilità aziendale (CSRD), ovvero all’obbligo per le imprese di rendere pubblici i dati su emissioni di CO2, trasparenza fiscale, gestione rifiuti, sicurezza sul lavoro ecc, lungo tutta la filiera, che da ora in poi riguarderà solo le aziende più grandi mentre per tutte le altre, che sono il 90% delle imprese, la rendicontazione rimarrà facoltativa. 

Ma lo strappo più importante è avvenuto il 16 dicembre 2025, quando la Commissione europea è intervenuta su una «norma simbolo» del Green Deal: dal 2035 l’obiettivo della riduzione di emissioni medie di CO2 per le nuove immatricolazioni auto non sarà più del 100%, come stabilito precedentemente, ma del 90%. Questa misura significa due cose: la prima è che il motore tradizionale, cioè l’endotermico, non muore, perché rimarranno in circolazione auto ibride plug in (ovvero combinazione motore termico e motore elettrico e possibilità di ricarica elettrica esterna) o con range extender (ovvero con motore a benzina che serve a ricaricare la batteria) ma anche quelle a motore termico, alimentate con combustibile verde. La seconda è un’accentuazione sulla «neutralità tecnologica», ovvero se prima solo il motore elettrico poteva abbattere del 100% le emissioni delle auto del futuro, con il nuovo limite, tutte le tecnologie rientrano in gioco, purché ottengano lo stesso risultato di abbattimento delle emissioni. Secondo le associazioni degli industriali, il cambiamento salverà il 60% della filiera dell’automobile, ma è tardivo e insufficiente.

La crisi climatica si aggrava

In questo contesto, se l’industria fa un mezzo sospiro di sollievo, chi si occupa della crisi climatica, scienziati in testa, va a corto di ossigeno, soprattutto perché il rischio è quello di smontare pezzo per pezzo il Green Deal e di rallentare il processo di decarbonizzazione, già fuori tempo massimo. L’ultimo rapporto sul clima del programma UE Copernicus dichiara che l’obiettivo di contenere il riscaldamento globale sotto 1,5°C è alle porte del fallimento e riconferma, sulla base di innumerevoli dati scientifici, che la prima causa del riscaldamento globale è l’attività umana. Il limite sarà superato entro la fine degli anni ’20, dieci anni prima del previsto. Intanto aumentano di intensità e di numero gli eventi climatici estremi. I danni umani ed economici sono già catastrofici: oltre 120 miliardi di dollari di danni globali, secondo l’ultimo rapporto di Christian Aid, pubblicato il 27 dicembre scorso, e milioni di rifugiati climatici. Un male soprattutto per i più poveri, che ben poco hanno contribuito al riscaldamento del Pianeta. Uno zoom sull’Italia, stavolta fornito da Confartigianato (su dati Eurostat e Istat) ha rilevato che il nostro Paese è al primo posto tra i 27 Paesi dell’Unione Europea per i maggiori danni economici causati da eventi metereologici estremi, dovuti alla sua posizione geografica. Nel decennio 2013-2022, ogni cittadino italiano ha pagato in danni 285 euro a testa, circa 2,4 volte in più della media europea. La domanda che sorge spontanea è se costerebbe di più una puntuale e faticosa riconversione ecologica o lasciare che gli eventi facciano il loro corso, che però non sappiamo bene dove ci porterà.

Nonostante la drammaticità della situazione, il problema ambientale non è più al centro dell’attenzione, anzi è il convitato di pietra: tutti sanno che c’è ma tutti fanno finta di non vederlo. «Mi arrabbio molto quando mi dicono che sono ideologico – afferma Nicola Armaroli –, io ho ricerche e dati scientifici a sostegno delle mie tesi, altri parlano per sentito dire o, peggio, per convenienza». Ma anche Armaroli ammette che alcuni errori ci sono stati: ciò che avviene con i cambiamenti climatici spesso non è una tragedia da kolossal, ma un progressivo scivolare in condizioni climatiche peggiori che consente a chi ha i mezzi di adeguarsi, facendo passare per esagitati quelli che gridano all’apocalisse. «La gravità dell’emergenza covid aveva portato a comprendere gli effetti nefasti dei problemi ambientali tanto che in quegli anni il Green Deal ha avuto vita facile – continua Armaroli –. Poi, passata l’emergenza, tutto è stato normalizzato. Purtroppo, noi umani siamo fatti per dimenticare o evitare i problemi». Alcune misure della legge poi sono davvero fuori portata: «Inconcepibile pensare nel 2020 che nel 2030, 100 città europee sarebbero state carbon free. Certi errori di valutazione si pagano con la credibilità». (Continua...)

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Data di aggiornamento: 06 Febbraio 2026

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