Sport e diritti umani

Storia di Mahdia Sharifi, campionessa di taekwondo, e del suo percorso dall’Afghanistan all’Italia, approdando alla squadra olimpica dei rifugiati. Dobbiamo tutelare i diritti umani, dice, perché i conflitti possono arrivare ovunque.
26 Agosto 2026 | di

La storia che stiamo per raccontarvi parla di sport, esilio e diritti umani. Protagonista è una giovane donna afgana di nome Mahdia Sharifi. Vive in Italia dal 2021, da quando cioè è fuggita dal suo Paese, nel mese di agosto, a causa del ritorno dei talebani al potere. Atleta di taekwondo a livello agonistico, faceva parte della nazionale afghana. La incontriamo a Roma presso la palestra del Villaggio Olimpico prima di un allenamento. Ha gli occhi luminosi e determinati. Ci racconta della sua vita in Afghanistan prima della sua fuga: «Avevo un’esistenza normale, fatta di scuola, allenamenti, lingue straniere, sogni universitari. Vivevo a Herat. La mia famiglia, originaria di Daykundi, si era trasferita lì per offrirci maggiori opportunità di studio».

Lo sport entra nella sua vita quasi per caso. Una compagna di scuola la invita a vedere un allenamento di taekwondo. Lei entra in palestra e resta colpita da quelle ragazze che tirano calci altissimi, forti, sicure di sé. «Mi è venuta voglia di diventare come loro» confida. Mahdia inizia così ad allenarsi intorno ai 10 anni. All’inizio di nascosto dal padre, «non perché lui fosse contrario allo sport femminile, ma perché aveva paura. La nostra famiglia appartiene all’etnia Hazara, una minoranza storicamente discriminata in Afghanistan, e da genitore temeva che espormi troppo potesse rendermi la vita più difficile». Per un anno si allena senza dirgli nulla. Poi arriva la prima gara. E la prima vittoria: «Avevo battuto la campionessa nazionale in carica», spiega. «Torno a casa con una medaglia, e durante la cena le mie sorelle raccontano tutto. Mio padre ascolta in silenzio, continua a mangiare e non dice nulla. Da quel momento, però, mi firma tutte le autorizzazioni per gareggiare».

Modello per altre ragazze

Negli anni successivi Mahdia entra nella nazionale afghana di taekwondo. Gareggia nel suo Paese e all’estero. In Corea del Sud conquista una medaglia d’oro alle Universiadi asiatiche. «Ma essere atleta donna in Afghanistan significa affrontare ostacoli continui. Per farti prendere sul serio, devi essere straordinaria», racconta. Nel frattempo si espone pubblicamente. Va anche in televisione per incoraggiare le famiglie a permettere alle figlie di fare sport, «un’iniziativa che avvicinò molte ragazze al taekwondo». Nel 2021 Mahdia conclude il liceo e supera il test nazionale per entrare all’università. Sceglie Kabul. Vuole lasciare Herat, vivere nella capitale, studiare Scienze politiche, conoscere una città più aperta e più libera. Ma non farà mai in tempo a iniziare. Quando i talebani avanzano verso Herat, Mahdiya è in palestra, dove si sta preparando per una competizione internazionale. Il suo telefono è silenzioso. Appena lo guarda trova dieci chiamate perse della sorella maggiore, che vive a Kabul. «La richiamo e sento poche parole nette: i talebani stanno arrivando. Vai subito in aeroporto». E così Mahdia torna a casa, prende una piccola borsa e parte. Pensa che sarà questione di pochi giorni. Non riesce neppure a salutare i genitori: «Pensavo che li avrei rivisti presto». Due settimane dopo, il 15 agosto 2021, i talebani entrano a Kabul e il governo afghano crolla.

La possibilità di lasciare il Paese nasce grazie a una delle sorelle, impiegata presso l’ambasciata turca. Per i talebani, chi collabora con gli occidentali è un bersaglio. Inizialmente l’evacuazione riguarda soltanto lei, ma la sorella rifiuta di partire senza gli altri fratelli. La chiamata arriva alle dieci di sera. A mezzanotte escono di casa. Alle due di notte raggiungono l’aeroporto: «C’era il caos. Migliaia di persone cercavano di lasciare il Paese. Riusciamo a entrare solo all’alba. Il giorno dopo ci viene offerta la possibilità di salire su tre voli: Italia, Belgio o Stati Uniti. Abbiamo detto: prendiamo il primo che parte. Poche ore dopo il nostro decollo, all’aeroporto di Kabul esplodono le bombe che uccideranno oltre cento persone. L’ho scoperto al mio atterraggio in Italia, collegandomi al wi-fi dell’aeroporto».

