Perdono e bellezza
Che cos’è la grazia? Questa è la domanda centrale dell’ultima pellicola di Paolo Sorrentino (La grazia, Italia 2025), che racconta di un anziano uomo politico, già docente di Diritto penale, cattolico, vedovo e ora eletto a presidente della Repubblica italiana, quasi alla fine del proprio mandato. Strenuo difensore delle regole costituzionali, sobrio, solitario, pacato, legatissimo alla figlia single, che l’aiuta al Quirinale come giurista, si trova davanti a seri dilemmi etici di fine vita: due richieste di grazia e una legge pro-eutanasia sottoposta alla sua firma.
Che cos’è la grazia? Il termine riguarda, in ambito politico, la potestà di re o capi di Stato di revocare pene e liberare dal carcere. In questi casi le leggi hanno storicamente ammesso un’affascinante ma rischiosa eccezione, come ha scritto il filosofo Jacques Derrida a proposito dei rapporti tra dono e perdono. Se si fa grazia a qualcuno e non ad altri, si introducono disparità controverse e parzialmente arbitrarie. Ma se si evita di perdonare e rimettere in libertà chi lo ha chiesto con pentimento, si irrigidisce la norma penale, che vale solo in via generale e non riesce a sondare e onorare la complessità e irripetibilità della vita di ciascuno, spesso travolta da conflitti indecidibili. Perdonare non significa dimenticare, ma operare un salto percettivo senza garanzie. Bisogna infatti vedere nel colpevole anche l’uomo giusto che lui stesso poteva essere, se solo le circostanze fossero state più favorevoli e benigne. Forse il condannato non intendeva propriamente fare quella violenza, forse lui stesso era vittima e l’odio accumulatosi in lui lo ha rotto dentro (una vigorosa espressione che torna più volte nel film).
La grazia tuttavia è anche altro. È una forma delicata di bellezza, cui corrisponde, soggettivamente, uno stile etico di finezza e tatto relazionale, un’immedesimazione comprensiva, una solidarietà spontanea. Un atleta è in stato di grazia quando fa con naturalezza gesti che richiedono un allenamento faticoso e una concentrazione sovrumana. Ecco perché la parola grazia ha assunto un connotato religioso, come se dall’alto un Dio ci sollevasse a volte dal gravame delle tentazioni, dei vizi, delle colpe e ci facesse sentire liberi di scegliere subito la cosa giusta e di farla senza intoppi.
L’etica si incrocia con l’estetica. Momenti di grazia sono quelli in cui l’eterno irrompe nel nostro tempo precario e promette di farci dimorare in terre ospitali in cui, come dice la Bibbia, scorrono «latte e miele» (Esodo 3,8). Quali momenti? Tenere in braccio un nuovo nato. Stringere la mano a un amico difficile. Dire «per sempre» all’amore che ci ha preso e portato come su ali d’aquila (Esodo 19,4). Carezzare il volto di chi ha avuto cura di noi, nonostante tutto. Far memoria di chi abbiamo amato e perduto, di chi camminava a mezz’aria, su un argine fascinoso, nei nostri luoghi di giovinezza.
Il cinema (anche il cinema di Sorrentino, l’autore de La grande bellezza, 2013, sul fascino di Roma e la decadenza dei valori) non fa filosofia per concetti, ma per immagini. Non si regge su argomentazioni intellettuali brillanti in merito all’essenza di vocaboli come grato, grazioso, riconoscente e non offre regole morali da applicare meccanicamente per essere redenti. Il cinema cerca e obbedisce a una trama immaginaria, che è vera non perché finisce bene, ma perché offre storie e figure di bontà e contemporaneamente di bellezza, che meritano una dedizione senza riserve.
Il presidente del film, che dice di essere noioso, grigio, ossessivo («devo rispondere ai miei figli e non a Dio, come fa il Papa»), e che scopre di essere soprannominato «cemento armato», ci è invece «graziosamente» simpatico per la fedeltà alla sua curiosità infantile, che è l’antidoto al cinismo. Contro i consigli salutisti si fa una sigaretta sui tetti del Quirinale, mentre il sole lo bacia al tramonto. Canta senza imbarazzo insieme a un coro di ex alpini. Gioca virtualmente con la lacrima senza peso dell’astronauta. Vuole prendersi il tempo che gli serve. Cerca risposte alle sue domande: perché è stato tradito? Da chi? Che rischi comporta l’amicizia? Di chi sono i nostri giorni? Fa cose irrituali, come andare di persona a visitare quel detenuto, che la sentenza ha dipinto in modo troppo astratto e «sgraziato». Per capire i concittadini più giovani impara persino la musica rap. Sa di essere severo, ma si lascia incantare dalla speranza di far giustizia, di dare un’ultima possibilità di riscatto. E poi ha imparato a ironizzare sul perfezionismo. Non tutti lo applaudiranno («se firmo la legge pro-eutanasia mi considerano un assassino, se non lo faccio, mi ritengono un torturatore»). Ma non gli importa. Il suo tempo sta per scadere e ha imparato a dire «grazie!» ai suoi corazzieri, all’amica che forse gli mente per compassione, ai figli che ha tenuto lontani, ai suoi pedanti consiglieri, a chi ha protetto la sua riservatezza meditativa.
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