Haiti, la missione nascosta

Port-au-Prince sta affondando nella violenza di bande armate contrapposte e molte organizzazioni umanitarie hanno lasciato il Paese. Caritas sant’Antonio può ancora aiutare bambini e anziani, grazie alla presenza di un missionario coraggioso.
04 Aprile 2026 | di

Ci sono deserti pieni di gente: Port-Au-Prince, la capitale di Haiti, è uno di questi. Da quando, nel 2021, hanno ucciso il presidente Jovenel Moїs, il Paese è caduto nell’incubo dell’anarchia, in una spirale di violenza fomentata da bande armate, in perenne conflitto tra di loro. Un caos dove vige la legge del più forte e dove ha la peggio la gente dei quartieri poveri, spesso costretta ad abbandonare in fretta e furia la baracca di legno e lamiera e i pochi averi, per trovare salvezza in quartieri relativamente più tranquilli. Un continuo sradicamento per migliaia di sfollati interni. 

Non che prima fossero rose e fiori, l’intera storia di Haiti è caratterizzata dall’instabilità: dall’occupazione Usa (prima metà del ’900) proprio in seguito all’uccisione dell’allora presidente, al periodo più stabile ma drammatico della dittatura dei Duvalier (fino al 1986); dal colpo di stato che cacciò Bertrand Aristide, presidente-sacerdote e la sua fragile democrazia, fino al dubbio insediamento di René Preval nel 2006, a scrutini ancora incompiuti. Un disordine istituzionale a cui si aggiunge una storia senza eguali di disastri naturali, secondo l’Unicef oltre 90 negli ultimi 100 anni, probabilmente a causa della posizione geografica dell’isola e delle sue ataviche carenze strutturali. Tragedie a volte di proporzioni bibliche, come il terremoto del 2010, che ha causato oltre 300mila morti e toccato ogni famiglia. Non a caso Haiti è il Paese più povero dell’America Latina.

Eppure la gente resiste, non si lamenta, è pronta a ricominciare: «Lo so è difficile capirlo. Loro dicono che tutto questo male è colpa del woodoo, che adora il diavolo. Nel loro modo di prendere la vita e la morte c’è fatalismo ma c’è anche un’inspiegabile carica spirituale: sono allegri, positivi, resilienti, non perdono occasione per brindare alla vita, per sorriderti. È l’aspetto che più mi affascina di questo luogo». A parlare è Maurizio Barcaro, referente di una serie di progetti, sostenuti da Caritas sant’Antonio nella capitale haitiana. Maurizio ha creato, ormai ventisei anni fa, quella che oggi è l’unica oasi in questo deserto: la missione Fondation «Lakay Mwen» che in lingua locale significa «casa mia». All’epoca «la situazione era meno violenta anche se complicata – afferma –. Qui vicino ci sono le due più grandi e degradate bidonville della città, Citè Soleil e Canahan». Negli ultimi tre anni ogni attività si è spenta, prima i negozi, gli artigiani, gli alimentari, poi i servizi, le banche, gli ospedali, pian piano anche le missioni, quella cattolica, quella protestante, e quelle finanziate dalle ong, finché non c’è rimasto più segno di vita normale. A ottobre del 2025 ha chiuso i battenti persino l’ospedale di Medici senza frontiere, uno dei pochi in un Paese in cui la sanità è a pagamento. 

Una situazione fuori controllo, che si è cercato di arginare solo nel febbraio del 2024, imponendo un Consiglio elettorale provvisorio, una sorta di autorità transitoria nell’attesa che si celebrino nuove elezioni. «Ma finora non si vede luce» chiosa Maurizio. In questo contesto anche lui, a suo modo, è un sopravvissuto: «Sono l’unico bianco rimasto nel raggio di 5 chilometri. Non esco mai dalla missione se non per raggiungere mia moglie e mia figlia a Santo Domingo, quando l’aeroporto è aperto o posso approfittare degli spostamenti di qualche missione umanitaria. Ma anche in questo caso mi nascondo in qualche anfratto del camioncino, sperando che il bandito che mette dentro la testa per controllo non vada troppo per il sottile. Se uscissi sarei al sicuro come un dollaro ambulante» afferma con un’ironia che nonostante tutto non cede all’amarezza. È un uomo molto concreto e schietto, che crede profondamente nella sua missione e nel gruppo di giovani che la rendono possibile, interfacciandosi al suo posto con le autorità, con la gente, con gli stessi membri delle bande armate, ai tanti check point disseminati nella città. Caritas sant’Antonio è una delle pochissime realtà che può aiutare Haiti, proprio grazie a Maurizio e al suo coraggio. «Non so perché siamo ancora in piedi, me lo sono chiesto tante volte. Forse perché gli uomini delle gang sanno che non abbiamo un business che fa soldi, ci occupiamo dei più deboli, alcuni magari sono i loro figli. Penso che tutto questo in qualche modo conti».

