Le lingue della scuola italiana

Ho in mente Natalia. È ucraina. Arrivata in Italia, a Firenze, dopo le bombe sul suo villaggio del Donbass, regione orientale del suo Paese. Ha trovato lavoro come badante. Ha due ore di pausa nel pomeriggio. Mi chiedo come possa imparare italiano. Eppure so che ci sta provando, riuscendo. Leggo di maestri, formati come insegnanti di italiano per «alloglotti», italiano per stranieri, per capirci, che a Bologna hanno organizzato, nelle scuole primarie, corsi della nostra lingua per le mamme non italiane durante l’orario scolastico dei loro bambini. Si è rivelato, raccontano, un modo efficace per una alfabetizzazione di chi non potrebbe frequentare altre lezioni.
Il decreto con il quale il governo ha deciso di mettere un tetto alla presenza di bambini stranieri nelle scuole ha spalancato una finestra sul mondo della scuola e ha rivelato realtà poco conosciute. Nelle nostre scuole, da quelle per l’infanzia alle superiori, gli studenti con cittadinanza non italiana (non è dettaglio da poco ed è un errore voluto chiamarli «stranieri») sono, dati dello scorso anno, 911.578, poco meno del 12% di tutti gli alunni. Intendiamoci: il 65,2%, cioè circa 600mila di questi ragazzi, è nato in Italia, parla correttamente la nostra lingua, e, come Ibrahim, segue la Formula Uno, tifa Fiorentina e Italia (tranne quando gioca contro il Marocco) e non ama la carne di pecora, mangerebbe solo pizza. O come Milagros, ragazzina peruviana, che ha appena scoperto i cibi cinesi ed era pazza per la coppia di youtuber «Me contro Te».
Una ricerca del Politecnico di Milano, Laboratorio di politica sociale, fa previsioni sorprendenti. Il decreto del governo, va chiarito, riguarda solo le prime classi (primarie, secondarie e superiori), entrerà in vigore solo dal prossimo anno: su dati del 2023, i numeri delle classi interessate è veramente minimo: appena 155 classi e 290 studenti. In più: la rivista «Tecnica della Scuola» calcola che le studentesse che indossano il burqa, il velo integrale, nelle classi italiane siano tra 500 e 600. Una ogni 660 classi. Tanto rumore per nulla, dunque? O questi numeri sono sbagliati?
E se il problema fosse altrove? Nell’insegnamento dell’italiano per chi è arrivato in Italia e chiede, supplica, pretende di apprendere la lingua del paese dove ha deciso di vivere. In Italia esistono dal 2014 i CPIA, i centri provinciali per l’istruzione degli adulti. Sono scuole pubbliche, con docenti inquadrati nel Ministero dell’Istruzione e del Merito. Nati, con altro acronimo negli anni ’90, i CPIA si rivolgono agli adulti stranieri che devono imparare l’italiano. Sono 130. Non ho trovato un censimento preciso: una insegnante mi dice 132, 119 sono stati senz’altro registrati dalla Ridap, la rete nazionale che li raggruppa. Mi fido di dati trovati sul web: gli iscritti come studenti a queste scuole sono 524mila. Oltre 178mila sono nei corsi di alfabetizzazione, quasi 200mila studiano, invece, per conseguire un titolo di scuola secondaria. E ve ne sono altri 31mila in attesa di poter seguire le lezioni. Le regioni dove le liste d’attesa sono più lunghe sono Emilia-Romagna, Liguria e Toscana.
I CPIA non hanno sedi proprie, si insegna nelle scuole in orari serali. Gli insegnanti sono più di cinquemila, divisi tra maestri «alfabetizzatori» e docenti per il livello secondario (conseguimento della licenza media e superiore). A questi insegnanti vanno aggiunti docenti specializzati e abilitati (si riconoscono da una classe di concorso, la sigla è A023 e sta per insegnanti di «lingua italiana per discenti di lingua straniera»), con formazione universitaria, hanno superato un master, e sono vincitori di un complesso concorso per l’insegnamento ad adulti. Nei CPIA, gli A023 sono 354. Pochi, troppo pochi. E, nel loro destino, accade che, per decisione di dirigenti scolastici, vengano utilizzati per compiti che non sono loro: supplenze di altri professori, lavori amministrativi, sorveglianza. Nessuna stabilità.
Ancora dei numeri di questo mosaico così difficile da rimontare: ci sono 8mila minori non accompagnati e poco meno di 17mila detenuti nelle carceri italiane che hanno bisogno (e vogliono) imparare l’italiano. Gli insegnanti sono costretti a un nomadismo quotidiano tra scuole e sedi diverse, spesso in altre città e paesi. In questa galassia scolastica, così necessaria dell’Italia di oggi e così difficile da districare, devono entrare, secondo il decreto del governo, anche i genitori che parlano malamente l’italiano e i cui figli faticano a scuola.
Un’insegnante mi racconta di una donna cinese. Ha poco meno di 40 anni. Abita a Bari. Parla malamente italiano anche se vive in Puglia da almeno quattordici anni. Non ha mai avvertito l’esigenza di conoscere la nostra lingua. «Le comunità cinesi e indiane sono le più chiuse, le relazioni sociali si esauriscono al loro interno» mi dicono. Ma adesso Shu ha un figlio, perfettamente bilingue, ma con difficoltà a scuola e lei vorrebbe aiutarlo. Non può farlo perché non conosce l’italiano e allora si è decisa: è nella lista di attesa del CPIA del capoluogo pugliese.
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