L’arrivo non assomiglia a un approdo sicuro e definitivo. A causa delle restrizioni per il covid, viene trasferita in quarantena in una struttura militare a Sanremo, poi a Genova insieme alle sorelle, in una casa per accoglienza. I primi mesi sono durissimi: «Non parlo italiano e pochissime persone conoscono l’inglese. Ma ricomincio quasi subito ad allenarmi». Grazie alla Croce Rossa trova una palestra. Da lì arriva il contatto con la federazione italiana di taekwondo, che la invita a Roma per allenarsi con la nazionale italiana. È la svolta. «Nel 2022 mi trasferisco nella capitale, una città internazionale, più vicina al mondo che immaginavo per me. Qui ho iniziato a costruirmi una nuova vita, studiando italiano e iniziando a collaborare con organizzazioni come Intersos e UNHCR che lavorano con i rifugiati. I passi successivi sono stati iscrivermi alla facoltà di Scienze Politiche all’Università di Roma Tre e proseguire il mio percorso sportivo fino all’ingresso nella squadra olimpica dei rifugiati, il team del Comitato Olimpico Internazionale per gli atleti rifugiati». Per Mahdia non è soltanto una possibilità sportiva: «Non posso più rappresentare l’Afghanistan, ma posso rappresentare milioni di rifugiati nel mondo. E questo mi rende orgogliosa». Nel team ci sono atleti provenienti da Paesi diversi, persone fuggite per motivi politici, religiosi o personali. Non si allenano insieme ogni giorno, ma condividono la stessa esperienza di sradicamento. «Ci sentiamo, seguiamo le attività degli altri. Sappiamo cosa significa perdere il proprio Paese», spiega.

Dell’Afghanistan, dice, le manca tutto: «Gli amici che non ho potuto salutare, le feste, la lingua, i piatti preparati da mia madre, come il borani, un delizioso piatto a base di riso e melanzane. Il legame con il mio Paese oggi passa soprattutto attraverso le notizie che arrivano da Herat, dove vive ancora parte della mia famiglia. Purtroppo lì la situazione è drammatica, soprattutto per le donne. Le ragazze possono frequentare solo la scuola primaria. Università, palestre e molti spazi pubblici sono chiusi alle donne. Mia madre, sarta, non può più lavorare. Molte insegnanti continuano a fare lezione clandestinamente nelle case private. Le donne si aiutano tra loro e insegnano di nascosto». Anche Mahdia cerca di dare un contributo da lontano, sostenendo percorsi di studio e corsi di inglese per ragazze afghane che sperano di ottenere certificazioni utili a proseguire gli studi all’estero. Ci racconta che per molto tempo non è riuscita a parlare apertamente di ciò che aveva vissuto. «Per un anno e mezzo scoppiavo a piangere. Tutto quello che avevamo costruito era stato distrutto in un giorno. Ho dovuto affrontare un lungo percorso per elaborare il trauma della fuga, la perdita improvvisa della mia vita e la consapevolezza di non poter tornare in Afghanistan. È l’unico Paese al mondo in cui non posso entrare».

Oggi Mahdia ha quasi 22 anni. Continua ad allenarsi e vorrebbe diventare allenatrice, forse arbitra internazionale. Ma soprattutto immagina un futuro in cui essere utile al suo Paese: «Sogno di diventare ministra degli Esteri o presidente dell’Afghanistan. Lo so, forse non è realistico, ma credo che ognuno debba fare qualcosa per il bene del proprio Paese». Prima di salutarci, Mahdia condivide con noi un pensiero che viene da lontano, ma ci riguarda strettamente: «Dobbiamo salvaguardare e promuovere i diritti umani. Vanno difesi. I conflitti possono arrivare ovunque».M

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Data di aggiornamento: 26 Agosto 2026
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