Sport per tutti
«Un ipovedente nel mondo dei ciechi è un re». È bastata questa frase di Oney Tapia ad ampliare lo sguardo sulla disabilità, troppo spesso considerata come un monolite. Ma la grande verità di Oney, atleta paralimpico plurimedagliato, e volto famoso della televisione per aver vinto Ballando con le stelle, edizione 2017, è che la disabilità non è una, livelli diversi rendono le persone «diversamente autonome». Qualsiasi piccola variazione della condizione può fare la differenza. Lo conferma Sandra Truccolo, atleta paralimpica di tiro con l’arco, 62 anni, da trentotto in sedia a rotelle a seguito di un grave incidente stradale. «Non ho una lesione netta, altrimenti sarei paralizzata dal torace. La mia lesione è un D12, non muovo le gambe, ma ho mantenuto la sensibilità. Se mi cade dell’acqua bollente su una gamba, me ne accorgo. Direi che è tanta roba! Non essere completamente paralizzata, mi permette un buon controllo del busto, e questo nello sport aiuta molto». I suoi titoli lo dimostrano: due volte campionessa del mondo e una volta d’Europa, due volte medaglia d’oro ai Giochi paralimpici di Atlanta e Sydney nel tiro con l’arco a squadre, solo per citarne alcuni. Sandra, in quanto testimone autorevole dei valori di inclusione, determinazione e pari opportunità, è stata scelta per accendere, a Venezia, in piazza San Marco, il braciere che ha concluso il viaggio della fiaccola olimpica prima dell’apertura dei Giochi di Milano-Cortina 2026.
Altro tedoforo, ma nella tappa milanese che ha attraversato Corso Magenta, è stato proprio Oney Tapia. «Portare la fiamma sportiva è stato per me un grande privilegio. E con un grande valore simbolico: illuminare il percorso delle persone che sognano, che ci credono fino in fondo. È stato molto emozionante. I ragazzini mi riconoscevano e mi incitavano. E le loro mamme dicevano: “Questo è un vero campione”. Mi sono commosso. Sono consapevole che, se la gente ti vede come un esempio, allora hai una grande responsabilità». Di origini cubane, Tapia era arrivato in Italia nel 2002 per giocare a basket. Lavorava come tree climber, cioè come giardiniere che taglia gli alberi più alti. Ma un grosso ramo lo ha colpito sulla nuca. «Un banale incidente e il mio mondo è sprofondato nel buio». Lancio del disco e getto del peso, premiati con due ori nel 2024 – uno mondiale e l’altro olimpico –, hanno riportato i colori nella sua vita. «C’è voluto tempo per ritrovare fiducia nel mio corpo. È stato come ricominciare una nuova vita da zero, sperimentare, sbagliare, imparare, ma soprattutto non arrendersi. La paura all’inizio bloccava il movimento. Ho capito allora che non bisogna mai bruciare le tappe. Ho accettato questa paura, l’ho abbracciata, quindi l’ho lasciata andare. E ho cominciato a muovermi. Poi, man mano che sono arrivati i successi, sono aumentate la forza e la stima in me stesso. Gioire per ogni risultato raggiunto è una meraviglia. Oggi vivo giorno per giorno, non vado oltre, perché non voglio perdermi il presente». Ma un progetto futuro c’è. «Sì. Mi sto allenando per le Paralimpiadi di Atlanta 2028. Che Dio me la mandi buona!».
Seduto ma non accomodato
Il mondo delle persone con disabilità è un mondo complesso e impegnativo, dove i familiari – i cosiddetti caregiver – sono in prima linea. «Se l’unico modo affinché Antonio potesse recuperare un qualsiasi residuo di uso delle gambe era la riabilitazione in acqua, allora Antonio avrebbe imparato a nuotare, a costo di trascorrere pomeriggi interi a bordo vasca a cercare di convincerlo». Mamma Sandra non ha mai mollato, anche se suo figlio da piccolo di entrare in acqua non voleva saperne. Antonio Fantin, una rarissima malformazione artero-venosa diagnosticata a poco più di 3 anni, ha vissuto una vita «da seduto». «Seduto, ma non accomodato, perché accomodarsi è il verbo della resa. La mia normalità è carrozzina, tutori – i miei “stivaletti miracolosi” – e stampelle. Non ho mai voluto che i miei successi venissero apprezzati, o i miei fallimenti compatiti, attraverso il filtro della disabilità».
Una volta che Antonio è entrato in acqua, non si è più fermato. «L’acqua mi custodisce, mi culla ma, soprattutto, sa adattarsi al mio corpo. Niente limiti, niente barriere, neppure quelle mentali. Con la testa sott’acqua, vedo tutto più chiaramente. Allora fatica e sacrificio diventano opportunità. E se anche a volte il mio corpo dice di arrendermi, il cuore non ci sta». Da quel primo tuffo, Antonio, di strada o, meglio, di vasche, ne ha fatte tante. Le prime soddisfazioni sono arrivate con le medaglie d’oro di nuoto 100 metri stile libero S6 maschili ai Giochi paralimpici di Tokyo 2020 e Parigi 2024. L’atleta di Bibione (Venezia) oggi è l’Antonio dei record: tredici volte campione mondiale e undici volte campione europeo. È detentore dei record mondiali ed europei sui 50 metri stile libero e sui 100 metri stile libero. «Lavori un anno intero per un minuto di gara. Quella fatica sembra sproporzionata, invece quel minuto è il più importante della tua vita. Quando vinci e sali su un podio mondiale, assapori l’inno d’Italia che suona per te, e vedi il tricolore alzarsi, realizzi che assieme a te c’è tutta una nazione in festa. Allora riesci a dare forma a una parola astratta come sogno».
Sulla strada per Santiago
Si definisce «mamma chioccia», la signora Tiziana. Suo figlio, Pietro Scidurlo, è nato con una lesione spinale che gli ha precluso l’uso delle gambe. Con il marito Bartolomeo e un amico del figlio, Iari, nel 2012 ha deciso di accompagnare Pietro sul cammino di Santiago. Una strana compagnia: Pietro in hand-bike, Iari e Bartolomeo in bicicletta, Tiziana in auto per trasportare la sedia a rotelle. «Chilometro dopo chilometro – dice Pietro –, ho capito che mi stavo liberando dei pensieri negativi, e cominciavo seriamente ad andare incontro al futuro, con un nuovo senso di spensieratezza. Quando la forza fisica viene meno, ti fermi, prendi fiato, e riparti. Ma, se viene meno la motivazione, non riparti più. Mi sono rifugiato nella fede, e ce l’ho fatta». Quell’esperienza ha aiutato Pietro a trovare la sua strada nella vita. Ha scritto Guida al cammino di Santiago per tutti, a oggi unica guida in Europa a un cammino integralmente accessibile. E ha fondato l’associazione «Free Wheels» (Ruote libere), con la quale organizza cammini inclusivi, e seminari di formazione sull’accessibilità, per «costruire un nuovo mondo, più a misura di tutti».
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