Vita e morte del papà di Pinocchio
Con l’allegro calpestio dei suoi piedini di legno, Pinocchio ha ormai percorso tutte le strade del mondo. E le sta tuttora percorrendo. Non c’è paese, nazione, isola sperduta, nella cui lingua non siano state tradotte Le avventure di Pinocchio. Tra le ultime c’è anche la traduzione in cinese. E per i bibliofili accaniti esiste una traduzione in latino, ormai rarissima, quasi introvabile. Il caso di Pinocchio è unico: il personaggio è diventato molto, molto più famoso del suo autore, quel Carlo Collodi di cui poco conosciamo. Ma chi era dunque il papà di Pinocchio, cioè, appunto, Carlo Collodi? Cominciamo col dire che quest’anno, e siamo nel 2026, ricorre il secondo centenario della sua nascita. E che il suo vero cognome non è Collodi, ma Lorenzini.
Carlo Lorenzini nacque a Firenze, primo di dieci figli di un cuoco e di una maestra, nell’ormai lontano 1826. Allora Napoleone era già morto da cinque anni e quella svolta politica che i libri di scuola chiamano Restaurazione aveva riportato a dominare, in Europa, l’Austria potente degli Asburgo. Ma proprio in ribellione al dominio degli Asburgo, già cinque anni prima della nascita del nostro Lorenzini, cioè nel marzo del 1821, si erano visti in Italia i primi moti popolari per la libertà della patria. A questo risveglio Manzoni dedicò una famosa ode, che è una specie di canto premonitore della futura lotta d’indipendenza, e sembra anticipare la passione patriottica di molti giovani, che sarà poi anche del Lorenzini. Raggiunti i 22 anni, quest’ultimo, infatti, si arruola volontario e combatte a Curtatone e Montanara durante la prima Guerra d’Indipendenza. È un giovane patriota entusiasta. «Il nostro entusiasmo è tale, che non desideriamo altro che venire alle mani!», scrive a un amico. Dieci anni più tardi, parteciperà anche alla seconda Guerra d’Indipendenza.
Passione giornalismo
Negli anni tra le due guerre, si dedica al giornalismo. Ma se la professione è il giornalismo, la passione travolgente, secondo una leggenda diffusa, è il gioco. «Giocava a carte ovunque si giocasse» raccontano di lui gli amici. Sono, quelli, gli anni di una Firenze vivissima nel mondo delle arti. E Lorenzini frequenta con familiarità gli artisti che si ritrovano al Caffè Michelangelo: Signorini, Fattori, Altamura. Nasce sotto i suoi occhi la pittura dei Macchiaioli, che cambierà, nell’Ottocento, il panorama artistico italiano. E poi, a Firenze e in tutta la Toscana è un gran fiorire di giornali, quasi sempre d’impronta umoristica: «L’Indipendente», «Il Fieramosca», «L’Elettrico», «Lo Scaramuccia»… Carlo Lorenzini collabora a questi fogli con bozzetti, racconti, componimenti satirici. A lui interessa, con lo strumento della satira, scavare nella realtà.
Nel 1859 scoppia la seconda Guerra d’Indipendenza, e di nuovo Lorenzini si arruola volontario. Sappiamo come tra il ’59 e il ’61 il disegno di un’Italia unita e indipendente prenda corpo, forse fin troppo rapidamente, con una serie di vittorie militari e di annessioni. Lombardia e Veneto sono annessi al Piemonte, e così pure, dopo un plebiscito, la Toscana; l’impresa dei Mille, cacciando i Borboni, riunisce alla nascente Italia anche tutto il Sud. Ma alle speranze e agli entusiasmi del sogno risorgimentale subentrerà di lì a poco la realtà non sempre esaltante della politica. Arriva per Lorenzini, e non solo per lui, la delusione post-risorgimentale.
Scelta di libertà
Con una coraggiosa svolta nel suo impegno di scrittore, abbandona il giornalismo di lotta e di denuncia e si dedica alla letteratura per ragazzi. E per rendere ancora più evidente questo cambiamento, Carlo Lorenzini cambia il suo stesso nome. Da questo momento sarà Collodi, pseudonimo adottato in onore della madre, originaria del borgo di Collodi, in Valdinièvole. Per lui è un momento di svolta: passati ormai i 50 anni, accetta i limiti di una produzione letteraria poco considerata. Ma così può finalmente scrivere con una libertà mai conosciuta prima. Il «rifugio» nella favola gli permette di sbrigliare la fantasia. E di dire cose che gli stanno a cuore, e che, nella forma destinata ai bambini, nella sostanza parlano anche agli adulti. Da questa svolta nasce Pinocchio.
