Le mille e un’opera
«Ciò che possiamo imparare da questo Paese è un modo più armonioso di stare nel mondo: più aperto, più curioso, più rispettoso e più capace di vedere nell’altro una risorsa e non un limite. È la lezione più grande che l’Oman, con la sua serenità e la sua eleganza, mi ha insegnato in questi anni». Ad affermarlo senza riserve è Umberto Fanni, direttore artistico della Royal Opera House Muscat dal luglio del 2014, mentre dall’anno successivo ha assunto anche la carica di direttore generale portando ai vertici mondiali il livello della Royal Opera House che ha sede a Mascate (Muscat), capitale del Sultanato della penisola araba, tra il Golfo di Oman e il Mar Arabico. Nel gennaio del 2024 gli è stata conferita l’onorificenza dell’Ordine dell’Oman da sua maestà il sultano Haitham bin Tariq.
Fanni vanta una lunga carriera nelle arti dello spettacolo, non solo nella direzione di teatri e istituzioni musicali, ma anche come pluripremiato pianista. Diplomatosi in pianoforte con il massimo dei voti e la menzione speciale al Conservatorio di musica di Brescia, prima di proseguire gli studi al Conservatorio di musica di Ginevra, ha svolto attività concertistica solistica e da camera, e ha registrato numerosi cd per la casa discografica Foné. Dopo aver ricoperto la carica di assistente alla direzione artistica de «I Solisti Veneti» di Claudio Scimone, Fanni ha sviluppato la sua carriera nel management delle arti dello spettacolo. Per oltre quindici anni è stato docente di Organizzazione delle imprese di spettacolo all’Università Cattolica di Milano e Brescia. E ha ricoperto incarichi di direttore artistico per la Fondazione Teatro Lirico «Giuseppe Verdi» di Trieste, la Fondazione Teatro Lirico di Cagliari, il Teatro Grande di Brescia e la Fondazione Arena di Verona.
Msa. Maestro, che bilancio fa di questi undici anni in Oman?
Fanni. Sono stati un viaggio umano, culturale e spirituale. Quindi molto più di un capitolo professionale. Arrivavo da teatri italiani con una lunga storia alle spalle, strumenti perfettamente collaudati e un pubblico che conosce profondamente il linguaggio dell’opera. In Medio Oriente, invece, ho trovato un mondo diverso: giovane, curioso, in piena trasformazione, dove ogni progetto non era soltanto un titolo da produrre, ma un mattone nella costruzione di un’identità culturale nuova. Qui ho scoperto stimoli che in Europa non avevo mai incontrato. La Royal Opera House Muscat è un ponte che unisce l’Oman al mondo arabo e al contempo alla scena internazionale. Questo ruolo mi ha imposto una responsabilità particolare: tradurre un linguaggio – quello dell’opera, della musica, delle arti performative – in un contesto che lo sentiva come affascinante, ma ancora da esplorare. È stata una sfida enorme, ma anche una fonte inesauribile di entusiasmo. Naturalmente ci sono stati momenti difficili. Portare grandi produzioni internazionali in un Paese che non aveva ancora la tradizione operistica strutturata dell’Europa, ha richiesto una cura quasi artigianale. Tra i momenti più emozionanti ricordo quelli in cui il pubblico – famiglie, studenti, giovani musicisti omaniti – scopriva la bellezza di ciò che vedeva sul palco. Osservare i loro occhi aprirsi alla meraviglia è stato, più di tutto, il senso di questi anni. Il Medio Oriente mi ha dato qualcosa che in Europa è più raro: la possibilità di costruire, non soltanto di dirigere. E costruire significa lasciare un segno che non appartiene solo a te, ma a tutti coloro che lo rendono possibile. L’Oman, in questo senso, è diventato una parte importante della mia vita, una terra dove ho trovato sfide, certo, ma anche gratitudine, fiducia e una straordinaria energia umana.
C’è stato un punto di svolta che ha segnato la sua proposta artistico-musicale?
