Mendicanti di pace

In dialogo con frate Francesco Ielpo, dal luglio 2025 Custode di Terra Santa, la terra in cui si imparano pazienza e sapienza, e si sperimenta l’impossibilità di trovare pace e giustizia al di fuori di Dio.
16 Marzo 2026 | di

«Questo incarico è un’altra sorpresa di Dio. Il primo sentimento che ho provato è stato di sproporzione, una sproporzione gigantesca tra quello che mi veniva chiesto e quello che sono. Ma il mio padre spirituale mi ha detto una cosa che mi accompagna fino a oggi: “Questa sproporzione è bella, perché è lo spazio in cui può agire un Altro. Se non ci fosse questa sproporzione, saresti tu e le tue capacità”. Invece, il vero protagonista della storia è Dio. Quando lo dimentico, diventa tutto più faticoso». 

Frate Francesco Ielpo, 55 anni, originario della Basilicata, dal 21 luglio 2025 è ufficialmente il nuovo Custode di Terra Santa e Guardiano del Monte Sion. L’incarico è arrivato dopo una già lunga esperienza di servizio alla Terra Santa dall’Italia. «Nonostante avessi già una conoscenza di dodici anni di questa terra, quando vieni chiamato a un servizio nuovo cambia la prospettiva con cui guardi la realtà, e cambia anche la responsabilità. Però subentra anche la grazia che ti accompagna nello svolgere al meglio quello che ti viene chiesto».

Msa. Come nasce la sua vocazione? Perché proprio san Francesco?

Ielpo. Quando, da giovane, mi sono riavvicinato alla fede, ero alla ricerca del senso della mia vita. Ed è cresciuto in me il desiderio di donare la mia esistenza al Signore. Francesco non l’ho scelto io. Mi sono imbattuto per caso – ma il caso in realtà non esiste – in un frate francescano. Avevo 21 anni, l’anno dopo sono entrato in convento, alla sequela di Gesù che mi chiedeva tutto senza togliermi nulla. Poi ho scoperto Francesco e lo sto ancora conoscendo. E, giorno dopo giorno, dico sempre di più a me stesso che era proprio quello che cercavo.

Come la mettiamo con il calo delle vocazioni francescane?

Personalmente penso che non sia un problema di numeri. Questo dono che Dio ha fatto alla Chiesa e al mondo – che si chiama francescanesimo – rimarrà nella storia con la significatività che Dio vorrà. E la vera animazione vocazionale è la nostra vita. Quando ciascuno vive con fedeltà e con semplicità la propria vocazione, diventa animatore di altre vocazioni.

Ha parlato di riavvicinamento alla fede, significa che c’è stato un momento di distacco?

Dopo la Cresima non sapevo neanche più dov’era la parrocchia. Poi, c’è stata questa predilezione di Dio, il quale mi ha preso per i capelli, è venuto a cercarmi come una pecorella smarrita. Ma, quando Dio chiama, non chiama mai soltanto una persona, chiama tutti coloro che gli ruotano attorno. La mia chiamata nel tempo ha preso anche i miei genitori che, gradualmente, si sono avvicinati ai frati.

Nei suoi progetti c’era la missione in Africa.

Ho sempre avuto il desiderio di partire missionario. Poi però mi è stato chiesto di fare il Commissario di Terra Santa. Non l’avevo mai pensato, mai neanche sognato. Ma ho sempre ritenuto di accogliere quello che mi veniva proposto, piuttosto che impuntarmi sul mio progetto. Anche san Francesco aveva il suo sogno di diventare cavaliere, ma poi ha dovuto fare i conti con il sogno che Dio aveva per lui. Anch’io avevo il mio sogno, ma la volontà di Dio mi ha portato altrove. Fino a quest’ultima imprevista sorpresa di servire questa terra proprio da qui, da Gerusalemme.

È arrivato in Terra Santa in un momento complicatissimo. C’è ancora possibilità di dialogo?

Dipende. A livello istituzionale si prospettano anni difficili. Però io sto sperimentando che, nel cuore di ogni uomo, indipendentemente dalla sua estrazione, c’è inscritto un desiderio insopprimibile, che è quello di relazione. Significa che, anche in queste tenebre, ci sono dei punti di luce, dei segni di speranza, sui quali, come francescani e come cristiani, siamo chiamati a tenere lo sguardo fisso. Se accendo un fiammifero in una giornata di sole, chi potrà accorgersi che quel fiammifero è acceso? Ma se siamo in una stanza totalmente al buio, quel fiammifero fa la differenza. Allora si diventa come Giovanni il Battista, con l’indice puntato sui germi di bene che già ci sono.

Qual è la maggiore difficoltà che sta incontrando?

La battaglia più grande è la propria conversione. Devi essere tu a trovare le ragioni per stare dentro questa situazione, «con una fede dritta e una speranza certa», come dice san Francesco. C’è poi un’ulteriore sfida, quella della fraternità: tra noi frati, con la gente, con le altre Chiese, e con tutti i popoli. Cercando sempre di coniugare verità e misericordia, giustizia e pace. Un lavoro mai concluso. Però è chiaro a tutti – greco-ortodossi, armeni, copti, siriaci, etiopi – che siamo chiamati a camminare insieme, e a testimoniare insieme Cristo, ciascuno con la propria specificità, e con autonomia e rispetto reciproci.

In questa terra così martoriata, ci si sente mai impotenti?

L’impotenza è sulle cose che non è nel nostro potere cambiare. Questa è la terra dove si impara la pazienza, quella pazienza che ha a che fare con i tempi, che non sono i nostri, dove non si risolve tutto subito. Bisogna avere la sapienza di chi rimane e di chi getta il seme, sapendo che poi non sarà lui a vedere la pianta o a raccogliere i frutti. Ma, nello stesso tempo, l’impotenza costringe a fare i conti con il cuore del nostro carisma, che è la mendicanza. Noi siamo dei mendicanti. Dobbiamo mendicare la pace, la giustizia, le soluzioni che magari non siamo capaci di dare. L’esperienza dell’impotenza o ti fa disperare, o ti fa diventare violento, oppure ti fa stare nella posizione giusta del mendicante, cioè di colui che è continuamente dipendente da un Altro.

La vicinanza dei frati ai cristiani di Terra Santa dura da ben 800 anni.

E io mi accorgo di essere proprio un nano sulle spalle dei giganti, di tutti i frati che mi hanno preceduto e che hanno continuato a manifestare questa misericordia di Dio verso tutti. Ti trovi dentro una storia più grande di te, e non puoi che lodare e ringraziare Dio per i tuoi predecessori.

Che cosa significa per il pellegrino camminare dove ha camminato Gesù?

Molti pellegrini mi dicono che nella loro vita il pellegrinaggio in Terra Santa ha segnato un prima e un dopo. Nessuno tra coloro che visitano questa terra dove il Verbo si è fatto carne, torna a casa senza essere stato toccato. Poi c’è un tema, secondo me, fondamentale, ed è il fatto che la nostra esperienza religiosa si fonda sull’Incarnazione. Un Dio che si fa carne, che entra nella storia, ha bisogno di entrare anche in una geografia. Qui ogni passo ti parla di un uomo in carne e ossa, ti parla di qualcuno che la fede ti fa riconoscere come Dio, ma che era uomo. Ed è veramente qualcosa di unico che ti fa entrare nel cuore del cristianesimo.

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Data di aggiornamento: 16 Marzo 2026
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