Un progetto per la Groenlandia
Cosa collega Tasiilaq, la più grande città della Groenlandia orientale, a Trento, e in particolare al suo MUSE - Museo delle Scienze? La risposta è un progetto di ricerca bioculturale finalizzato a indagare il rapporto tra la comunità Inuit nella terra dei ghiacci e il suo territorio. Nato dalla collaborazione con The Red House Greenland Foundation (fondazione istituita dall’esploratore altoatesino Robert Peroni), il progetto è iniziato la scorsa estate con una visita preliminare da parte di un team di ricercatori e ricercatrici del MUSE. Obiettivo: «Prendere contatto con le istituzioni e la comunità locali, condividere gli obiettivi della ricerca nell'ottica di una coproduzione di conoscenza, saggiare la disponibilità della comunità locale a collaborare dando valore alla conoscenza indigena e valutare i risvolti utili localmente - spiega Matilde Peterlini, archeologa MUSE che ha partecipato alla spedizione -. Abbiamo accolto l'esigenza da parte delle generazioni anziane e adulte di riconnettersi al proprio passato e tramandare alle generazioni più giovani le proprie conoscenze».
Posto che la frequentazione umana nella costa orientale della Groenlandia risale a circa 4 mila anni fa, ad oggi Tasiilaq, principale centro abitato dell'area, conta circa 1900 abitanti, mentre la popolazione complessiva della regione – distribuita anche in altri cinque piccoli villaggi – raggiunge circa 3.000 persone. Gli Inuit attuali, denominati Iivit o Tunumiit, discendono con tutta probabilità dalla cultura di Thule, giunta nella regione tra il XV e il XVI secolo. Con la fine dell’Ottocento, le spedizioni europee segnarono l’inizio della colonizzazione danese, che portò profondi cambiamenti culturali e sociali. Solo dalla seconda metà del Novecento in Groenlandia si è avviato un processo di autodeterminazione. Un processo che tuttora sussiste e che è legato a stretto giro al cambiamento climatico e alle sfide ambientali, economiche e geopolitiche correlate.
«Fare ricerca in Groenlandia significa inserirsi in un contesto delicato, nel quale è fondamentale che l’attività scientifica – soprattutto sui temi legati alle comunità Inuit – supporti e accompagni i processi di autodeterminazione - sottolinea Peterlini con i suoi colleghi di viaggio Chiara Fedrigotti e Mauro Gobbi, che durante l'impresa hanno tenuto anche un diario di viaggio -. Questo implica adottare un approccio partecipativo e responsabile, capace di riconoscere il valore delle conoscenze locali e di costruire relazioni basate sul dialogo, sul rispetto reciproco e sulla condivisione degli obiettivi della ricerca». Una prima pietra di questo progetto è stata dunque posata. Non resta che attendere gli sviluppi...
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