Diluvio, archetipo di rinascita
In un giorno fatidico, Dio disse a Noè: «È venuta per me la fine di ogni uomo, perché la terra, per causa loro, è piena di violenza. Ecco, io li distruggerò insieme con la terra». E così, «nell’anno seicentesimo della vita di Noè, nel secondo mese, il diciassette del mese, in quello stesso giorno, eruppero tutte le sorgenti del grande abisso e le cateratte del cielo si aprirono». Piovve per quaranta giorni e quaranta notti, e «perì ogni essere vivente che si muove sulla terra, uccelli, bestiame e fiere e tutti gli esseri che brulicano sulla terra e tutti gli uomini […] Essi furono cancellati dalla terra e rimase solo Noè e chi stava con lui nell’arca». Le acque «furono travolgenti sopra la terra per centocinquanta giorni». Ma venne il tempo in cui Noè aprì una finestra nell’arca e fece uscire una colomba, «ed essa aveva nel becco una tenera foglia di ulivo. Noè comprese che le acque si erano ritirate dalla terra». Quella stessa terra che poi, tornato il sereno, rifiorì rinnovata, purificata e in pace.
Potente e terribile, la narrazione biblica del libro della Genesi (fra i capitoli 6 e 9) sembra un grande affresco o magari – per dirla in termini cinematografici – un kolossal: il racconto di un cataclisma di enormi proporzioni, un evento distruttivo quasi inimmaginabile che poi diventa seme di un nuovo inizio dell’umanità. Il diluvio è un mito che attraversa i secoli e le civiltà, «e affonda le sue radici nei primordi della letteratura», fa notare Federico Giuntoli, professore di Esegesi dell’Antico Testamento al Pontificio Istituto Biblico di Roma e membro della Pontificia Commissione Biblica, autore dell’approfondito saggio I diluvi di Dio (Il Mulino). Il libro della Genesi fu redatto a partire dal VI secolo a.C., ma l’epopea del diluvio era presente nella storia dei popoli già da secoli, addirittura dalla fine del terzo millennio a.C.: dagli antichi testi sumerici, l’immagine dell’acqua che distrugge la terra emersa e i suoi abitanti si ritrova in una miriade di tradizioni, anche in India, in Estremo Oriente e in Africa, «quindi perfino in territori che sono poveri di acqua – osserva il professor Giuntoli –. La potremmo definire una letteratura archetipale con un denominatore comune per tutti i popoli: il diluvio sommerge e devasta, ma la stessa acqua diventa simbolo di fecondità. E per questo è stata vista come una letteratura di rinascita».
Alle origini del mito
Culla di civiltà, la Mesopotamia, la terra fra i due fiumi, il Tigri e l’Eufrate, è stata anche l’origine del mito del diluvio. Fra le storie più antiche, il Mito sumerico del diluvio: gli dei vogliono sterminare gli uomini ma il dio saggio Enki avverte il re Ziusudra e gli consiglia di costruire un’enorme imbarcazione per mettere in salvo animali e cibo. Il racconto torna in altre tradizioni: la più famosa è certamente l’Epopea di Gilgamesh, il poema babilonese in cui l’immortale Utnapishtim spiega al re di Uruk di aver fatto sopravvivere «la semenza dell’immortalità», costruendo un’arca su consiglio di una divinità. «La Mesopotamia era terra d’acque, non soltanto per i fiumi, ma anche per la presenza dei monti Zagros – spiega Federico Giuntoli –. Certamente lo scioglimento delle nevi a primavera portava grande abbondanza d’acqua e alluvioni, per cui un “diluvio” veniva visto ogni anno, ed era una minaccia per i raccolti e per l’economia del territorio: tutto il lavoro di un anno veniva vanificato in poche settimane». Ecco perché il diluvio era un’immagine forte di una catastrofe che si è trasferita nelle narrazioni.
Gli israeliti entrarono in contatto con questa tradizione letteraria mesopotamica negli anni dell’esilio, nel VI secolo a.C., e ne furono evidentemente influenzati: la Palestina, quella che oggi chiamiamo Terra Santa, non conosceva certo le disastrose inondazioni che erano state narrate nei testi di Babilonia. Sicuramente gli autori dei testi biblici si ispirarono quindi anche a quella letteratura: nella Genesi, per esempio, gli studiosi hanno rilevato varie similitudini con l’Enuma Elish, il poema cosmogonico babilonese. «E tuttavia non fu un’operazione di copiatura, quanto di confronto intelligente», aggiunge il professor Giuntoli: tra la Bibbia e la letteratura precedente emergono significative differenze, proprio nel racconto del diluvio, che indicano come gli israeliti abbiano «rivissuto» la tradizione narrativa, riportandola al loro tempo, alla loro sensibilità e alla loro fede.