Certo, è avvenuto quando ho compreso che il teatro non doveva limitarsi a «importare» spettacoli dall’Europa, ma doveva diventare un luogo in cui l’Oman potesse riconoscersi e raccontarsi. Il pubblico non cercava solo la bellezza della grande tradizione occidentale, ma qualcosa che parlasse anche alla propria memoria culturale, ai propri simboli, alla propria identità. Ho iniziato a pensare alla programmazione non solo come a una vetrina internazionale, ma come a un dialogo vivo tra culture, in cui l’opera occidentale e la sensibilità araba si potessero incontrare senza sovrapporsi, ma illuminandosi a vicenda. Così sono nati progetti come Sindbad: The Omani Sailor, opere con elementi arabi, produzioni che coinvolgono artisti locali, programmi educativi, nuovi formati di spettacolo capaci di parlare anche alle famiglie e alle nuove generazioni. Questo cambiamento mi ha spinto a cercare relazioni più profonde con le comunità, con i musicisti del Paese, con i giovani che cercano nella musica un futuro possibile. Lavorare in Oman mi ha insegnato che un teatro è davvero vivo quando non si limita a programmare, ma quando genera senso. E quel senso nasce solo quando la gente può dire, guardando il palco: «Questa storia, in qualche modo, parla anche di noi».
La Royal Opera House Muscat è nata grazie alla lungimiranza del sultano Qaboos bin Said Al Said.
Sì, è una delle eredità più visionarie lasciate da sua maestà, il sultano Qaboos bin Said. Il suo progetto non era quello di creare semplicemente un grande teatro, ma di dare all’Oman un’istituzione culturale capace di proiettare il Paese in una dimensione internazionale, promuovendo al tempo stesso apertura, dialogo e conoscenza reciproca tra le culture. Il sultano Qaboos vedeva nella musica e nelle arti performative un linguaggio universale, uno strumento diplomatico, un ponte che potesse unire popoli diversi nel rispetto e nella comprensione. I suoi obiettivi erano chiari: offrire agli omaniti la possibilità di accedere ai più alti livelli della produzione artistica mondiale, sostenere la crescita di una sensibilità culturale moderna, e al tempo stesso far conoscere al mondo la ricchezza della tradizione omanita. La Royal Opera House è stata concepita come ambasciatrice del Paese, un luogo capace di accogliere il mondo e, allo stesso tempo, di presentare al mondo l’identità dell’Oman. Oggi questa visione lungimirante continua in maniera coerente sotto la guida di sua maestà il sultano Haitham bin Tariq. Il suo sostegno alla cultura, alla creatività e alla valorizzazione del patrimonio nazionale si inserisce pienamente nei grandi obiettivi della «Vision 2040», che pone le arti e l’educazione culturale tra i pilastri dello sviluppo del Paese.
Con quali opere è riuscito a conquistare il pubblico omanita?
Il pubblico ha dimostrato una sorprendente sensibilità verso il grande repertorio lirico, soprattutto quello italiano. Le opere di Verdi, in particolare, hanno avuto un impatto straordinario: La Traviata, Aida e Rigoletto sono state tra le produzioni più amate, grazie alla forza emotiva della musica e alla capacità delle loro storie di parlare direttamente allo spettatore, anche quando proviene da un contesto culturale diverso. Allo stesso modo, Turandot, La Bohème e Madama Butterfly di Puccini hanno conquistato il pubblico per la loro immediatezza melodica e per la delicatezza umana dei personaggi, che spesso generano un’empatia istantanea. Per non parlare di Rossini, Bellini e Donizetti. Anche autori non italiani hanno suscitato enorme interesse: Mozart, Wagner, Bizet, Dvořák, Massenet, Gounod, Tchaikovsky, Borodin, Strauss, Delibes, Ravel, Britten e altri. Il pubblico omanita ama essere emozionato, ama la bellezza immediata, ama potersi riconoscere nelle grandi passioni umane che la musica mette in scena. È un pubblico curioso, rispettoso e capace di ascoltare, e questo ha permesso alla Royal Opera House Muscat di proporre con successo un repertorio ampio, in cui tradizioni diverse possono incontrarsi senza scontrarsi.
Ci sono collaborazioni con allestimenti di teatri italiani?
Fin dal suo primo giorno di attività, la Royal Opera House Muscat ha instaurato un dialogo privilegiato con l’intero sistema lirico italiano, diventando l’unico teatro internazionale ad avere ospitato tutte le Fondazioni Lirico-Sinfoniche italiane. Accanto alle Fondazioni, abbiamo accolto anche i principali festival italiani, tra cui il Rossini Opera Festival, che ha portato a Muscat l’eccellenza rossiniana con produzioni di altissimo livello. A questo si aggiunge una presenza costante e numerosissima di artisti italiani: orchestre, cori, direttori d’orchestra, registi, cantanti, coreografi, prime parti di balletto, tecnici altamente specializzati. Gli artisti italiani, con la loro versatilità e la loro profonda sensibilità musicale, sono stati tra i protagonisti più apprezzati dal pubblico omanita, che ha imparato a riconoscerne lo stile, la passione e la forza interpretativa.
