L’Italia è più sicura dopo Seveso?

Nell’estate del 1976, un guasto all’ICMESA causò un grave inquinamento da diossina. Eppure quella lezione non ci è bastata. Intervista audio ad Agostino Di Ciaula, presidente del Comitato scientifico nazionale dell'ISDE.
10 Luglio 2026 | di

Il 10 luglio 1976 resta una data simbolo nel triste elenco dei disastri ambientali internazionali. Uno dei più gravi accadde proprio allora in Lombardia.

Quel giorno d’estate di cinquant’anni fa, a causa di un’avaria all’impianto di produzione dello stabilimento di cosmetici dell’ICMESA di Meda, al confine con il comune brianzolo di Seveso, fuoriuscì una nube di diossina particolarmente tossica, nota come Tcdd (Tetracloro-dibenzodiossina).

Una serie di circostanze, come la sottovalutazione delle conseguenze, reticenze e ritardi, oltre all’impreparazione per un evento di quella portata, condusse a un vasto inquinamento della zona.  

Uno dei primi effetti del disastro fu la cloracne: una malattia della pelle causata proprio dall’esposizione alla diossina, che colpì soprattutto i bambini. Nei giorni successivi al disastro, il territorio mostrò i segni inequivocabili della contaminazione, con danni alle colture, alle piante e con un’elevata mortalità degli animali.

Solo il 24 luglio 1976, quattordici giorni dopo l’incidente, i comuni di Seveso e Meda ordinarono l’evacuazione dell'area più contaminata, con la creazione di una zona A e di una zona B, in base al tasso di inquinamento, e di una zona R, di rispetto.

La nube tossica coinvolse undici comuni e oltre 1.800 ettari di territorio, interessando circa 220mila abitanti che per anni furono costretti a sottoporsi a controlli periodici. Nella Zona A il terreno venne rimosso fino a 80 centimetri di profondità e stoccato in vasche di contenimento sigillate.

Lo stabilimento dell’ICMESA sarebbe stato successivamente demolito, e su quell'area, dopo un rimboschimento con 45mila nuove piante messe a dimora, sarebbe nato, nel 1983, il Parco naturale del Bosco delle Querce, che oggi resta il luogo simbolo della memoria del disastro di Seveso.

Come ricorda l’Istituto Superiore di Sanità italiano, «il Tcdd, può causare tumori e danni gravi al sistema nervoso, a quello cardiocircolatorio, al fegato e ai reni. Inoltre riduce la fertilità e, nelle donne incinte, può provocare malformazioni al feto e aborti spontanei. Che la diossina sia una sostanza cancerogena è stato affermato anche dall’International Agency for Research on Cancer. Il Tcdd, in particolare, è pericoloso anche in piccole dosi, e la quantità totale fuoriuscita dalla fabbrica di Seveso, che secondo le prime informazioni era di soli 300 grammi, oggi è stimata intorno ai 15 o 18 chilogrammi».

Le vicende giudiziarie seguite al disastro portarono a lunghi procedimenti giudiziari conclusisi con condanne miti dei responsabili, e indennizzi tutt’altro che proporzionali ai danni subiti dalla popolazione e dal territorio.

Cosa ci ha insegnato l’esperienza di Seveso, e a quali rischi è ancora esposta la popolazione italiana? Lo abbiamo chiesto al dottor Agostino Di Ciaula, medico al Policlinico di Bari e presidente del Comitato scientifico nazionale dell'ISDE, l’Associazione italiana dei medici per l’ambiente.

 

Data di aggiornamento: 06 Luglio 2026
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