26 Febbraio 2026

Parole sanguinanti

Una casalinga ossessionata dallo sporco, rinchiusa in una villetta algida come una tomba, perennemente stanca e spaventata dai contatti sociali è la protagonista del film «Scomode verità» (GB/Spagna 2024) di Mike Leigh.
Parole sanguinanti

© Lucky Red

In un tranquillo sobborgo inglese vive Pansy Deacon, un’intrattabile donna di colore di mezza età. Dalla sua bocca escono continui rimproveri ai familiari, acide accuse ai conoscenti, insulti a chi incrocia per strada o al supermercato. Il 22enne figlio Moses, decisamente obeso, si è chiuso in un silenzio dolente e vaga solitario e deriso per la città con la sua cuffia audio. Il marito Curtley, idraulico, anch’egli di colore, è caduto in un mutismo timoroso e sofferente. Mancano segni di amore. La «patologia» di Pansy ha contagiato tutti. Scomode verità traduce l’inglese Hard truths. «Hard» sta per duro, difficile, gravoso, sgradevole, cinico. L’esplosione ustionante delle cattive parole di Pansy nasconde, sotto la rabbia, una paura e una tristezza insopportabili, che la donna non riesce a confessare, inchiodata com’è ai suoi tormenti: «Perché la gente ride?», «Perché ti sbattono in faccia i loro denti bianchi?», «Perché non se ne stanno a casa loro?». 

Da dove deriva questo lessico sanguinante? Che cosa ha ferito una casalinga ossessionata dallo sporco, rinchiusa in una villetta algida come una tomba, perennemente stanca e spaventata dai contatti sociali? Forse un lutto familiare? Forse il senso di colpa o il terrore di restare sola? Pansy vorrebbe che il tempo rallentasse e scomparissero gli ostili fantasmi che l’assediano freneticamente. Con il film Scomode verità (GB/Spagna 2024), l’82enne regista inglese Mike Leigh (che aveva affrontato il dramma del segreto, dell’ostilità e della menzogna familiare in Secrets and Lies - Segreti e Bugie, del 1996) espone lo spettatore a una sfibrante prova di resistenza e a un tenace impegno d’interpretazione per tutti i 97 minuti del lungometraggio. Marianne Jean-Baptiste (Pansy), attrice in diverse opere di Leigh, recita in modo impeccabile, come quando emette davanti ai suoi cari uno straziante lamento senza parole, che passa da note di rabbia a risate amare, a pianto catartico. I primi e i primissimi piani esaltano l’espressività attoriale e ci inducono all’identificazione emotiva. Entriamo nel mondo morale di Pansy come un piccola timida volpe s’intrufola misteriosamente nel giardinetto di casa Deacon.

Il film non è un’esplorazione psicologica attorno a una mente depressa, ma un’analisi etica circa la disperata difficoltà di esistere sotto lo scacco del male, la difficoltà di affrontare perdite traumatiche e di giocare nuove carte di speranza, mentre il mondo sembra riservare solo delusioni, critiche, irrisioni. Pansy avrebbe bisogno di una cura per l’anima, ma il suo stile paranoico e imprecatorio (così simile a certi Salmi biblici) le fa terra bruciata attorno, le inimica i medici, scompiglia i pensieri e le impedisce di cogliere le ragioni di festa, che ancora i giorni le riservano. 

Chi riesce a tenersela vicina è la sorella Chantelle (Michele Austin), un’affettuosa parrucchiera single, con due figlie simpatiche ed estroverse. Chantelle sa come porre la mani «sulle teste» in disordine delle sue clienti, lavare la cute senza scottarla, ascoltare pazientemente le confidenze femminili e smontare ironicamente i timori più strambi sulla piega, il colore, la forma di una chioma arruffata. Chantelle regala a Pansy un’attenzione giocosa e prudente. Ma come offrire qualcosa di tenero a chi disprezza omaggi?

Il film di Leigh, accompagnato da una musica lenta, empatica, miscelata a lunghi silenzi, parla appunto dell’ambiguità del dono e del cinema come dono di immagini, come offerta di indizi per avvicinare l’altro, per siglare la pace con lui, per ospitare l’estraneo (anzitutto l’alieno che vive dentro il nostro buio interiore), per rivelare un segreto angustiante. Il dono e il perdono sono i grandi gesti impossibili secondo il compianto filosofo Jacques Derrida (1930-2004). Siamo in debito con chi ci ha cresciuto con amore e lenito le paure infantili. Ma non è un debito di cui possiamo sbarazzarci. L’altro resta con noi, persino dentro di noi e, se lo trattiamo male, siamo colpevoli di spergiuro, poiché smentiamo un impegno d’amore. Non basta un regalo esteriore per chiedere perdono. Perdonare non è dire «mi spiace» o «mi scuso», e nemmeno trovare una regola di buon vicinato, ma è riconoscere che abbiamo colpevolmente infranto una fiduciosa alleanza. 

In certe condizioni, perdonare è quasi impossibile. Non abbiamo garanzie che il nostro gesto sia sincero, produca buoni effetti e non sia invece frainteso come un altro inganno, come una finzione per guadagnare potere. Il vero perdono è elargito «per nulla» e non intende cancellare la ferita, ma carezza la cicatrice e chiama in aiuto le memorie più care, pulendole dal risentimento corrosivo, dall’odio latente, dall’esorbitante senso di colpa. 

Può avvenire questo miracolo? Può accadere un evento di grazia a chi non chiede aiuto? Forse sì. Un semplice mazzo di fiori per il compleanno, una chiacchierata in salotto, una dolce stringa gommosa offerta da una ragazza ciarliera, una visita congiunta delle sorelle al cimitero, un’urgenza assistenziale (il mal di schiena di Courtney, che ha spostato una vasca troppo pesante) possono – chissà – riportare a realtà gli incubi che ci assediano. Qualcuno, però, deve promettere che starà dalla parte di chi è solo, quando calerà il primo buio, quando una voce sottile parlerà dal tramonto e s’alzerà il soffio di un affetto imprevisto.

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Data di aggiornamento: 26 Febbraio 2026

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