Restare a bocca aperta!

È il momento di cambiare tipologia di contratto a chi contribuisce a far realizzare a una persona disabile il suo Progetto di vita.
08 Ottobre 2026 | di

Spesso la gente, quando mi vede in compagnia di una persona che spinge la carrozzina, mi chiede se l’accompagnatore/trice in questione sia il/la badante. Molto Bene! Ragioniamoci su un momento… La parola «badante» è proprio il participio presente del verbo «badare», che ho scoperto derivare dal latino medievale batare, cioè «stare a bocca aperta». Un fatto davvero curioso, perché questa azione può essere riconducibile sia allo sbadiglio che a una manifestazione di meraviglia. Uno sbadiglio si manifesta quando dovremmo prestare attenzione a qualcosa, ma è come se ci venisse sonno; però, restare a bocca aperta può essere, come dicevo, anche una manifestazione di meraviglia; così, il termine batare ha acquisito nel tempo pure il significato di «guardare con stupore», assumendo varie sfumature di significato, tra cui quella di indugiare che, per l’enciclopedia Treccani, significa «trattenersi, perder tempo» e la parola badare anche «far caso, dare importanza a cosa o persona».

Tutto questo per sollevare un paio di riflessioni: «indugiare» è diventato ormai quasi sinonimo di fare attenzione/assistere, un’azione generalmente di competenza del/della badante; la seconda considerazione riguarda un dubbio che vi pongo: il/la badante fa assistenza oppure dà importanza alla persona e al suo Progetto di vita? Lo scorso giugno ho partecipato come relatore al panel sulla vita indipendente all’interno dell’evento ExpoAID 2026, organizzato a Rimini dalla ministra della Disabilità Alessandra Locatelli. Tra i vari interventi, mi ha colpito quello di Christopher Castellini, una persona con disabilità che svolge la professione di «illusionista della mente»: secondo Castellini, coloro che accompagnano le persone con disabilità nel loro Progetto di vita non possono essere considerati/e semplici badanti, persone che nel nostro Paese hanno un contratto di lavoro domestico come «assistente personale». Il Progetto di vita è un salto di qualità: oltre all’assistenza, necessaria, vanno valorizzate le capacità delle persone con disabilità, tramite il supporto di tutti quei promotori d’inclusività che collaborano alla realizzazione del loro Progetto. Cambiare formalmente tipologia di contratto a quelli che assistono al Progetto di vita, migliorandone le condizioni lavorative e riconoscendone una maggiore dignità, significa supportare un cambio di paradigma a livello culturale, che avvalora e rafforza l’autodeterminazione, cioè le scelte personali di ciascuna persona con disabilità. Tutto ciò comporta una rivoluzione dal punto di vista politico, perché decentra quello che si definisce come Progetto di vita dai concetti di mera assistenza e cura.

Tutto questo è un pensiero che si sta sviluppando in questo periodo nel nostro Paese. Non è facile, ma credo sia l’unica strada per affrontare questo processo, sia da parte delle associazioni di categoria, sia dei singoli protagonisti del Progetto che devono lottare per il cambiamento, anche con un’informazione che rema contro. Spero che questa riflessione sia utile per dare importanza alle persone e contribuire al cambiamento. E voi, date importanza alle persone? Scrivete a claudio@accaparlante.it oppure sulle mie pagine Facebook e Instagram.

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Data di aggiornamento: 08 Ottobre 2026
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