Dentro la vita
C’è una malattia che non è stata ancora diagnosticata come tale, ma dilaga: l’individualismo radicale. I sintomi sono diversi: solitudine, smarrimento, irrilevanza, inadeguatezza, il bisogno spasmodico di apparire ed essere riconosciuti, costi quello che costi. La frustrazione che si scarica su un capro espiatorio. Le dipendenze, gli autolesionismi. L’individuo contemporaneo cresce convinto di doversi bastare: ogni legame diventa un vincolo da negoziare, ogni dipendenza una debolezza da correggere. Il risultato non è autonomia, ma smarrimento.
Le vie di fuga più comuni sono due. La prima è arrendersi ai sistemi: lasciare che algoritmi, procedure, autorità tecniche decidano al posto nostro, diventando ingranaggi di macchine che funzionano. La seconda è scaricare la frustrazione sul nemico di turno: l’odio come surrogato di comunità, come ultima forma di appartenenza rimasta. Ma l’individualismo è un’astrazione perché l’essere umano, come ogni altra realtà, è strutturalmente relazionale. Negare questo dato, scientifico prima che etico, non fa crescere la libertà ma il malessere. La libertà che lo ignora non è più forte: è più fragile perché recide le radici da cui trae nutrimento.
Riconoscere la propria natura relazionale non è una resa, ma un’apertura. Paradossalmente, è ammettendo di aver bisogno degli altri che ci ritroviamo interi. Non dentro un io isolato e sospettoso, ma dentro la vita: quella vera, che accade sempre insieme grazie ad altri e insieme ad altri.
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