Una missione quasi per caso

La sua voce comincia a spezzettarsi, stiamo parlando via WhatsApp: «Non so se riusciremo a finire l’intervista – avverte –, la connessione è precaria, come tutto qui». La Fondation si prende cura soprattutto dei bambini e degli anziani abbandonati e, proprio grazie a lei, il deserto è meno deserto. Tutto comincia all’inizio degli anni 2000, quando Maurizio lascia, dopo dodici anni, la congregazione dei Missionari della carità, per fermarsi ad Haiti. «Sono andato a vivere in una casetta haitiana, dandomi però un limite: “Se nasce qualcosa è segno che Dio vuole che io rimanga, altrimenti me ne andrò”». E qualcosa in effetti nasce: amici italiani lo aiutano economicamente, mentre i contatti haitiani gli spianano la strada verso l’inizio di una nuova missione: «Dapprima con l’aiuto di due giovani ho iniziato a prendermi cura degli anziani di strada, costruendo un capanno per accoglierne 15. Nel tempo la gente mi ha dato fiducia e ho ricevuto altri aiuti grazie ai quali ho iniziato la missione anche per i più piccoli, fondando la prima scuola per 100 bambini».

Ventisei anni dopo, oltre ogni previsione, non solo la missione è viva e vegeta, ma è un fiore all’occhiello nella città devastata. «Abbiamo 3.500 allievi, molti dei quali provenienti da quartieri miserabili come Terre Noire, Blanchard e Duvivier, che costeggiano discariche a cielo aperto, ma i nostri programmi sono di qualità, articolati e approvati dallo Stato: ci sono la scuola primaria, la scuola secondaria, i corsi professionali, l’accesso a internet e le borse di studio universitarie per i più meritevoli. Molto sostegno ci viene dalle adozioni a distanza, per noi preziosissime». 

Amore e dolore 

Dolore e gioia di vivere, il doppio codice della vita ad Haiti è presente in ogni bambino. Come Talia, un’allieva al primo anno, la cui famiglia è fuggita dal quartiere di Carrefour Feuille due anni fa per salvarsi da una banda. Hanno perso tutto e ricominciare d’accapo a Robert, un quartiere vicino, non è stato facile. Suo padre fa il meccanico in strada, sua madre vende spezie e aringhe affumicate su un tavolino davanti a casa. «Riescono appena a sfamare i figli – racconta Maurizio –, ma sono contenti perché sono vivi, mentre Talia va bene a scuola e ci va volentieri». Questo doppio registro di dolore e amore è ancora più visibile alla Maison des Vieillards, la casa che ospita 30 anziani abbandonati, l’altro grande polo della missione. «Jermanie è una vecchietta di 95 anni, sola, arzilla, dallo sguardo buono, il cui corpo fa i capricci; è con noi da dieci anni». Ha bisogno di aiuto per vestirsi, lavarsi, camminare, ma è serena. Il suo più grande avere è una radiolina e il suo più grande vizio sono le caramelle e un sapone speciale. Passa il giorno sotto gli alberi ad ascoltare gli altri anziani. Il suo ascolto è un dono per tutti, tanto che la chiamano Andremene, la vecchia saggia della cultura popolare haitiana. 

«Haiti o la ami o la odi – continua Maurizio, snocciolando le sue storie –. Io credo che non potrei più farne a meno, anche se mi costa tante privazioni. Rimango incantato dall’allegria dei bambini, ma soprattutto dalla saggezza silenziosa di questi vecchi feriti dalla vita, che sono sempre così grati. Io credo che siano loro il motore spirituale della nostra missione. Se cogli questa spiritualità, ogni cosa che condividi e fai per loro è parte della tua vita».

Segui il progetto su www.caritasantoniana.org.

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Data di aggiornamento: 04 Aprile 2026
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