Il viaggio avventuroso di Pinocchio, destinato ben presto a toccare villaggi, paesi, città d’ogni parte d’Italia, cominciò in quel lontano luglio dell’anno 1881. Proprio allora Collodi aveva ricevuto dall’amico Ferdinando Martini l’incarico di scrivere una storiella a puntate che divertisse i piccoli lettori del «Giornale per i bambini» da lui diretto. Incarico certamente gradito al povero e spiantato scrittore che era, come sempre, ossessionato da debiti di gioco. Ma, proprio come accade a molti padri, anche Collodi non capì dall’inizio la grandezza della sua creatura. Inviando le puntate della storia all’amico Guido Biagi, caporedattore del giornaletto, la definiva una «bambinata». Così, settimana dopo settimana, prendeva forma quello che sarebbe diventato uno dei libri più diffusi del mondo. E dei più amati. Il titolo era Storia di un burattino, e fu pubblicato a puntate, con qualche interruzione, tra il 1881 e il 1883. Nell’83 l’editore fiorentino Felice Paggi ne pubblica la prima edizione in volume. Il titolo è diventato Le avventure di Pinocchio.
Nel 1891, poco dopo la morte dell’autore, Pinocchio è tradotto in inglese. È la prima traduzione. Ne seguiranno centinaia, nell’arco di un secolo, in tutte le lingue del mondo. Per non parlare delle versioni cinematografiche, da Walt Disney a Benigni, di quella televisiva di Comencini e di innumerevoli spettacoli teatrali, tra cui quello ultra intellettuale di Carmelo Bene.
I segreti di un successo
Ma qual è l’idea che fa di Pinocchio una storia così affascinante? Vediamo. Collodi, quando si accinse a scrivere la sua favola, mise le cose in chiaro sin dall’inizio: «C’era una volta un pezzo di legno». Questa, dunque, non sarebbe stata una favola come tutte le altre. Sin dall’incipit non ci promette la solita folla di principi e principesse, re, cavalieri e fanciulle rapite da draghi, ma un’idea molto più intrigante e attuale, addirittura avveniristica per i tempi: una storia che nasce da un pezzo di legno. L’umiltà della materia, che è da subito protagonista, già ci fa presagire che ci troveremo di fronte a qualcosa di nuovo. E la conferma la troviamo proprio nell’inizio della storia, così sorprendente e drammatico: appena ricevuta la vita da papà Geppetto, Pinocchio scappa. «Infilata la porta di casa, saltò nella strada e si dette a scappare...». Vuol correre da solo incontro all’esistenza.
Pinocchio è dunque ciascuno di noi quando decide di fare da sé e non dare ascolto ai consigli di chi è più esperto. Noi da bambini, sì, da ragazzi pure, ma certamente anche da adulti. Quante volte ci è capitato? E forse ci è lecito approfondire il discorso persino da un punto di vista religioso, sulle orme di illustri critici come Piero Bargellini e il cardinale Giacomo Biffi. La fuga di Pinocchio, che sottraendosi al padre si tuffa in tutte le sue avventure e disavventure, può essere letta come una figura della ribellione originaria dell’uomo al suo creatore, che la Bibbia ci racconta nel Libro della Genesi al capitolo terzo, quando appunto l’uomo, appena creato, mordendo il frutto proibito decide di «fare da sé». Un’immagine insomma del peccato originale, con tutte le sue conseguenze. E, infatti, che cosa succede a Pinocchio dopo essere fuggito? Per liberarsi dai rimproveri della coscienza, uccide il Grillo Parlante: il male è entrato nella sua storia.
D’ora in poi, qualsiasi conseguenza sarà possibile. Abbandonato a se stesso e all’arbitrio della propria «libertà», Pinocchio sarà facile preda del Gatto e della Volpe, di disavventura in disavventura finirà nel Paese dei Balocchi, e sarà trasformato in ciuco in compagnia dell’amico Lucignolo. Ora, chi di noi non ha mai incontrato nella propria esperienza di vita un Gatto e una Volpe? Amici troppo amici, pronti a carpire la nostra simpatia, la nostra fiducia, a volte i nostri soldi, facendoci intravedere la manna di qualche «albero degli zecchini»? Il Gatto e la Volpe non sono soltanto figurette variopinte di una favola per bambini; sono la personificazione tragicomica della frode, una grande creazione della fantasia che un lettore adulto, a volte per dolorosa esperienza, può apprezzare ancor meglio.
Se leggiamo Le avventure di Pinocchio in profondità, vi scopriremo, nascosta e soverchiata dai colori splendenti della fantasia, anche una coraggiosa opera di contestazione della deludente società italiana post-risorgimentale. In Pinocchio, carabinieri, giudici, guardie, rappresentanti dello Stato, risultano figure negative e persecutorie. Carlo Lorenzini, in arte Collodi, forse non si è mai reso conto in vita della ricchezza della sua storia. Certamente, non ne ha avuto le prove, dato che è morto prima ancora che Le avventure di Pinocchio varcassero le Alpi. E in qualche modo il suo capolavoro ha compiuto lo stesso percorso del protagonista: appena creato, gli è sfuggito di mano, andando per conto suo, col calpestio dei suoi piedini di legno, a conquistare il mondo.
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