Per la prima volta l’Oman, e tutta la penisola araba, hanno assistito a un’opera araba dedicata alla figura iconica di Sindbad.
Sindbad: The Omani Sailor rappresenta una svolta storica, non solo per la Royal Opera House Muscat, ma per l’intera regione. È la prima volta che un’opera della tradizione araba viene concepita nella forma della Grand Opéra francese, con canto, orchestra, scenografie monumentali e balletto. Ma, al di là dell’aspetto artistico, Sindbad: The Omani Sailor è soprattutto un atto identitario; è l’Oman che racconta se stesso attraverso il linguaggio universale dell’opera. Sindbad, nella cultura araba, non è solo un eroe, è una metafora del viaggio, della conoscenza, del coraggio di esplorare l’ignoto. Portarlo sul palcoscenico nella sua forma più epica significa dare voce a un patrimonio narrativo che appartiene a generazioni. Per il pubblico omanita è stato un momento emozionante, quasi una restituzione: vedere la propria storia, i propri simboli e la propria immaginazione incarnarsi in una grande produzione internazionale. Sindbad: The Omani Sailor mostra che l’opera può essere un linguaggio vivo anche nel mondo arabo, un linguaggio in cui la tradizione locale può dialogare con la storia europea senza perdere autenticità. È un messaggio rivolto alle nuove generazioni, agli artisti, alle istituzioni culturali della regione: la cultura araba ha tutte le potenzialità per diventare protagonista sulla scena internazionale con opere proprie, non solo come ospite, ma come creatrice di contenuti. Per la Royal Opera House Muscat, Sindbad: The Omani Sailor segna l’inizio di un percorso. È il primo passo verso un repertorio arabo contemporaneo, capace di affermare una voce originale e, al tempo stesso, di dialogare con il grande patrimonio dell’opera occidentale. È un ponte, ancora una volta, che unisce due mondi senza sovrapporli, ma esaltandoli nella loro complementarità.
Voi proponete, oltre alla lirica, anche balletto, musica classica e grandi eventi.
La Royal Opera House Muscat è nata come teatro d’opera, ma nel corso degli anni si è trasformata in un centro culturale completo, capace di abbracciare linguaggi artistici diversi. Questa evoluzione risponde al desiderio di offrire al pubblico omanita un’esperienza ampia, variegata, capace di parlare a persone di età, gusti e sensibilità differenti. L’idea di fondo è che la musica e le arti sono ponti, e quanto più questi ponti sono diversi, tanto più la società che li attraversa diventa ricca e aperta. Accanto all’opera lirica, dunque, il balletto occupa un posto importante nella nostra programmazione. Ospitiamo compagnie internazionali tra le più prestigiose, portando in Oman la grande tradizione del balletto classico, ma anche coreografie moderne che dialogano con il presente. Il pubblico, negli anni, ha sviluppato un amore profondo per il linguaggio della danza: la sua immediatezza, la sua eleganza, la sua capacità di emozionare senza parole. Allo stesso tempo, la musica sinfonica rappresenta una delle colonne portanti delle nostre stagioni. Orchestre europee, asiatiche e del mondo arabo trovano da noi un palcoscenico ideale, contribuendo a creare un tessuto musicale vario e internazionale. I grandi eventi – dalle produzioni monumentali ai concerti all’aperto – sono diventati una caratteristica distintiva della nostra identità. Sono momenti in cui il teatro si apre alla città, in cui la cultura diventa un’esperienza condivisa e festosa. Non vogliamo essere solo un teatro, ma un luogo in cui la comunità si riconosce, un laboratorio culturale che cresce insieme al Paese, un punto d’incontro fra tradizione e modernità.
Anche il jazz ha un ruolo importante.
Artisti di fama mondiale portano a Muscat un’energia diversa, fresca, capace di attrarre soprattutto le nuove generazioni e di mostrare come la Royal Opera House sia un teatro vivo, contemporaneo, in dialogo con le tendenze globali.
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