I testi mesopotamici, innanzitutto, erano politeistici, quindi il lettore si trovava di fronte a un vero e proprio pantheon di dei talvolta in disaccordo fra loro, mentre nella Bibbia c’è un solo Dio: nella cosmogonia babilonese il dio Enlil, infastidito per i rumori prodotti dagli umani, decise di sterminarli mandando il diluvio, ma Enki, la divinità che regnava nell’Apsû, l’oceano sotterraneo, avvertì un uomo giusto per consentirgli di mettersi in salvo. «Ed è anche evidente la differenza nelle motivazioni del diluvio – fa notare il biblista –. Nei testi mesopotamici, un dio si lamenta per il “chiasso” che c’è sulla terra e disturba il suo sonno, una ragione piuttosto futile per annientare un intero popolo, mentre nella Genesi Dio manda il diluvio perché la terra è corrotta e piena di violenza, usando il termine h?m?s che in ebraico rimanda all’oppressione, alla rapina e, in genere, all’ingiustizia». Il Dio biblico è comunque premuroso verso Noè, e si preoccupa anche di chiudere il portello dell’arca prima che le acque prorompano e sommergano tutto: «Nessun dio dell’affollato pantheon mesopotamico, dai più grandi ai meno potenti, pensò o volle farlo», scrive Giuntoli.
I diluvi della Storia
Certo, nella storia sono effettivamente avvenuti grandi e impressionanti diluvi. Il professor Mario Tozzi, geologo e divulgatore scientifico, lo ha ricordato in una conferenza-spettacolo tenuta la scorsa estate al Ravenna Festival: «Studi geologici hanno dimostrato che circa 7.500 anni fa nell’area del Mar Nero si verificò una tremenda inondazione – ha ricostruito –. Con lo scioglimento dei ghiacci nell’era post glaciale, il Mar Nero e il Mar Caspio erano diventati dei grandi laghi di acqua dolce, ma attorno al 5600 a. C. il Mediterraneo innalzò il suo livello e straripò oltre il Bosforo, spazzando via anche il terrapieno che lo separava dal Mar Nero. Un mare si riversò in un lago». Interi villaggi di palafitte furono travolti, i campi vennero allagati da acqua salata, non era più possibile vivere là. E coloro che abitavano in quelle aree decisero di partire, di migrare, «con le loro imbarcazioni si mossero verso est, si attestarono poi nel territorio della Mezzaluna Fertile, e in Mesopotamia nacquero le prime città, così come abbiamo letto sui libri di scuola».
Esistono prove certe di questi colossali sconvolgimenti: «Nelle profondità del Mar Nero si sono trovati fossili di lago, mentre più in superficie sono riemersi fossili di mare – ha proseguito il professor Tozzi –. E ancora oggi, lungo i Dardanelli, lungo il Bosforo, i pescatori che non vogliono azionare il motore delle loro imbarcazioni buttano in acqua un secchio legato a una fune e vanno a catturare quella corrente profonda che è retaggio di quell’antico diluvio». «E se il diluvio universale fu un evento localizzato, drammatico e traumatizzante, che spazzò via un’intera civiltà in poco tempo, a chi non viene in mente subito Atlantide?», si chiede Stefano Fenoglio, docente di materie ecologiche e zoologiche all’Università di Torino, autore del libro Ed ecco, io vi manderò il diluvio (Rizzoli). Nella scomparsa dell’enigmatica e favoleggiata Atlantide, l’isola-continente che sarebbe stata custode di una civiltà avanzatissima, c’è chi vede appunto l’effetto di un colossale diluvio che sommerse e cancellò per sempre un patrimonio di conoscenza e di meraviglia.
L’arca incubatrice di vita
Ma in ogni tragedia può esserci il germe di una nuova vita. E non a caso – rammenta Fenoglio – il diluvio è un tema molto presente anche nel mondo della psicanalisi: «Rappresenterebbe uno degli archetipi, una paura innata e istintiva verso tutto ciò che è caotico, imprevedibile, fluido e foriero di cambiamento. Il diluvio è vissuto come una profonda punizione ma anche un’occasione di rinnovamento, come un castigo per gli empi ma anche un’opportunità di salvezza per i giusti, come la testimonianza della spietatezza degli dei ma anche della possibilità di riscatto e redenzione». Nella visione del diluvio, insomma, c’è la possibilità di esorcizzare le nostre paure interiori. E l’arca è proprio un simbolo di nuova vita. Lo rivela anche la simbologia legata all’imbarcazione su cui Noè portò in salvo il genere umano: «Andiamo a rileggere con attenzione il racconto biblico – mette in evidenza il professor Giuntoli –. Tra l’inizio del diluvio (Genesi 7,24) e la prima notazione del mondo che, finalmente, inizia a riemergere dalle acque (Genesi 8,5) trascorrono esattamente nove mesi, poco più di 39 settimane: non a caso, questo è proprio il tempo considerato convenzionale per una gravidanza umana». Al di fuori ci sono le acque tempestose, e l’arca – ricorda la Bibbia – è stagna, Noè aveva dovuto calafatarla con il bitume.
L’arca, insomma, è come un utero materno entro cui si concepisce una vita nuova, protetta dall’esterno: «Una cassa chiusa che in realtà diventa un’incubatrice. Oltretutto, le dimensioni dell’arca biblica si avvicinano molto a quelle del tempio salomonico, come a quelle della tenda del convegno che seguiva Israele nelle peregrinazioni nel deserto». L’arca dunque è anche un tempio che custodisce la vita. E la simbologia della barca è passata poi anche al Nuovo Testamento, «come immagine della Chiesa che traghetta il popolo dei fedeli nel mare tempestoso del male», dice il docente. Il diluvio è un «segno» di distruzione e di nuova fioritura. «Nessuna alluvione, neppure la più gigantesca e terrificante, conduce alla fine di tutto – sottolinea Fenoglio –. Le acque uccidono, distruggono, rimodellano ma qualcosa sopravvive sempre». E sulle acque può sempre navigare la speranza.
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